Prima delle prime - Paquita
Ridotto dei palchi “A. Toscanini” Teatro alla Scala con Amici della Scala Ingresso libero fino a esaurimento posti |
Valentina Bonelli
Carattere gitano di un classico romantico
(con video)
Dall'11 al 26 giugno, un nuovo importante debutto per la Scala e il suo Corpo di Ballo, che aggiunge ora al suo repertorio la sua prima Paquita, quella firmata da Pierre Lacotte nel 2001 per l’Opéra di Parigi, città che ne vide la nascita nel 1846 come balletto pantomima in due atti di Joseph Mazilier, musica di Delvedez, Carlotta Grisi nel ruolo eponimo e Lucien Petipa come partner, all’Académie Royale de Musique. In questo incontro Valentina Bonelli ripercorrerà la avvincente storia di una produzione che, come Giselle, condivide il destino di balletto romantico francese estinto in patria, sopravvissuto in Russia dov’era emigrato, e finalmente tornato a Parigi, benché in altra forma: «due le storie di Paquita: la francese, lunga solo cinque anni, e la russa, mai del tutto estinta, a spiegare un balletto stratificato come pochi altri del repertorio dell’Ottocento. La vague nostalgica dell’Impero napoleonico e l’infatuazione per le danze spagnole contribuiscono al successo del balletto, che tra le capitali europee dove appare (anche a Milano) si radica in Russia, dopo il debutto a San Pietroburgo. La mano di Marius Petipa, appena ingaggiato dai Teatri Imperiali, si ritrova nella fantasia delle composizioni classiche e nell’estro delle danze spagnole. In sessant’anni di carriera Petipa revisionerà più volte il balletto, sino alla forma definitiva di grand ballet imperiale. E siamo all’inizio del Novecento: Paquita torna in Occidente grazie a tournées di ballerini russi o nel solo Divertissement. Inizia dunque la terza vita del balletto, che ha Pierre Lacotte tra gli artefici: a lui si deve la prima produzione del balletto integrale in Occidente nel nostro secolo. Del balletto romantico Lacotte era un appassionato conoscitore, sin dalla giovinezza: la sua Paquita, non una ricostruzione bensì un allestimento alla maniera dell’epoca, è basata, come egli stesso ha svelato, su fonti documentaristiche e composizioni “originali” in stile. Virtuosismo e brillantezza di esecuzione concorrono a restituire lo stile richiesto dal maestro, con un fraseggio coreografico punteggiato dalla pantomima di tradizione ottocentesca ma rinfrescato dall’evoluzione della tecnica odierna. Sostenuto da una partitura arrangiata e orchestrata da David Coleman, illustrato dalle scene e dai costumi di Luisa Spinatelli, rinnova lo spirito leggiadro e audace dell’antico balletto».
Critico di danza e storico di balletto, Valentina Bonelli scrive per Vogue Italia, Ballet2000, Music Paper ed è corrispondente per le riviste Dance Europe (UK) e Dance Magazine (Giappone). Ha tradotto e curato le Memorie di Marius Petipa (Gremese 2010) e i suoi Diari (DNZ Media 2018) e firmato numerose pubblicazioni sui legami tra balletto italiano e russo nella seconda metà dell’Ottocento.
