L’Apocalisse e la Parola
Monsignor Gianantonio Borgonovo commenta il romanzo di Umberto Eco alla luce delle Scritture. Una riflessione sul valore simbolico della rivelazione, oltre ogni lettura catastrofista

Arciprete del Duomo di Milano e autore di una recente traduzione dell’Apocalisse per Luni Editrice, Monsignor Gianantonio Borgonovo propone una lettura del testo apocalittico, chiarendone il significato originario e mettendone in luce l’impiego narrativo nel Nome della rosa.
ARMANDO TORNO Il nome della rosa di Eco diventa un’opera lirica di Francesco Filidei. Nella prima edizione del libro una sovraccoperta riportava: “Se avesse voluto sostenere una tesi, l’autore avrebbe scritto un saggio (come tanti altri che ha scritto). Se ha scritto un romanzo, è perché ha scoperto, in età matura, che di ciò di cui non si può teorizzare, si deve narrare”.
MONS. GIANANTONIO BORGONOVO Si deve valorizzare quest’opera per quella che è: un romanzo. Non bisogna giudicare il genere con categorie filosofiche, ontologiche, simboliche. Tuttavia, un appunto va fatto: Eco ebbe una concezione di simbolo non fondata ontologicamente, ma vicina all’allegoria. Il simbolo è diverso, è fondato ontologicamente in una storia, a partire da quella umana.
AT Il romanzo ha tre incipit. C’è una finta introduzione, un prologo e l’inizio vero e proprio della storia del primo giorno. L’incipit del prologo cita l’inno al Logos di Giovanni…
MGB Il Logos di Giovanni, termine che rimane greco per la sua molteplice valenza, è fondamentalmente la Sapienza. Quindi, in principio il Logos era presso Dio. Nel Primo Testamento, non appare come memrā - come parola, come logos - ma come sophia o, in ebraico, ḥokmāh, ovvero Sapienza. Non è il logos dei filosofi, ma la Sapienza, definita nel Libro dei Proverbi al capitolo ottavo, versetto 22: “Adonáj mi ha creato inizio della sua opera (ovvero: prima di ogni sua opera), fin d’allora”. I verbi che possono andar bene per tradurre l’ebraico, di fatto sono entrati anche nel Credo Niceno-Costantinopolitano. L’ambiguità di quel verbo ebraico (qānāh: acquistare, generare, creare) è rimasta - generato, non creato.
AT L’opera è ambientata nel novembre 1327. Guglielmo da Baskerville è un francescano inglese che, con il suo allievo Adso da Melk, si reca in un monastero, sede di una disputa tra francescani sostenitori delle tesi pauperistiche, alleati dell’imperatore Ludovico, e i delegati di papa Giovanni XXII, in quel tempo sedente ad Avignone.
MGB Il pauperismo è marginale. Il vero problema, in quegli anni, è la concezione di Dio. Con Giovanni XXII, attorno al 1334, inizia un secolo folle della cultura dell’Occidente in cui Dio è considerato - in sintonia con il nominalismo - un oggetto tra gli altri. Al contrario, di Dio non si può parlare se non simbolicamente. Dio si manifesta rivelandosi ma rimanendo nel Mistero. Quindi: Dio è innominabile, irrappresentabile e indicibile. Questo è il vero problema e tutto si comprende anche dalla codificazione che si fa della lettura dell’Apocalisse.
AT Il nome della rosa ruota attorno a un manoscritto fatale: l’ultima copia rimasta del secondo libro della Poetica di Aristotele, che tratta della commedia e del ridere. Jorge da Burgos, anziano cieco - profondo conoscitore dei segreti della biblioteca e del monastero - ritiene che il mondo sia decaduto, vicinissimo al giudizio finale. Pertanto, si sente investito dalla missione di conservare il più a lungo possibile le verità di fede, così come sono state tramandate. È fermamente contrario al riso, capace di distruggere il principio di autorità e la sacralità del dogma.
MGB Tutto questo fa parte del romanzo. In realtà, siamo in un periodo teologico, filosofico e anche culturale, globalmente parlando, davvero importante. Pensiamo soltanto agli ordini mendicanti e alla rinascita delle università legate ai comuni.
AT La teologia…
MGB La teologia si elabora ma anche rischia molto, perché c’è tutto il nominalismo incombente. È proprio in questo clima che si comprende una figura come Giovanni XXII, lui stesso vittima di una teologia esuberante, con molte cose dipendenti più dal nominalismo che dal Vangelo o dalla Bibbia.
AT A proposito di nominalismo, il titolo richiama un verso di Bernardo di Cluny che chiude il romanzo: “Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus”. Cioè, “Resta la rosa primigenia con il suo nome, noi abbiamo solo nudi nomi”.
MGB Esattamente. È un titolo azzeccato perché il problema vero è proprio questo. Che cosa significa “rosa”? Il nome o la realtà o il simbolo di essa?
AT Nel libro le sette profezie apocalittiche seguono l’ordine degli omicidi, i cadaveri sono rinvenuti secondo uno schema riportato nell’Apocalisse. Come giudica tale legame?
MGB Siamo in un romanzo: lo scrittore è libero. Tutto ciò non ha nulla a che vedere con l’Apocalisse, rilettura della rivelazione biblica. Se qualcuno volesse cogliere tutti gli elementi simbolici, non dovrebbe immaginare il futuro o il cataclisma incombente, ma ritrovare nella Bibbia i rimandi, in visione, della gloria della Sapienza e della Parola incarnate. Noi parliamo di Apocalisse, ma dovremmo ricordare un’apocalittica cristiana che nasce da quella ebraica. Il termine “apocalisse” come è recepito nel senso comune, è sbagliato. Di fronte a un cataclisma eclatante o feroce, noi diciamo: è un’apocalisse. Apokàlypsis è invece un evento positivo, la rivelazione di Dio nella storia. Il compimento di quell’attesa dell’Apocalisse non si è avuta attraverso disastri, ma con il cataclisma per eccellenza: la Croce del Figlio di Dio. L’apocalittica nasce in ambito giudaico proprio nell’attesa di questa irruzione positiva di Dio. Dio interviene nella storia: il come è tutto da determinare. Il Libro di Enoch, il Libro dei Giubilei, in particolare, mettono proprio al centro questo tema.
AT Lei ha curato una nuova traduzione dell’Apocalisse in cui fa notare che non è - come abbiamo pensato - il frutto del lavoro di un greco, ma quello di un ebreo che ha imparato come seconda lingua il greco. Che cosa cambia?
MGB Cambiano molte cose, ma in realtà non cambia niente: il testo è quello. È un greco che va riletto, scritto da un ebreo di madrelingua ebraica; quindi, un greco che risente dell’ebraico. Per tradurre correttamente, si deve leggere il greco, ma poi, in prima istanza, si deve tradurre in ebraico. La costruzione del testo, infatti, deriva dall’ebraico. I tempi verbali, il modo di leggere le cose, sono tutti pensati da un ebreo che parla in greco. L’autore dell’Apocalisse conosce bene tutte le Scritture Ebraiche e confessa il valore salvifico della Croce e del Crocifisso.
AT Una parte della tradizione lo identifica con l’apostolo Giovanni…
MGB La tradizione parla dell’Apocalisse dell’apostolo Giovanni, ma sbaglia. Il testo, presente all’inizio del libro, dice: “Rivelazione di Gesù Messia al mio servo Giovanni”, che viene ripreso nella Seconda e Terza Lettera di Giovanni come presbitero. Quindi non è l’apostolo Giovanni. L’autore fa parte della scuola giovannea, ma l’avrebbe indicato come “apostolo” se lo fosse stato. Invece è il “presbitero”: un altro ministero, una generazione dopo magari, verso la fine del primo secolo dopo Cristo, quando anche la Gerusalemme terrena era già crollata e ben attestabile agli occhi di chi era giudeo: l’antico giudaismo era ormai finito.
AT Il nome della rosa, che è stato oggetto di trasposizioni cinematografiche, di riletture, di commenti, è uno dei libri che hanno venduto di più in questi ultimi decenni. È considerato un giallo apocalittico.
MGB Perché apocalittico? Lasciamo stare l’Apocalisse: è un giallo che sfrutta l’Apocalisse come cava simbolica per utilizzare il suo materiale narrativo.
AT L’Apocalisse è stata utilizzata da teologi ed esegeti per chiarire momenti della storia della salvezza, della rivelazione. Come si comprendono allora questi momenti di catastrofe?
MGB Il messaggio dell’Apocalisse è che non si deve guardare la linea delle cose terrene per comprendere l’evoluzione della storia di Dio. Occorre mettersi al di sopra delle vicende terrene e scoprire ciò che è invece l’“altra Gerusalemme”: quella del cielo, che Dio ha progettato e che a Dio appartiene.
Armando Torno