La ruota del destino
Leo Muscato affronta il grande affresco della Forza del destino verdiana esaltandone l’eterogeneità: ogni atto è ambientato in un’epoca diversa, con una scena girevole che realizza un piano sequenza

Dopo Un ballo in maschera Verdi aveva dato il proprio “addio alle muse” e aveva dichiarato di volersi dedicare solo alla gestione del proprio patrimonio e alla politica. Ma nel gennaio 1861, mentre si trovava a Torino, gli venne commissionata una nuova opera da parte del Teatro Imperiale di Pietroburgo: si tratta de La forza del destino (1862, 1869), su libretto di Francesco Maria Piave, ispirata al “drama original en cinco jornadas, y en prosa y verso” Don Álvaro o la fuerza del sino (1835) di Ángel de Saavedra duca di Rivas – conosciuto da Verdi nella sua traduzione italiana di Faustino Sanseverino (1850) – che inaugura la Stagione 2024-2025 del Teatro alla Scala con la firma di un regista, Leo Muscato, che ama ancora considerarsi un outsider.
BIAGIO SCUDERI Negli ultimi anni la messa in scena operistica sembra muoversi in tre diverse direzioni: da una parte la retorica della fedeltà all’opera e al testo che invoca il principio di autenticità espresso, oltretutto, dallo stesso Giuseppe Verdi: “l’interpretazione di un’opera d’arte è una sola”; dall’altra, assistiamo sempre più alla decostruzione dei testi, trattati come puzzle da ricomporre contemplando anche la giustapposizione di materiali estranei; in mezzo a queste due direttrici, tra Werktreue e interventismo, si colloca il Regietheater, una grande fabbrica delle interpretazioni di matrice tedesca. Lei, con il suo lavoro, dove si colloca?
LEO MUSCATO Guardi, ho 51 anni e ho fatto ormai pace con l’idea di voler essere a tutti i costi originale, con il fatto di voler prepotentemente emergere come autore, al di sopra dell’opera e del compositore. Quello che mi interessa, tanto nell’opera quanto nella prosa, è rimanere fedele ai rapporti tra i personaggi, affinché parlino allo spettatore di oggi che deve riconoscere in quelle dinamiche qualcosa che lo riguarda molto da vicino. C’è una cosa che dico sempre ai cantanti e agli attori: provate a immaginare che le parole non esistano. Le parole sono solo ciò che i personaggi non possono fare a meno di dire per reagire a qualcosa che è successo. Ciò che conta è la logica, è questa la parola per me fondamentale: la cosa che fai, la cosa che dici, la cosa che succede deve essere logica. Qual è la difficoltà? Far sì che la logica non diventi prevedibile.
BS Qual è stato il suo primo approccio alla Forza del destino?
LM Quando ti accosti a un’opera ci sono tre date da cui non puoi prescindere: anzitutto la data di scrittura, l’autore ha scritto infatti in un contesto preciso, per un dato teatro e per determinati cantanti/attori; la seconda data è quella della prima rappresentazione dell’opera; la terza, la più sottovalutata, è la data in cui andrai in scena tu. Le opere liriche, solitamente, te le commissionano anche due o tre anni prima e può succedere, nel frattempo, che scoppino delle guerre o delle pandemie e tutto cambia. Ma quando ti commissionano un’opera su una di queste tre date devi puntare.
BS Lei su quale ha puntato stavolta?
LM Da tempo studio Verdi, perché sto preparando un testo teatrale su di lui. È il compositore che senz’altro conosco meglio, amo di più Mozart ma conosco meglio Verdi. Mentre facevo ricerche non sapevo scegliere una delle tre date: ho capito allora che la frammentarietà fra un quadro e l’altro – molto criticata nei saggi degli esperti – in verità lascia emergere diversi bozzetti di un’epoca. Ho così realizzato che dovevo alzare il tiro a proposito della data, esasperando il passaggio del tempo: nel primo atto siamo nel Settecento, nel secondo nell’Ottocento, poi arriviamo al Novecento e quindi ai giorni nostri. Ho anche intercettato il filo rosso che attraversa tutta l’opera: la guerra.
BS L’uomo, per dirla con Quasimodo, è sempre quello della pietra e della fionda…
LM È proprio così. Confesso che un film che mi ha molto influenzato in questa interpretazione è Niente di nuovo sul fronte occidentale. All’inizio è straziante, vedi tanti ragazzini belli come il sole, benestanti e avviati a carriere diplomatiche, che vengono plagiati e spronati dal loro preside a partire per la guerra. Vanno quindi ad arruolarsi, fanno visite mediche, gli ormoni sono a mille ma sono poco più che bambini. Ecco che ricevono divise bucate, lise, perché appartenevano ai precedenti ragazzi andati in guerra e non sopravvissuti. Anche loro, dopo tre minuti sul fronte, moriranno. Il film inizia così e il secondo atto dell’opera sarà così: dopo un’ubriacatura d’eccitazione l’inevitabile sterminio.
BS Mi ha parlato di date, di guerra e di masse. Che mi dice della storia d’amore tra Leonora e Alvaro?
LM L’amore tra questi due personaggi lo vediamo nascere nel Settecento, è l’amore di chi ancora deve fare la “fuitina”, diremmo in Puglia, ma nel secondo e nel terzo atto non si incontrano più, non si sono nemmeno sfiorati. Quando si incontrano nel quarto atto sono persone adulte che hanno attraversato le guerre, lei è andata a fare persino l’eremita. La vediamo sbucare dalle macerie di un convento bombardato, le stesse macerie che noi abbiamo sotto gli occhi ogni giorno, per fortuna ancora solo nei telegiornali.
BS Nell’opera, però, c’è anche una vena comica, attraverso un personaggio come Fra Melitone…
LM Sì è vero, è un personaggio buffo, ma ricontestualizzando le cose che dice in una situazione di guerra, in mezzo alle macerie di cui parlavo prima, il tutto acquista un senso diverso. Fra Melitone ti strappa un sorriso “verde”, per dirla con Eduardo, che da Napoli milionaria! in poi affermava “noi dobbiamo continuare a far ridere, anche se la storia è ambientata in periodo di guerra bisogna ridere verde e quasi vergognarsi di aver riso”. La cosa che apprezzo di più di Fra Melitone è che si sporca le mani, non è un prete seduto sugli scranni che dice “i gay tutti a morte, le donne devono partorire con dolore e l’aborto non è consentito”.
BS È una critica alla chiesa di oggi?
LM Beh, è sotto i nostri occhi. Da un lato Papa Francesco ne sta facendo di rivoluzioni ma dall’altro ti sembra di essere davanti a dottor Jekyll e Mr. Hyde. A un certo punto alzi le mani perché vorresti immaginare la Chiesa vicino agli esseri umani e soprattutto alle minoranze.
BS In un articolo del Corriere della Sera del 19 marzo del 1935, firmato da Panfilo, si evince che “a leggere la sceneggiatura del Piave non viene voglia di cercare altri responsabili di un dramma che, a togliergli quella ricca musica, rimane un pasticcio di situazioni forzate e di versi spesso inintelligibili”. Per passare da un cronista a un esperto, Fabrizio Della Seta afferma che nell’opera c’è disorganicità ma essa non è un difetto bensì un aspetto ben calcolato. Lei da che parte sta?
LM Il pasticcio è innegabile, non si capisce ad esempio come si perdono i due amanti: sembra che lui sia fuggito abbandonandola e invece, nel testo del Duca di Rivas viene spiegato che lui è stato ferito, lei l’ha creduto morto ecc. La frammentarietà però, son d’accordo, è voluta, già in de Saavedra abbiamo una sequenza di cartoline, di affreschi.
BS E non è quindi un punto di debolezza…
LM Anche se lo fosse, io l’ho esaltata, ambientando l’opera in epoche diverse.
BS Se potesse far parte del cast quale personaggio le piacerebbe interpretare?
LM Fra Melitone, perché io adoro i personaggi comici. Il più affascinante di tutti è senza dubbio Carlo, il cattivo. Ma la goduria che ti dà Fra Melitone è ineguagliabile.
BS Se potesse fare una domanda a Verdi cosa gli chiederebbe?
LM Cosa pensa di questa messinscena.
BS Non posso non chiederle se è superstizioso?
LM Per niente. Tutte le fantasie che girano attorno a quest’opera mi fanno sorridere.
BS Ma avvertirà intorno a sé…
LM Altroché! Basti pensare al Maestro Galoppini: non vuole sentire nominare il titolo sennò entra in stato di agitazione.
BS Per lei, quindi, neanche un po’ d’ansia da 7 dicembre?
LM Non sento l’ansia ma sento l’eccitazione. C’è da parte di tutti un’attitudine senza dubbio diversa, che ci esalta. La cosa che mi emoziona di più è immaginare di poter fare uno spettacolo che arriverà a un pubblico vastissimo attraverso la tv. Non le ho ancora detto che la scena è una ruota che gira, di continuo, la ruota del destino o della fortuna, che dir si voglia. Questo anello, che mi permette di realizzare quasi un piano sequenza cinematografico, si poteva fare solo in un teatro come la Scala. Il fatto poi che possa arrivare a tutti quelli che sono a casa oltre al pubblico in teatro, attraverso un linguaggio quasi cinematografico, è per me davvero esaltante.
BS A proposito di ruota, la sua sta girando bene direi…
LM Sì, facciamola girare. Del resto, se non ora quando!
Biagio Scuderi