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Falstaff

Per le persone con disabilità uditiva
Sabato 26 gennaio 2025, ore 14:30 - Visita al palcoscenico ore 12:30

Per le persone con disabilità visiva
Sabato 1 febbraio 2025 , ore 20 - Visita al palcoscenico ore 18

 

Introduzione all’opera

LIS

Il 27 novembre del 1890 dalle pagine del Corriere della Sera si venne a conoscenza di quello che fino ad allora era stato un ben custodito segreto: il Maestro Giuseppe Verdi all’età di settantasette anni aveva già scritto più di metà di una nuova opera comica tratta da Shakespeare ed intitolata Falstaff. Fu una notizia di portata enorme dal momento che sia il pubblico, che i critici, che gli stessi musicisti, legavano il nome del compositore ad una brillante serie di opere tragiche che andavano dal Nabucco del 1842 all’Otello del 1887 che, a tutti gli effetti, veniva considerata l’ultima opera capolavoro del compositore di Busseto: da tutti tranne che da Arrigo Boito. Se non fosse stato per l’insistenza del librettista, Otello sarebbe forse rimasta l’ultima opera di Verdi e se non fosse stato per la dedizione di Boito a Verdi e il desiderio di far risuonare ancora una volta ‘il colosso di bronzo’, come Boito chiamava il compositore, Falstaff non sarebbe stata composta. Verdi dopo l’Otello non aveva affatto smesso di comporre ma si era dedicato a brevi composizioni di carattere sacro. Nell’estate del 1889, come riportato dalla Gazzetta Musicale, durante una conversazione tra Verdi e Boito il compositore fece cenno di aver dedicato qualche pensiero ad un’opera di soggetto comico e Boito che ben sapeva dell’amore di Verdi per Shakespeare, prontamente, gli fece una proposta alla quale probabilmente aveva già iniziato a lavorare e che sottopose a Verdi nel giro di pochissimo tempo. La risposta del maestro fu: Caro Boito, Benissimo! Benissimo!... ma il pensiero dell’età, la preoccupazione di non poter finire l’opera erano sempre presenti: avete mai pensato alla cifra enorme dei miei anni? … potrei essere tacciato di grande temerarietà nell’assumermi tale incarico! E se non reggessi alla fatica? E se non arrivassi a finire la musica? Eppure, l’entusiasmo per il testo di Boito era tale che … Facciamo addumque Falstaff! Non pensiamo pel momento agli ostacoli, all’età, alle malattie!  E così il 9 febbraio del 1893 Falstaff debuttò al Teatro alla Scala e, a seguire il debutto, 22 repliche ed una tournée italiana ed europea che si concluse a giugno dello stesso anno.

 

La regia di Giorgio Strehler

LIS

Il 7 dicembre 1980 una nuova inaugurazione scaligera venne affidata a Giorgio Strehler. In scena c’era l’ultima partitura verdiana, Falstaff, che il regista decide di ambientare lontano da Windsor e dalla vecchia Inghilterra. L’interpretazione di Giorgio Strehler del Falstaff di Verdi è una delle più iconiche e analizzate, soprattutto per l’approccio innovativo al personaggio e all’opera nel suo complesso. Strehler ha scelto di rappresentare Falstaff non tanto come il classico ‘vecchio satiro’ e buffone ma come una figura complessa, capace di suscitare sia il riso che la compassione. L’obiettivo di Strehler è stato di mettere in luce la profonda umanità del personaggio che invecchia e si trova, suo malgrado, di fronte alla fine della sua vitalità. Nella vecchiaia di questo Falstaff non c’è solo la vecchiaia di Verdi ma anche quella di Strehler che la elabora con dolcezza e melanconia riuscendo a toccare, con questo allestimento, le corde più profonde dello spettatore. Strehler era un buon musicista, lo era da un punto di vista tecnico e lo era anche come ascoltatore.  Questo gli ha consentito di fare un lavoro minuzioso con i cantanti: ogni gesto e movimento li ha studiati accuratamente, costruendoli innanzitutto su sé stesso: facendo e rifacendo ogni azione sul ritmo del canto e del respiro; tutto è stato pensato e calcolato in maniera quasi ossessiva, tutto è stato studiato nei dettagli al punto che alla fine il risultato è stato talmente giusto che ogni artista, che nel corso degli anni ha interpretato i diversi ruoli dell’opera, non ha potuto far altro che scivolare con grande naturalezza dentro i panni dei personaggi così come Strehler li aveva concepiti nel 1980, senza sforzo e indossandoli come se fossero stati tagliati su misura.

 

Le scene e i costumi di Ezio Frigerio

LIS

In accordo con la propria cifra stilistica, anche per Falstaff Frigerio progetta una scena realistica: una grande scenografia padana, che rimanda a ciò che Verdi aveva sotto gli occhi, nella villa di Sant’Agata, mentre componeva, appunto, la sua ultima opera.
Frigerio stesso riferendosi al suo Falstaff parla di “apparente realismo” ossia una visione poetica della realtà, spesso velata dal ricordo e da una sfumatura malinconica. Da un punto di vista strutturale Frigerio edifica cascinali con portici di mattoni, pilastri, fienili ma, tramite espedienti di colori e materiali, l’atmosfera che rimanda appare come un’immagine sognata. In Falstaff l’ambiente contadino della cascina è come se fosse immortalato da un ricordo giocoso e rubicondo: non c’è fatica sugli abiti consunti dal sole, l’umidita della pianura non è penetrante ma calda.
L’atmosfera rarefatta e di sogno è resa con degli espedienti scenografici per cui i mattoni sono scolpiti, ma i bordi risultano sfumati perché rivestiti con reti e tulle di scena, che ammorbidiscono la durezza naturale della materia.  La tecnica pittorica usata per gli intonaci e i mattoni non è uniforme, ma tutto è colorato con tantissime goccioline di colore che nell’insieme suggeriscono il colore uniforme del mattone stesso ma che al contempo aiutano a sfumare i contorni e a rendere tutto un po’ meno nitido.
Un fondale di tulle di scena (ossia una retina molto fitta) posto sul fondo della scena, sfuma l’orizzonte e le cascine in lontananza.

Anche nei costumi Frigerio porta avanti il medesimo realismo poetico.  I costumi riprendono l’abbigliamento della metà del 1500, guardando però ad un contesto di campagna: questo si evince dalla semplicità senza pretese dei tagli degli abiti e dai tessuti scelti (perlopiù cotoni, lane o tessuti grezzi).
Per arrivare a quell’effetto rarefatto, di ricordo, i costumi sono stati dipinti con la tecnica dello spruzzo, che permette di avere parti con colore più intense e altre più sbiadite, quasi una coloratura non finita e abbozzata. In questo caso, inoltre, le sfumature della spruzzatura ricordano i tessuti corrosi dal sole della vita di campagna e dall’usura: tuttavia questo mondo contadino, come dicevamo, non è realistico, ma sognato: per cui non c’è la fatica del lavoro dei campi su quegli abiti e nemmeno la loro usura, ma solo il ricordo felice della vita di campagna.

 

Sinossi

Atto Primo

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Poche opere iniziano con uno spunto così energico come quello con cui inizia il Falstaff di Verdi. Non c’è traccia delle familiari ouverture, preludi, introduzioni o cori introduttivi di precedenti opere verdiane. Qui tutto è stato abbandonato per gettarsi a capofitto nel cuore della storia: sette battute di musica che ci trascinano subito in una vicenda che si svolge serrata nell’arco di una sola giornata. Sir John Falstaff, ha scritto due lettere d’amore ad Alice Ford e Meg Page per cercare di sedurre una delle due e, con un possibile matrimonio, tentare di migliorare le sue finanze. Liquidato bruscamente il Dr. Cajus, venuto a lamentarsi dei suoi servi disonesti Bardolfo e Pistola, Falstaff ordina ai due di consegnare le lettere ma essi si dicono indisponibili ad un’azione tanto disonorevole e Falstaff, dopo averli licenziati, affida le lettere a un giovane paggio. Le quattro comari: Alice Ford, Meg Page, Madama Quickly e Nannetta – figlia di Alice e di Ford - leggono le lettere che si rivelano identiche e, intuito il gioco di Falstaff, decidono di prendersi gioco del vecchio cavaliere. Nel frattempo, Ford, il Dr. Cajus e il giovane Fenton vengono a conoscenza, tramite Bardolfo e Pistola, dei piani di Falstaff e Ford, per verificare che la moglie non lo tradisca, decide di tenderle un tranello, rivolgendosi proprio a Falstaff.

Atto Secondo

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In rapida sequenza prima Bardolfo e Pistola, e poi Madama Quickly, si recano all’osteria da Falstaff: i primi per perorare un incontro con un certo Mastro Fontana (che altri non è se non Ford sotto mentite spoglie) che desidera regalare del vino a Falstaff, l’altra per organizzare un appuntamento galante tra Falstaff e Alice. Salutata Madama Quickly ecco quindi arrivare Ford che prega Falstaff, dietro lauta ricompensa, di sedurre Alice. Gonfio di vanità Falstaff, accetta i soldi che Ford gli offre per sedurre la moglie. Ford, però, venuto a sapere dallo stesso Falstaff che di lì a poco ha un appuntamento galante proprio con Alice è furioso e geloso al pensiero che la moglie lo tradisca. Nel frattempo, Alice, Meg e Quickly preparano la beffa al vecchio cavalier Falstaff. Quando questi arriva, inizia a corteggiare goffamente Alice, dopo poco Meg - secondo il piano architettato tra le amiche - corre a informarli dell’arrivo di Ford. Ma Quickly arriva a sua volta con la notizia che Ford sta arrivando per davvero con il Dr. Cajus, Bardolfo, Pistola, Fenton e tutto il vicinato. Le donne nascondono Falstaff nella cesta dei panni e ingannano Ford, che credendo di scoprire Falstaff dietro ad un paravento trova invece la figlia Nannetta insieme al giovane Fenton. Alice a quel punto ordina ai servi di gettare la cesta dei panni con dentro Falstaff nel fiume. Ford, venuto a conoscenza dello scherzo organizzato dalla moglie, non può che plaudire all’astuzia di Alice.

Atto Terzo

LIS

Falstaff, dopo essere stato umiliato, si lamenta della burla mentre Quickly cerca di convincerlo a partecipare a un nuovo incontro con Alice, questa volta travestito da Cacciatore Nero. Alice organizza una nuova mascherata ma questa volta non solo con l’aiuto delle altre comari bensì anche di Ford e dei suoi amici. Quando Falstaff arriva all’appuntamento notturno, viene ingannato da un finto corteo fatato. Secondo la tradizione infatti, chi guarda la regina delle fate è destinato a morte certa, quindi Falstaff si rannicchia ai piedi di una grande quercia nella speranza di non vedere e non essere visto. Ma le finte fate e i finti spiritelli del bosco lo torturano fin quando non giura che mai più si sarebbe comportato male. Nel frattempo, Alice riesce ad impedire che Nannetta sposi Dr. Cajus secondo i desideri di Ford e, alla fine, questi approva il matrimonio tra la figlia e Fenton, che è il vero amore della ragazza. L’opera si conclude tra il divertimento generale alle spalle di Falstaff e con la rivelazione che l’amore vero e la felicità risiedono nelle scelte sincere e nei matrimoni basati sull’affetto e non sull’interesse o sull’inganno.