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Una vita con la corona in testa

Raina Kabaivanska, che il 15 dicembre compie novant’anni, ripercorre la sua straordinaria carriera: dai cori militari in Bulgaria a Beatrice di Tenda alla Scala con Joan Sutherland, sempre con quell’intelligenza e ironia che il suo pubblico conosce bene
2017 Raina Kabaivanska 661139BADG  ph Brescia e Amisa

“Ero ancora una bambina a Burgas, in Bulgaria, dove sono nata - racconta Raina Kabaivanska seduta sul divano di casa sua, a Modena, in una nebbiosa mattinata autunnale - e una zingara mi ha fermata per leggermi la mano. I miei genitori mi dicevano vieni via vieni via, ma io ovviamente mi sono fermata. Lei mi ha preso la mano e dopo averla studiata mi ha detto: ti vedo come una zarina, con una corona splendida sulla testa”. E in effetti, nella sua vita sulla scena, Raina di corone ne ha portate tante e il suo stesso nome, che in bulgaro significa “ninfa del fiume”, nella sua lingua adottiva, l’italiano, suona molto simile a “reina” o “regina”. Raina Kabaivanska il 15 dicembre compie novant’anni e nella sua bella casa, piena di arte e luminosa anche se fuori c’è nebbia, si lascia andare ai ricordi. Ma lo fa con la personalità e l’intelligenza che ha sempre dimostrato in settant’anni di carriera, sulle scene e fuori.

C’è qualcosa di molto balcanico nella maniera in cui parla di sé: è cosciente dell’importanza della sua carriera ma il suo sorriso è accogliente e ironico, anche se sa di avere sempre una corona sulla testa. È profondamente balcanico quel fatalismo, quel continuo ricordare che la sua vita è andata così per puro caso, a piccoli passi fortunati che si sono susseguiti senza troppo sforzo da parte sua. E poi c’è il suo senso dell’umorismo, la capacità fulminea di cogliere il dettaglio buffo. Aggiustando lei stessa in un vaso i fiori che le ho portato canticchia “Poveri fiori” dall’Adriana Lecouvreur. In effetti un povero tulipano della composizione è tristemente ripiegato su sé stesso: “gemme de’ prati oggi morenti…”.

Per il resto Raina Kabaivanska è la più italiana delle cantanti: si è formata nel nostro paese dove è arrivata nel 1958 con una borsa di studio bulgara. Conosceva bene la musica, era diplomata in canto e pianoforte al conservatorio di Sofia, ma non sapeva nulla dell’interpretazione, del teatro, dell’ambiente operistico. Molto giovane e inesperta era stata paracadutata a Milano da un altro pianeta. “Da ragazza ero l’unica donna nel coro militare bulgaro - ricorda -, ero sempre in mezzo a questi soldatini e giravamo il paese su dei camion militari che ci sballottavano da tutte le parti. Il più delle volte io mi attaccavo dietro al camion come potevo. Però cantavo, cantavo sempre”.

L’artista che ho davanti oggi è il risultato di un lavoro e di uno studio che sono durati settant’anni e che continuano ancora oggi. “Avevo una borsa di studio bulgara. E a Milano avevo un posto letto nella casa di un’operaia della Motta, in viale Piave, con un traffico che sembrava che le macchine mi passassero sopra la testa. Quella che io consideravo la mia padrona di casa era in realtà anche lei un’affittuaria: lei dormiva in corridoio e io in soggiorno. Quando aprivo per uscire, la porta sbatteva sul letto della mia coinquilina. Da quella casina cambiavo due o tre tram, andavo alla Stazione Centrale e prendevo un treno per Vercelli dove frequentavo il liceo musicale Viotti. Dovevo studiare con la signora Tess, una ex cantante dal portamento molto nobile. Io però andavo a orecchiare le lezioni dell’altra classe dove insegnava la signora Zita Fumagalli Riva, e lì ho capito che la verità ce l’aveva lei e non la Tess. Di nascosto inizio a seguirla e subito mi accoglie come allieva. Era la bontà in persona. Pensi che molti anni dopo l’ho aiutata perché non aveva neanche una pensione. Per me è stata una grande maestra; mi ha seguita finché è stata in vita, è morta a 104 anni. Noi cantanti abbiamo lunghe vite, chissà, forse è la respirazione. Pensi che la Fumagalli, che dava lezioni gratis, riusciva a pagarmi quando accompagnavo i suoi allievi al piano. E spesso divideva con me anche la cena, che di solito era solo un risottino giallo. Ogni tanto oggi me lo chiedo: ma cosa mangiavo in quei tempi? Mangiavo o non mangiavo?”

DANIELE CASSANDRO Mangiando o non mangiando nel 1961 è arrivato il suo debutto alla Scala. Ha cantato Agnese nella Beatrice di Tenda di Bellini, accanto a una Joan Sutherland a sua volta quasi debuttante. Era una parte da mezzosoprano…
RAINA KABAIVANSKA Anche se mia voce è sempre stata quella di soprano. Quando ho fatto l’audizione alla Scala mi sentì questo anziano maestro Bianchi, già mezzo cieco: io cantavo l’aria di Thaïs di Massenet, con quei pianissimo in si bemolle. Io facevo istintivamente tutto. Ricordo la giuria come se fosse oggi. Bianchi si alza e dice: questa ragazza tra due mesi canta alla Scala. E così è stato. Io non mi rendevo conto di nulla, né di dove fossi né di cosa facessi: per me era lavoro. Quando ho detto alla signora Fumagalli che volevo fare il concorso per la Scala lei mi ha detto di non farlo: senza raccomandazione sarebbe stato impossibile. Alla fine mi sono incaponita e sono andata lo stesso, lei ha voluto accompagnarmi. Durante la mia audizione si è nascosta su per le scale dell’ingresso artisti, quando ho finito è saltata fuori e mi ha abbracciata. E poi mi hanno presa. Ho debuttato come Agnese che era un ruolo facile, avevo un costume splendido che ricordo benissimo. Erano ancora quelle vecchie messe in scena grandiose, con i drappi di velluto, i pizzi e i ricami. Dopo quella prima me ne stavo tutta sola nel mio camerino quando sento bussare alla porta. È un signore alto e molto elegante che mi dice: “Lei vorrebbe cantare al Metropolitan?”. E io: “Dove?”. Lui: “A New York”. E prendiamo un appuntamento per l’indomani a pranzo al Biffi Scala per parlarne. Poco dopo bussano di nuovo ed è un altro signore elegante: “Lei vorrebbe cantare al Covent Garden di Londra?”. “Ma cos’è il Covent Garden?”. Neanche lo sapevo. Anche lui mi dà appuntamento per pranzo al Biffi Scala, ma io ero già impegnata. Sembra una favola ma è andata così. La sera di quel debutto non avevo nessuna paura: ora che ci penso, io sono sempre stata felice di cantare. Quando ero sul palcoscenico ero naturale: ero davvero me stessa. Quando poi uscivo nella vita reale non mi sentivo più così a mio agio. 

DC Ma quindi lei non ha mai avuto ansia o paura? Paura di un direttore o paura del pubblico…
RK Del pubblico mai. Dei direttori forse avrei dovuto avere più paura, ma non ne avevo. Forse perché ero cretina. Un giorno, ero ancora alla scuola dei giovani della Scala, mi chiamano a cantare per il maestro Karajan. Non ricordo neanche cosa avessi cantato: mi ritrovo scritturata come Nedda nei Pagliacci. E dovevo anche fare le riprese di un film tratto dall’opera. Il maestro mi dice: “Tu sei molto bella di profilo, stai sempre così”. Il mio problema era che io stando di profilo non lo vedevo: “Maestro io però non la vedo”, gli dicevo. E lui: “Non importa”. E poi secondo lui mi muovevo troppo, mi diceva che dovevo stare ferma, finché gli ho detto: “Nedda io la faccio così, se non le piace me ne vado”. Sono uscita, ho preso il tram e me ne sono tornata alla mia casina di viale Piave. 

DC Un bel coraggio. E come andò a finire?
RK Quando sono arrivata a casa c’era il telefono che squillava a distesa. Era il sovrintendente Ghiringhelli che mi diceva: “Ma lei è pazza? Lo sa chi è il maestro Karajan?”. Alla fine, pentita, sono tornata in teatro.

DC Ma poi come è andata con Karajan? Questo suo moto di orgoglio può averlo colpito positivamente?
RK No, tesoro. Per dieci anni e più mi ha tenuta in castigo. E ha fatto bene. Solo dopo mi ha ripresa col Trovatore.

DC In scena la Raina cantante non prende mai il sopravvento sulla Raina attrice e viceversa. Questa attenzione per la recitazione, per il teatro, lei l’ha costruita nel tempo o è un suo talento naturale?
RK È tutto naturale. Sono sempre attenta al testo: l’opera non è fatta solo di note ma anche di gesto, di intenzione. Quando affronto un personaggio è come una seconda pelle. Anzi, la prima. Io ho fatto subito strada per questo. Quando si è trattato di studiare il ruolo di Cio-Cio-san nella Butterfly, uno dei miei personaggi preferiti, per uscire dal cliché ho voluto imparare le vere movenze giapponesi. A New York ho potuto conoscere questo grande interprete del teatro Kabuki che mi ha permesso di assistere alla sua vestizione e al suo trucco. Ricordo le limousine che lo aspettavano fuori. Sono stata in ginocchio per ore a osservarlo: nel teatro Kabuki le donne non calcano la scena, lui era un uomo di mezza età che davanti ai miei occhi si trasformava in una giapponesina di quindici anni: “Quindici netti netti”. Ho imparato tutti i gesti, gli sguardi, le espressioni, per poi far vedere al pubblico la donna pucciniana che c’era dietro a tutto quel rituale. Madama Butterfly è sempre stata un’opera facile per me, mi veniva naturale”.

DC Eppure quando glie la proposero a inizio carriera lei la rifiutò…
RK Non mi sentivo pronta. È un ruolo da artista matura. 

DC Negli anni ha continuato a sviluppare il personaggio di Cio-Cio-san…
RK Mi sono messa a leggere tutte le indicazioni musicali di Puccini. Lui scriveva davvero pensando al teatro: quando componeva aveva un modellino sulla cui scena muoveva i personaggi. Dentro la musica di Puccini c’è già scritto il gesto. C’è tutto.

DC Lei ha insegnato molto e insegna tutt’oggi. Cosa è ambiato per i cantanti più giovani rispetto a quando cantava lei?
RK È cambiato tutto. Qualche giorno fa ho trovato un mio vecchio calendario in cui segnavo tutti gli impegni. In un mese avevo quattro recite la settimana e quando non ero impegnata in teatro facevo concerti. Oggi i teatri producono molto meno e si canta meno. È cambiato anche il pubblico: oggi vedo tante teste bianche. Qualche testa giovane, certo, ma tante, tante teste bianche. Comunque per le mie allieve e i mei allievi cerco di essere un po’ una mamma, come fu una mamma per me la Fumagalli. Con me si confidano, mi presentano i loro fidanzati o le loro fidanzate e io devo battezzarli, che mi piacciano o meno.

DC Senta signora, facciamo un gioco. Io le nomino alcuni personaggi che lei ha interpretato e lei me li descrive in due parole, come se fossero persone che ha conosciuto. Cominciamo proprio con Cio-Cio-san…
RK Una disgraziata. Una che crede.

DC Floria Tosca.
RK Se Cio-Cio-san è una che crede, Tosca è una che fa. Sono due personaggi all’opposto.

DC Violetta Valery.
RK Violetta è tutto. È il personaggio più completo che ci sia. Per cantarla davvero ci vorrebbero due o tre soprani diversi. Per me la musica del primo atto della Traviata era un grande ostacolo dal punto di vista tecnico. Quando l’ho affrontata per la prima volta mi ero appena fidanzata con quello che poi sarebbe diventato mio marito. Sono stata muta per giorni, non mi era mai successo: non parlavo per risparmiare la voce per quei maledetti: “gioir…gioir…”.

DC Manon Lescaut
RK Manon è stupenda perché è molto femmina. Nel deserto quando sta morendo chiede un bacio. Ma chiedi un po’ d’acqua, no?

DC Signora, lei è felice?
RK Felice mi sembra un po’ troppo. Posso dire di essere contenta. E soprattutto soddisfatta. Perché vivo ancora nella musica.

Daniele Cassandro
Giornalista, collabora con Internazionale ed è una delle voci di Pagina 3 Internazionale, rassegna stampa culturale di Radio 3. È autore di Dischi volanti - 40 album alieni da Duke Ellington a Lady Gaga (Curci)