Vita d’eroe

A 95 anni appena compiuti, Pier Luigi Pizzi ripercorre una vita in palcoscenico: dalla prima volta alla Scala da bambino a un’agenda sempre pienissima. Tra Callas, Gavazzeni, Fracci e soprattutto nessun rimpianto
Pier luigi pizzi

Il 15 giugno Pier Luigi Pizzi festeggia i suoi primi 95 anni “con i pochi amici veri, perché non ho più voglia di fare vita mondana” e naturalmente “con mio figlio Massimo, la persona che più conta, con cui divido anche momenti di confronto e collaborazione nell’attività professionale”. Ma poiché Non si può mai stare tranquilli, come da titolo della strepitosa autobiografia scritta con Mattia Palma, al Gran Regista è toccata anche l’intervista celebrativa.

ALBERTO MATTIOLI Novantacinque anni portati come se fossero venti di meno. Dov’è il trucco?
PIER LUIGI PIZZI Non saprei. Anzi, sì: non sentirli.

AM Naturalmente, di pensione non si parla. Fino a quando l’agenda è piena?
PLP Parecchio in là, sicuramente l’anno prossimo, ma credo anche dopo. L’importante è arrivarci, poi viene il resto. Quando mi propongono qualcosa di interessante, dico di sì e poi aggiungo: vedremo. Beh, se non ci sarò io, ci sarà qualcun altro.

AM Lei è milanese. Si ricorda la prima volta alla Scala?
PLP Me la ricordo benissimo. Avrò avuto sei o sette anni e mia madre mi portò a una matinée di Hänsel e Gretel di Humperdinck, naturalmente in italiano come usava allora. Non la dimenticherò mai. Rimasi affascinato e ricordo che dissi: devo passare il resto della mia vita qui dentro. Mi colpì soprattutto l’inizio dello spettacolo, quando si spensero le luci della sala e restarono accese quelle dei palchi, una penombra misteriosa in cui si preparava un rituale straordinario. È cominciato tutto quel pomeriggio, e nella vita ho fatto quel che decisi di fare allora. Chiesi subito ai miei genitori di portarmi a teatro appena possibile. Scoprii il Gerolamo, che frequentavo moltissimo. Era un nutrimento quotidiano.

AM E la prima volta alla Scala, ma da artista?
PLP Alla Piccola come scenografo per Il signor Bruschino di Rossini, importantissimo per me soprattutto perché fu l’incontro con Gianandrea Gavazzeni, che ho molto frequentato e molto amato. Avevamo un bellissimo rapporto, parlavamo di tutto, soprattutto di pittura e di letteratura. Con lui anche in teatro è stata subito intesa perfetta. Meno con il regista, Sandro Bolchi. Non ci eravamo parlati prima delle prove e ci siamo trovati a fare uno spettacolo su due linee stilistiche diverse: per Bolchi, il Bruschino era una farsa; per me, no.

AM È teatro dell’assurdo ante litteram.
PLP Certo, e Gavazzeni si schierò con me, dandomi ragione. Poi venne la prima opera alla Scala “vera”, Il trovatore con la regia di Giorgio De Lullo per il Sant’Ambrogio del ʽ62. Un 7 dicembre sempre con Gavazzeni, e poi Corelli, Stella, Bastianini e il debutto della Cossotto come Azucena. Subito dopo, tornai alla Scala con Gavazzeni per La Cenerentola, protagonista Giulietta Simionato. Ho avuto fortuna.

AM Prima, però, c’era stato il balletto.
PLP Sì, alla Scala “grande” debuttai con un balletto, Le donne di buonumore, soggetto goldoniano con musica di Scarlatti, protagonista Carla Fracci alle sue prime mosse in palcoscenico. In contemporanea, alla Biennale di Venezia mettevo in scena Le morbinose di Goldoni, cioè la stessa commedia del balletto, con la regia di De Lullo. Una coincidenza che mi ha molto divertito.

AM Torniamo a Gavazzeni.
Uomo coltissimo, collezionista d’arte. Musicista atipico, ci siamo intesi molto bene per questo, perché i musicisti di solito non sono colti. Poi sapeva che ero mattiniero come lui, quindi mi chiamava al telefono alle sette del mattino, era un buon modo di cominciare la giornata.

AM Per un artista, perché la Scala è così speciale?
PLP Agli inizi, in quegli anni l’ho percepito come un ambiente difficile, addirittura a tratti ostile. Ghiringhelli e Oldani erano personaggi introversi. Molto aperti e disponibili quando si trattava, poi a contratto firmato tutto diventava difficile, come se tu dessi noia e temessero delle scocciature. Il risultato era che quasi ti evitavano. Quindi è stato di grande conforto avere Gavazzeni come direttore artistico. Con Claudio Abbado ho avuto un bellissimo rapporto, facemmo Lucia di Lammermoor e Oedipus Rex di Stravinskij, che è stato un momento molto importante e dove ho apprezzato enormemente il lavoro di Claudio. Poi, quando non ero più solo scenografo ma anche regista, c’è stata l’epoca di Muti, molto intensa e culminata in Armide di Gluck, un po’ la summa delle mie esperienze barocche.

AM Lei fu uno dei primi ad ambientare un’opera nell’epoca in cui fu scritta: i famosi Vespri siciliani nell’Ottocento.
PLP Era il 7 dicembre 1970. Ebbi l’intuizione di collocare l’opera in epoca risorgimentale. De Lullo era d’accordo, ma era un’idea un po’ nuova e bisognava avere il consenso di Gavazzeni, che avrebbe diretto. Andai a trovarlo a Bergamo, gli spiegai il progetto e lui mi disse: “Mi piace, andiamo avanti”. C’è stato chi ha apprezzato e chi no. Ma con il tempo mi sono convinto che non ci si deve arrabbiare se ci sono dei detrattori: è impossibile accontentare tutti.

AM Anche Pizzi vittima dei “povero Verdi”!
PLP Beh, le contestazioni pesanti arrivarono più tardi, quando con Ronconi facemmo il Ring, nel ʽ74. La Valchiria suscitò molti entusiasmi e molte riserve. La sera della prima, mentre la platea fischiava (sì, perché ci fischiò la platea, non il loggione), Fedele D’Amico venne davanti alla buca dell’orchestra urlando: “Bravi, bravi, non hanno capito niente”. Invece Piero Buscaroli scrisse che eravamo dei delinquenti. Io continuo ad avere degli estimatori ma anche qualche incallito detrattore.

AM Quel famoso Ring che non si concluse alla Scala ma al Maggio…
PLP Alla Scala si interruppe quando ci fu il caso di Wolfgang Sawallisch che non se la sentiva più di andare avanti. Con me aveva stabilito un buon rapporto, tanto che voleva andarsene dopo la Valchiria; ma quando gli portai il Sigfrido decise di dirigerlo, però la relazione con Ronconi si guastò definitivamente. Allora Massimo Bogianckino ripropose il nostro Ring al Maggio facendo tutte e quattro le opere e nell’ordine giusto, visto che alla Scala avevamo iniziato con Valchiria.

AM L’opera si fa meglio oggi o quando ha iniziato lei?
PLP Non saprei. Di certo, è completamente diversa. Io non sono un passatista, vado con i tempi, trovo che effettivamente quando cominciai c’era un altro modo di fare teatro, la tradizione procedeva pesantemente ma c’erano anche molte proposte nuove, benché tutte nel rispetto della musica e, in qualche modo, anche del libretto. Poi con il teatro di regia le cose sono molto cambiate, nel bene e nel male ci siamo abituati a vedere un teatro musicale diverso. Abbiamo già parlato di quei Vespri: anch’io ho fatto proposte innovative e rinnovato il linguaggio scenico, ma sempre a modo mio. Con gli anni, ho scoperto che lavorare per sottrazione è molto più interessante e più produttivo. Da scenografo mi ero tolto tutti i capricci, ho realizzato spettacoli anche faraonici, ma mai solo per il gusto di fare le cose in grande. Pensiamo all’Aida con Abbado, quella portata poi a Monaco nel ʽ72 per quelle tragiche Olimpiadi. Avevo proposto un’Aida quasi minimalista, come reazione a quella di Zeffirelli e di Lila De Nobili che era uno sfarzoso omaggio a quella della creazione ottocentesca. Bellissima, specie per il valore pittorico di De Nobili. Ma io sentii il bisogno di un’Aida tutta diversa, dove il trionfo era quasi imbarazzante, non da enfatizzare, per nulla il culmine della serata. L’attenzione era tutta concentrata sui personaggi, sulla parte intima dell’opera. Fui molto attaccato, mi accusarono perfino di pauperismo. Del resto, un titolo popolare come Aida l’ho messo in scena almeno cinque o sei volte in maniera sempre diversa, cercando sempre di trovare una chiave di lettura particolare. Ripetere le stesse cose mi annoia. Ho sempre voluto essere molto rigoroso, ma anche trovare il modo di divertirmi. L’ironia mi ha sempre salvato.

AM Qualche collega che le piace?
PLP Direi Robert Carsen. E poi Damiano Michieletto.

AM La voce più incredibile che abbia sentito?
PLP Dipende da cosa si intende per incredibile. Una voce che mi ha colpito è quella di Leyla Gencer, perché con lei ho avuto delle esperienze di vita e di teatro molto speciali. Poi ovviamente la Callas, ma potrei citare tanti altri personaggi: Renata Scotto, con cui ho lavorato molto, Cossotto, Simionato, eccetera.

AM Tutte donne, anzi primedonne. E gli uomini?
PLP John Vickers. Mi aveva molto colpito nell’Otello con Karajan a Salisburgo; andai a sentirlo con Dino Ciani e tornammo anche l’anno successivo, perché questo artista ci aveva davvero impressionato. Poi feci Parsifal con lui a Chicago e fu un’esperienza straordinaria. Fra le più giovani, cito Anna Caterina Antonacci e Mariella Devia. Oggi mi piace molto Lidia Fridman, l’ho scoperta io.

AM L’opera che vorrebbe che la Scala le chiedesse?
PLP La Scala non mi chiederà più nulla. Ma ci ho fatto tantissimi titoli, oggi mi piacerebbe Billy Budd.

AM Che peraltro alla Scala non è mai stato rappresentato. Lo spettacolo d’opera più bello suo o di altri?
PLP No, non posso rispondere, sono tanti, troppi. Faccio teatro da più settant’anni e a teatro sono sempre andato anche da spettatore, perché ho voglia di vedere cosa succede intorno a me. Dei miei spettacoli, posso dire che anche quelli meno riusciti hanno contato qualche cosa.

AM Rimpianti?
PLP Facciamo gli scongiuri. Qualcuno magari c’è, ma sono secondari rispetto a tutto quello che ho avuto. Il teatro mi ha dato moltissimo. Il cinema all’inizio l’ho fatto, mi ha permesso di togliermi parecchi capricci ma mi annoiava da morire, con tutte quelle attese interminabili. Il teatro invece non mi ha mai annoiato, anche nelle situazioni meno felici ho sempre trovato modo di divertirmi. Ho passato in teatro la maggior parte della mia vita e non lo rimpiango per nulla. Era quello che volevo, come avevo capito a sei anni, alla Scala.

Alberto Mattioli