Le cento vite di un libro-labirinto

Il nome della rosa di Umberto Eco ha attraversato cinema, tv, fumetti e videogiochi e ora, con Francesco Filidei, diventa un’opera, confermandosi un enigma sempre attuale
nome della rosa crossover

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“Era una bella mattina di fine novembre”: questo è l’incipit del primo capitolo del Nome della rosa, l’esordio come romanziere di Umberto Eco e uno dei libri di maggior successo degli anni Ottanta. In realtà è il terzo incipit del romanzo, contando anche introduzione e prologo e, a detta dello stesso Eco, questo attacco così banale e antimoderno è un omaggio a Snoopy e al suo “Era una notte buia e tempestosa”. La prima suggestione in cui ci imbattiamo in questo thriller medievale, pieno di citazioni latine e di erudizione, è dunque pop, ed è la vera chiave per ricostruire la fortuna che questo romanzo ha avuto e continua ad avere su medium diversi: dal cinema, alla tv passando per fumetti, heavy metal, videogiochi e oggi anche opera.

Snoopy, seduto sulla sua cuccia che può diventare il Sopwith Camel dell’asso dell’aviazione della prima guerra mondiale come lo studio ovattato di un pensoso romanziere, ha una sola certezza: “Era una notte buia e tempestosa”, ma lì si ferma. Anche Eco prima di mettersi a scrivere il suo primo romanzo ha aspettato un bel po’: si è documentato, certo, ma soprattutto ha disegnato. Tutto il mondo di Guglielmo da Baskerville e di Adso da Melk è stato prima abbozzato con rapidi ma precisi tratti di penna: dalla pianta dell’abbazia ispirata alla Sacra di San Michele in Piemonte a quella della labirintica biblioteca che prendeva in prestito la pianta ottagonale da Castel del Monte in Puglia. Anche i volti dei monaci sono stati caratterizzati: Abbone da Fossanova, l’abate, il cieco Jorge da Burgos, il frate bibliotecario chiaramente ispirato allo scrittore argentino Jorge Luis Borges e poi Alinardo, Adelmo, Malachia, Berengario e Bencio, tutti nomi che Eco si era annotato con un gusto per l’accumulo che ha qualcosa di rabelaisiano.

Quando ha cominciato a scrivere aveva già in mano uno storyboard: il mondo del romanzo esisteva, si trattava solo di inserirci i personaggi e farli muovere. Come in un teatrino. Quando il romanzo è uscito, nel 1980, ha avuto un successo inatteso. Era una storia poliziesca, ma era anche pieno di riferimenti oscuri alla patristica, alla teologia e alla cosmologia medievali e alle eresie; era costellato di citazioni latine, di lunghe disquisizioni filosofiche e di digressioni. Qualcuno scrisse che era un libro che faceva sentire intelligente e colto un lettore medio con poco sforzo, ma Eco non era d’accordo: secondo lui era un romanzo che piaceva e avvinceva nonostante le difficoltà testuali che presentava. Il vero cruccio dell’autore era nella consapevolezza che Il nome della rosa fosse un libro ingombrante, un successo che avrebbe messo in ombra tutti i romanzi che avrebbe scritto in seguito: dal Pendolo di Foucault (1988) all’ingiustamente trascurato La misteriosa fiamma della regina Loana del 2004, fino a Numero zero, il suo ultimo lavoro di narrativa uscito nel 2015.

Il nome della rosa si è rivelato un labirintico congegno narrativo che negli anni continuava a crescere fuori dal controllo del suo autore e a generare dibattiti, interpretazioni, articoli e tesi di laurea. Soprattutto era una storia che cominciava a tracimare dal mondo della parola scritta in quello dell’immagine. E la cosa non può stupire perché tutto era cominciato proprio con il disegno.

Quando si trattò di girare un film basato sul Nome della rosa fu scelto il regista francese Jean-Jacques Annaud, che ebbe l’accortezza, d’accordo con Umberto Eco, di non fare un film tratto al romanzo ma piuttosto di fare, rimanendo fedele alla pratica degli antichi bibliotecari e amanuensi, un palinsesto: una rielaborazione piuttosto libera sovrapposta a un testo precedente e Sean Connery e un giovanissimo Christian Slater erano i protagonisti perfetti.

Annaud era al suo terzo film (nel 1982 aveva vinto un César con l’avventura di ambientazione preistorica La guerra del fuoco) e come molti registi della sua generazione, come per esempio i fratelli Tony e Ridley Scott, veniva dalla pubblicità. Da quel mondo viene il sapore tipicamente anni Ottanta del film: l’illuminazione a effetto (la fotografia era di Tonino Delli Colli), una certa stringatezza nel risolvere le scene e un indugiare con la luce sulla bellezza di scenografie e costruzioni. L’abbazia e la struttura ottagonale della biblioteca furono costruite ex novo dallo scenografo Dante Ferretti a pochi chilometri da Roma. Per anni, passando dalla via Tiberina si continuava a vedere quella torre minacciosa che i turisti più sprovveduti, da lontano, prendevano per un qualche misterioso monumento non segnalato sulle guide.

Nei decenni successivi, Il nome della rosa ha continuato a reincarnarsi: La abadia del crimen era un videogioco spagnolo che ebbe un buon successo negli anni Ottanta su varie piattaforme e nel 2005 uscì anche un adventure game intitolato Murder in the Abbey, anche quello liberamente tratto dal romanzo di Eco. Nel 1995 la storica band heavy metal Iron Maiden incise una canzone intitolata The Sign of the Cross, che nel testo faceva chiaro riferimento al Nome della rosa; sono seguite una serie tv con John Turturro e Rupert Everett nel 2019 e nel 2023 una graphic novel firmata da Milo Manara. Fino ad arrivare all’opera di Francesco Filidei in scena questa stagione alla Scala.

Il nome della rosa ha quarantacinque anni, il suo autore è scomparso nel 2016, ma l’inchiesta poliziesca di Guglielmo da Baskerville continua a prendere forme sempre diverse, seguendo la sua vocazione originale di gioco di specchi, di labirinto e di mistero in eterna attesa di essere risolto. “La lettura è in sé labirintica” dice Umberto Eco alla fine del documentario La rosa dei nomi del 1987: “Ricordate però che alla fine di ogni indagine dovrete scoprire che i colpevoli siete voi”.

Daniele Cassandro