Il lago dei cigni
Per le persone con disabilità uditiva
Sabato 12 luglio 2025, ore 20 - Visita al palcoscenico ore 18
Per le persone con disabilità visiva
Venerdì 18 luglio 2025 , ore 20 - Visita al palcoscenico ore 18
Introduzione al balletto
Il lago dei cigni, commissionato nel 1875, è il primo dei tre balletti scritti da Čajkovskij e un titolo iconico del balletto tardo-romantico ottocentesco.
La prima versione debuttò nel 1877 al Bol’šoj di Mosca senza particolare successo: il libretto era piuttosto confuso, gli interpreti e la coreografia non di grande valore, ma un’immagine meravigliosa già dominava il racconto: la visione di un “lago di lacrime” che accoglie una principessa trasformata in cigno da un terribile mago. Lì vive insieme alle sue compagne, imprigionate dallo stesso incantesimo. Čajkovskij regalò alla figura malinconica della donna-cigno un tema musicale indimenticabile, in tonalità minore, che si ode già nell’introduzione del balletto, consegnato all’ascolto da oboe, clarinetto e orchestra e presago di un destino infelice. Bisognerà attendere il 1895, al Teatro Mariinskij di San Pietroburgo, per capire a fondo il sublime contrasto tra il lirismo malinconico del cigno bianco, Odette, e la perfidia del suo alter ego, il cigno nero Odile. Due i maestri responsabili del capolavoro coreografico che rese finalmente giustizia alla grandezza della musica di Čajkovskij: Marius Petipa, che coreografò gli atti ambientati a palazzo, e Lev Ivanov che creò i cosiddetti atti bianchi, quelli dei cigni. Una sola la ballerina chiamata ad interpretare il doppio ruolo di Odette e Odile: l’italiana, di formazione scaligera, Pierina Legnani che da allora fu consacrata stella assoluta del firmamento pietroburghese. E fu subito moda: ovunque comparvero fanciulle cigno, nelle boutiques, negli ateliers, nelle riviste e anche sulle scatole di cioccolatini.
Per i Teatri Imperiali di San Pietroburgo, Čajkovskij avrebbe scritto successivamente La Bella Addormentata (1890) e Schiaccianoci (1892). Con Il lago dei cigni la musica per balletto cambia passo: Čajkovskij regala alla danza un respiro nuovo, sinfonico, mai didascalico. Le danze a Palazzo, i grandi e piccoli cigni, i valzer, gli adagi, i temi di Odette, di Odile, la tempesta finale, la tragedia di Siegfried e Odette, due eroi lirici destinati alla morte, trovano in Čajkovskij il loro canto, la loro voce.
La fiaba come fonte di ispirazione
La fiaba, dopo essere stata una delle forme di poesia orale più amata e tramandata, a partire da metà del Settecento, divenne, a pieno diritto, un genere letterario popolarissimo. Le fiabe fornivano materiale prezioso per chi cercava temi popolari da mettere in musica. Nel suo complesso la storia del Lago dei cigni risponde a tutte le caratteristiche della fiaba. Protagonista è un principe in cerca di moglie e la ricerca di moglie è uno degli elementi tipici dei riti di iniziazione del giovane alle soglie della pubertà. L’iniziazione deve avvenire in un luogo segreto, nascosto, e perciò il giovane deve allontanarsi dalla casa paterna: entra di solito in una foresta, fitta, buia, misteriosa. Terminato il rito, superate le prove, il giovane viene considerato uomo, è dunque pronto per il matrimonio. Nel caso del principe Siegfried c’è l’allontanamento dalla casa paterna, la foresta e la caccia che è una delle attività a cui si deve dedicare il giovane durante l’iniziazione. Poi c’è l’incontro con la fanciulla cigno stregata dal mago Rothbart. L’amore nasce intenso ma, per poterlo realizzare, il giovane deve superare delle prove. La prima gli è richiesta dalla futura sposa stessa ed è la fedeltà; la fanciulla è costretta a ritornare nell’incantesimo e sotto forma di cigno aspetta la liberazione. Subentra poi il demone tentatore, il cigno nero, il sortilegio che sta per distruggere la felicità del giovane e della promessa sposa. Uno dei tradizionali ostacoli che nelle fiabe mettono alla prova l’eroe è proprio quello di riconoscere la persona amata o in mezzo ad altre eguali o tra due che sembrano identiche anche se con caratteristiche opposte. La somiglianza è magica, perversa e il principe sta per cedere. La promessa sposa si dispera e sembra condannata all’eterna schiavitù. Ma ecco che subentra la lotta tra la forza pura dell’eroe e l’incantesimo demoniaco del mago: le forze della natura sembrano dalla parte del male e il principe non salva la fanciulla cigno dal sortilegio. La grande vittoria del principe avverrà oltre la morte stessa nell’eternità. Odile e Rothbart sono la menzogna, la violenza, la perfidia, la negatività. Odette è la purezza, l’energia positiva dell’amore, dunque della continuità della vita. Siegfried si dimostra uomo, supera la prova dell’iniziazione e può avviarsi con tutto il suo coraggio verso il compimento dell’impresa anche se nell’aldilà. Il messaggio che ci manda la storia di Siegfried e Odette è come quello di tutti i racconti di magia, universale: l’uomo è chiamato alla lotta, alla prova al superamento. Solo così, dimostrando forza, generosità, decisione ottiene l’oggetto del desiderio, ottiene il risultato, si avvia sulla strada dell’evoluzione, non necessariamente su questa terra.
*tratto dall'articolo di Fausto Malcovati per il programma di sala della Stagione 2022/2023.
Il lago dei cigni di Nureyev
Cosa rende il Lago dei cigni di Nureyev diverso da tutti gli altri? Nel corso degli anni Nureyev ha riletto il personaggio di Siegfried secondo una sensibilità che si veniva affinando e approfondendo alla luce delle sue personali esperienze. Una prima ribellione contro la tradizione avviene nel suo rivedere il ruolo del Principe, fino ad allora considerato un personaggio secondario rispetto a quello della Principessa-cigno: una ribellione realizzata semplicemente con l’aggiunta di variazioni tecnicamente difficili ogni volta che fosse chiamato ad interpretare il ruolo di Siegfried. Quando gli verrà affidato l’incarico dall’Opera di Viènna di rimettere in scena il balletto, Nureyev inizia quel percorso che lo porterà ad una piena realizzazione della sua visione personale della storia. Sarà con l’allestimento del 1984 che si compirà appieno la lettura del grande ballerino e coreografo russo: egli coglie l’essenza sotterranea dei personaggi fiabeschi del Lago, gli intrecci dei loro destini, e tenta di renderne in scena tutte le valenze simboliche senza tradirne l’autenticità umana. Non sono estranei alla sua lettura alcuni caratteri autobiografici ma non tanto riferiti ad accadimenti quotidiani quanto relativi ad una autobiografia dello spirito: uno spirito inquieto e solitario alla perenne ricerca di qualcosa – forse l’Amore, quello eterno, romantico e appagante. Il 1984 è anche l’anno in cui si iniziano a palesare i primi sintomi della malattia, forse si tratta solo di una coincidenza ma nel Lago dei cigni la morte sembra stendere ovunque la sua ombra sinistra, anche sui momenti apparentemente più lievi. Il segno della morte, il segno della sconfitta senza consolazioni, l’inseguimento perenne di un ideale che si sa irraggiungibile sono caratteristiche esemplari dell’eroe romantico che per Nureyev è il principe Siegfried. Come tutti gli eroi romantici Siegfried fugge i limiti imposti dalla realtà per inseguire il sogno dell’Assoluto.
“Il lago dei cigni è per me un lungo sogno del principe che, nutrito di letture romantiche che hanno esaltato il suo desiderio di infinito, rifiuta la realtà del potere e del matrimonio che gli impongono la madre e il precettore. È lui, quindi, che per sfuggire al malinconico destino che gli si prepara, fa entrare nella sua vita la visione del lago. Nella sua mente nasce un amore idealizzato e la proibizione che esso comporta: di qui il cigno nero e Rothbart, figure speculari, trasposizioni negative del cigno bianco e del precettore. Quando il sogno svanisce la ragione del principe non potrà sopravvivere.”
Chiave di volta per la comprensione della trama, oltre all’artificio retorico del sogno, è la sovrapposizione dei personaggi del precettore e del mago Rothbart simbolo del male, dell’autorità castrante, dello spirito distruttore che si oppone all’ideale dell’eroe. Con il suo Lago Nureyev sembra quasi dire che la vita è sogno e che il risveglio è morte.
Scene di Ezio Frigerio e costumi di Franca Squarciapino
Per questo allestimento Ezio Frigerio ha creato un impianto scenico costruito e allo stesso tempo essenziale: con un’accurata sintesi architettonica muri e colonne restituiscono uno spazio atemporale. Frigerio lascia al ballo un ampio spazio centrale, largo 14 metri e profondo 15. Il limite di questa area è segnato a destra e sinistra da quinte in guisa di muri del palazzo che terminano, verso il centro, con una coppia di colonne. In fondo a questo spazio una bassa scalinata di sei graditi e larga undici metri. La scalinata conduce a un piano rialzato che si protrae, fino fuori scena. Dietro questo pianerottolo, nell’arco dello spettacolo, si susseguono fondali diversi, che costituiscono i diversi panorami (ora il lago, un cielo, un elemento architettonico).
Nei lavori scenografici per la lirica l'impronta di Frigerio è sempre stata fortemente architettonica: un’architettura sempre costruita ma mai solamente descrittiva. Per il Lago dei cigni pur trattandosi di un balletto, e quindi con esigenze spaziali differenti, Frigerio rimane fedele alla propria impronta anzi, raggiunge con questo spettacolo un notevole livello di astrazione lavorando sull’assenza di colore volvendo in un grigio indefinito che varia e muta ad ogni variazione luminosa.
Creare i costumi per questa storia significa lavorare su due gruppi di personaggi e due mondi ben distinti: da un lato l’ambiente festante e giocoso della corte del principe, dall'altro il mondo lunare e onirico delle donne cigno. In linea con la scelta di pulizia e sintesi della scenografia, i costumi dei cigni non presentano piume vere, bensì di organza, bordate da spesse cuciture che conferiscano allo stesso tempo leggerezza e una tridimensionalità architettonica alla silhouette. È però nella varietà dei costumi della corte che si può apprezzare il rapporto simbiotico tra costumi e scenografia. La silhouette delle donne di corte si concretizza con abiti con la vita altissima, sotto il seno, da cui parte una gonna morbida, lunga e leggermente svasata. Le maniche, a sbuffo più o meno ampio, scendono lunghe e strette fino al polso. Gli uomini indossano una calzamaglia mentre nella parte superiore indossano una giubba dalle maniche lunghe, con fogge diverse.
Le organze e gli chiffon delle donne, i velluti e i lamé degli uomini, sono guarniti da passamanerie e ricami molto strutturati che aggiungono al costume una componente architettonica.
Come già per le scene, anche nei personaggi un lavoro di sintesi ed astrazione rende difficile inquadrare l'ambientazione in un contesto storico temporale preciso. Ci sono echi gotici e trecenteschi, ma anche rimandi al primo Novecento e all’art nouveaux.
I tessuti diventano rarefatti grazie all'infinite impercettibili sfumature delle palette tenui. Delicati rosa che sfociano nel lilla, accostati a verdi e azzurri tenui e arancio pallido. Contribuisce a questa cangianza impalpabile anche la scelta di tessuti con filamenti metallici e brillii. Queste scelte fanno sì che i costumi non siano mai una macchia di spicco, né di linea né di colore, sulla composizione delle scene. Al contrario, come la scenografia, essi prendono vita e si potenziano assorbendo le diverse situazioni luminose dello spettacolo.