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Artisti, giornalisti, pubblico: Natalia Aspesi racconta la sua Scala frivola e serissima, cominciata con Maria Callas in Anna Bolena

natalia aspesi

“Piccino, non importa se un altro scrive prima, io scriverò meglio”. Questa frase, ascoltata per anni con vezzeggiativi più o meno perfidi, mi ha sempre confortato: in un ambito in cui ci sono molti contenuti ma le notizie tocca inventarsele, un lampo di saggezza. D’altra parte l’ufficio stampa, anche quando piccino lo era davvero, non si è mai sognato di prenderla come un’autorizzazione: Natalia sarebbe uscita sempre per prima (e spesso in prima, per la gioia di tutti). Natalia Aspesi ha da poco compiuto novantacinque anni, due terzi dei quali scanditi dagli eterni risotti del 7 dicembre alla Scala, contrappuntati poi dai crème caramel da centomila tuorli a Pesaro ogni agosto. Mi riceve in un abito a grandi fiori bianchi e azzurri nella sua casa luminosa, seduta alla scrivania coperta di libri davanti al computer su cui sta scrivendo un articolo su Truman Capote. Per prima cosa mi mostra il catalogo della mostra sulle mogli di Enrico VIII alla National Portrait Gallery, storie di regine usate, maltrattate e uccise, e mi chiede di Emma Dante, che avevamo incontrato insieme pochi mesi fa per parlare della sua Rusalka colorata e carnale. Elementi di una geografia femminile destinata ad affiorare più volte nella conversazione. Ma siamo qui per parlare della sua vita alla Scala. Alla domanda sulla sua prima volta nel gran Teatro risponde di non ricordare nulla, poi racconta subito.

“Venivo con un collega del Giorno che mi portava in barcaccia. Nel portafoglio teneva la foto gualcita della fidanzata che lui adorava e che naturalmente, poverina, era morta. Io all’inizio speravo che magari mi sposasse, poi mi hanno detto che oltre all’amica defunta aveva degli amici: allora nascondersi era anche inevitabile. Lui comunque mi obbligava a leggere i libretti e poi mi interrogava. Vidi Anna Bolena con la Callas nello spettacolo di Visconti, non posso dimenticare lei in quell’abito di velluto blu. E poi non ho dimenticato Norma, meravigliosa, con la Simionato che mi sembrava già vecchia e aveva 45 anni”.

PAOLO BESANA Quando hai cominciato a scrivere della Scala?
NATALIA ASPESI Io ho cominciato a Repubblica prima che fosse fondata. Scalfari è venuto a Milano in cerca di collaboratori, ha visto che ero vivacina e mi ha detto che avrebbe fatto questo giornale ma non sapeva se avrebbe funzionato o no: era il 1976 e sono ancora lì. Della Scala mi occupavo già da quando ero al Giorno: facevo la spiritosa, quella che raccontava le stupidaggini, anche pettinata con i boccoletti. Mi divertivo a guardarmi intorno e i pezzi li inventavo al momento, non facevo parte di quel mondo. La mia mamma era maestra, venivamo dalla guerra, eravamo dei poveretti e mi piaceva parlare maluccio di questa gente bella, importante e coi titoli che guardandola da fuori mi sembrava abbastanza ridicola. Ma devo dire anche che rispetto alla Scala io ho sempre avuto la sicurezza di non saper nulla, di non conoscere la musica o come funzionasse il teatro. Io non ero abituata alle cose belle, quindi quando arrivavo avevo anche un punto di vista di soggezione. Davvero non ero mai stata al centro di tanta bellezza. C’era la Castelbarco, elegante e bellissima con sua madre Wally Toscanini. Era il gran mondo e prendevo tutti un po’ in giro, però mi piaceva.

PB Sullo schermo del computer hai un pezzo su Truman Capote: scrivendo di società e soprattutto di alta società hai mai avuto dei modelli?
NA Non direi. Sai, nel giornalismo non c’erano donne, e ci trattavano un po’ come streghe. A Repubblica ero l’unica e dopo sette mesi sono diventata inviato perché in redazione non mi volevano, anche se poi siamo diventati tutti amici perché io fingevo di non capire nulla e chiedevo consigli umilissimi: “tu che lo sai fare…”. Al Giorno c’era stata Adele Cambria, bravissima. E poi c’era Camilla Cederna, di lei ho tantissimi ricordi. Un genio, non abbiamo mai più avuto una così brava.

PB Sempre fingendo di non capire nulla hai cominciato dal costume per finire al commento politico, e in mezzo hai fatto anche le interviste agli artisti.
NA Mi ricordo di Abbado, molto informale, andavo a intervistarlo a casa sua. Muti fantastico, avevo fatto un pezzo trattandolo scherzosamente un po’ male e un giorno mentre prendevo un caffè in via Sant’Andrea lo vidi venire dritto verso di me e pensai “oddio cosa avrò scritto”. Lui mi abbracciò riempiendomi di complimenti, tanto che mi venne il dubbio che non mi avesse letto.

PB Ma i tuoi articoli di solito vengono letti. Parlando di direttori, hai scritto spesso di Daniel Barenboim.
NA Un uomo stupendo. Mi ha impressionato il suo desiderio di pace, la capacità di andare oltre la propria parte per costruire questa meravigliosa orchestra in cui israeliani e palestinesi suonano insieme. La voglia di fare le cose anziché chiacchierare e farsi del male. Di uomini così ce ne vorrebbero almeno tre: uno in America, uno in Europa e uno in Medio Oriente. Gli anni di Barenboim e Lissner sono stati importanti per la Scala. Di Lissner dicevano persino che fossi innamorata. Io non mi innamoro dall’Ottocento, però mi è piaciuta la sua idea della funzione della musica.

PB Natalia, come si fa a spiegare la Scala?
NA Io sono sempre venuta a raccogliere le interviste prima e dopo. Ma una volta nei giornali chi scriveva di cinema, di teatro o di musica era un grande, ora lo guardano e si chiedono cosa vuole. Certo, se c’è qualcuno di importante magari ne parlano ma è la Scala che è importante, che dovrebbe essere intoccabile. E comunque anche i giornali non contano più tanto. Quindi siete voi che dovete sforzarvi. Non va più bene raccontare i grandi personaggi - se poi ci sono - bisogna ricordare storie anche meno ovvie che però alla gente interessano. Serve uno sguardo più vispo che nota i particolari e mette al lettore un po’ di allegria. Per esempio Franco Pulcini, che è stato vostro direttore editoriale, in questo è bravissimo. Ma è stata bravissima anche Donatella Brunazzi a raccontare la Callas dal punto di vista dell’arte contemporanea nell’ultima mostra al Museo.

PB “La Prima della Scala, fuori in piazza e dentro nei foyer, faceva pensare, nel suo splendore ebbro, pigiato, vanesio, al Festival di Sanremo”. Lo hai scritto a proposito del 7 dicembre 1999, anche con una certa simpatia per Sanremo. Come è cambiato il rito nei decenni?
NA Era arrivato questo pubblico un po’ modesto, con tante signore con le labbra rifatte male e il seno di fuori. Le tette le aveva già mostrate e meglio Marina Ripa di Meana, che era una bella donna e lo aveva fatto in modo intelligente. Ma lo scrivevo come una cosa bella per la Scala, che resta un luogo unico e un po’ all’antica. Se vado alla Scala mi aspetto di trovare anche delle persone belle, che sanno perché sono lì.

PB Nel pezzo su una prima importante degli anni della sovrintendenza di Dominique Meyer, quella di Macbeth, citavi l’applauso interminabile al Presidente Mattarella, “la bellezza sfavillante di colori dell’enorme decorazione floreale donata da Giorgio Armani”, “la passione del direttore d’orchestra Chailly e del regista Livermore” e “la Lady Macbeth di Anna Netrebko stupefacente di cattiveria come un tempo sapevano esserlo le donne, e pure le streghe” per concludere che la Prima “ci ha all’improvviso restituito un senso di fiducia nella città, nel Paese e nel suo futuro: e in noi, anche in noi stessi”. Quindi l’identificazione tra Scala e Città, Scala e Paese regge ancora.
NA Simbolicamente è così, alla Scala si va sapendo che è una cosa importante e festosa. Però se ci rifletti i Paesi che amano la musica sono altri. Nel Nord Europa l’educazione musicale è più diffusa e a teatro si va per quello che succede in palcoscenico. Pensa anche al Venezuela. E sì che l’opera è nata qui e si è formata e cresciuta nel tempo. L’Italia ha avuto grandi compositori, interpreti bravissimi, registi importanti, ma nelle scuole la musica non si insegna. Resta molto da fare.

Mentre lascio Natalia a finire il suo pezzo su Capote, ripenso a quante volte nella conversazione siano tornate le parole “bellezza” e “importante”. La ragazza che non sapeva nulla ma capisce tutto ci ha abituati a mescolare pensieri su teatro e cinema, politica e costume, riportando anche le cattiverie e le birichinate per cui tutti la leggiamo a un’idea di funzione civile della cultura e della musica. Un’idea che Natalia continua a raccontarci attraverso i grandi amori per Daniel Barenboim ma anche per Mario Martone o Emma Dante, e in fondo per questo Teatro. Salvo ripetere il suo mantra da pudica dissimulatrice: “A me importa di tre o quattro persone cui voglio bene e di poter lavorare, il resto può scomparire”. Naturalmente.

Paolo Besana