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Una Lady Macbeth mancata

Due vicende analoghe mostrano come Pasternak e Šostakovič, entrambi in attrito con il regime sovietico, cercarono di far vivere le proprie opere oltre la censura. Ma mentre Il dottor Živago riuscì a circolare e a essere pubblicato, la nuova Lady Macbeth annunciata alla Scala si arenò tra veti e rinvii
Una Lady Macbeth - prove ( (11)

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Il 4 novembre 2025 nel Ridotto dei Palchi si è tenuto il primo incontro del ciclo “Note di storia ˗ Musica, intellettuali, censura”, nato dalla collaborazione fra il Teatro alla Scala e la Fondazione Feltrinelli, intitolato “Da Leningrado a Milano: Šostakovič e Pasternak, la libertà ritrovata”. Il Sovrintendente scaligero Fortunato Ortombina e David Bidussa, storico sociale delle idee, per molti anni direttore della Biblioteca della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, partendo dai documenti custoditi nei rispettivi archivi, hanno raccontato due storie che presentano molte similitudini, ma anche differenze. Sono accomunate dal rapporto conflittuale che si crea tra arte e potere quando in campo ci sono intellettuali, siano letterati, musicisti o di altro genere, che non si allineano a un regime totalitario e cercano di far uscire le loro idee e le loro opere, ostacolati nel loro tentativo con tutti i mezzi, sottili e infidi, di cui dispone “il sistema”, soprattutto dal timore di ritorsioni verso gli autori stessi e i loro famigliari.

Certamente Boris Pasternak e Dmitrij Šostakovič erano tra questi, e le loro opere ˗ Il dottor Živago e Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk ˗ rappresentavano un’aperta sfida al regime sovietico e per questo erano osteggiate. Le due vicende sono simili anche per il contesto in cui si svolgono: la fine degli anni Cinquanta nell’Unione Sovietica del dopo-Stalin, contrapposto al fervido ambiente culturale milanese dell’epoca, in cui si muovono i due “attori” di parte italiana, vale a dire l’editore Giangiacomo Feltrinelli e il Direttore artistico del Teatro alla Scala Francesco Siciliani. Una prima differenza emerge dalla considerazione che, mentre quella di Pasternak era un’opera inedita, anche se scritta molti anni prima della pubblicazione, per Šostakovič si trattava del tentativo di riabilitare con una nuova versione, in parte edulcorata e autocensurata soprattutto nella parte testuale, un lavoro creato nel 1934, che dal 1936 era stato bandito in patria perché considerato “inadatto al popolo sovietico”. A questo tentativo Šostakovič aveva iniziato a lavorare dal 1954, confidando in una possibile ripresa dell’opera in Russia, ma i tempi non erano ancora maturi per una riabilitazione del titolo, in quanto il “disgelo chruščëviano” era ancora agli inizi. Così, quando nel 1956 Šostakovič era pronto a presentare la sua revisione, la “vecchia guardia” stalinista, con un colpo di coda, sotto forma di una “commissione di ascolto” nominata nientemeno che dal Primo Vicepresidente del Consiglio dei Ministri dell’URSS Vjačeslav Michajlovič Molotov, prossimo ormai all’esautoramento, decretava la conferma del “veto” sul titolo.

Un’altra differenza tra i due casi è invece sostanziale, e ne determinerà inesorabilmente l’esito finale: mentre per il Dottor Živago Giangiacomo Feltrinelli era riuscito attraverso grandi peripezie, in stile spy-story, a entrare in possesso preventivamente del manoscritto di Pasternak, così che la corrispondenza conseguente era finalizzata ad arrivare alla pubblicazione del romanzo evitando che l’autore fosse esposto a ritorsioni, nel caso della nuova Lady Macbeth i materiali musicali non erano mai fuoriusciti dai confini sovietici, perciò gli sforzi di Francesco Siciliani erano volti prima di tutto al tentativo di farli arrivare in Italia in tempo utile per poter rappresentare l’opera in prima assoluta.

L’esito del caso del Dottor Živago è noto: il romanzo viene pubblicato da Feltrinelli nel 1957 e nel 1958 a Boris Pasternak viene assegnato il Premio Nobel per la Letteratura. Tuttavia l’autore morirà nel 1960 senza averlo mai ritirato, a causa delle pressioni e delle minacce subite. Sarà il figlio Evgenij a ritirare il premio trentun anni dopo, solo nel 1989. Leggendo la corrispondenza conservata negli Archivi Feltrinelli emergono scambi contrastanti: a volte l’autore chiede di bloccare la pubblicazione, adducendo ragioni artistiche e ritenendosi non soddisfatto della sua opera, in altri casi il tenore è invece molto diverso. David Bidussa chiarisce tutto mostrando un documento fondamentale, un piccolo foglio scritto da Pasternak, in cui spiega di considerare attendibili solo le lettere scritte a sua firma in lingua francese. È questa la chiave di lettura della corrispondenza: le lettere scritte in russo sono da attribuire ad altri o da lui redatte forzatamente, sotto dettatura. Anche Feltrinelli utilizza una sorta di codice nello scrivere, senza mai attribuire esplicitamente a Pasternak la volontà di pubblicare il romanzo, in modo da tutelarlo da possibili ritorsioni.

Meno nota, anzi forse quasi dimenticata, è la vicenda della nuova versione di Lady Macbeth, che avrebbe dovuto essere presentata alla Scala nella Stagione 1958/59. Ben conosciuta, tuttavia, dal Sovrintendente Ortombina, che, nell’anno in cui la Scala dedica a Šostakovič il titolo inaugurale nel cinquantesimo anniversario della morte, ha voluto subito verificare se negli archivi scaligeri fosse conservata la corrispondenza tra il compositore e Siciliani su questo tema. Il fascicolo, subito rintracciato, ha permesso di ricostruire in modo piuttosto chiaro le tappe della vicenda, anche se nel caso scaligero manca una “chiave” esplicita per la lettura della corrispondenza che, come nel caso precedente, presenta incongruenze sospette.

Dopo aver attivato come emissari il direttore Artur Rodziński e lo scenografo scaligero Nicola Benois, che hanno ottenuto un consenso di massima, il 6 giugno 1958 Francesco Siciliani scrive a Dmitrij Šostakovič per definire i dettagli della messa in scena alla Scala in “prima assoluta” della nuova versione di Lady Macbeth, prevista tra la fine di gennaio e i primi di marzo 1959. Evidentemente Šostakovič, dopo il nuovo rifiuto ricevuto in patria due anni prima, è tentato dall’opportunità di proporre almeno all’estero la nuova versione, che rappresenta comunque un suo ripensamento del lavoro, anche dal punto di vista musicale, al di là delle costrizioni censorie. Il 16 giugno il compositore risponde comunicando che sta ancora lavorando sulla revisione dell’opera, che conta di completare entro due o tre mesi. Si riserva quindi di aggiornare Siciliani non appena sarà pronto. È di due giorni prima, 14 giugno 1958, la notizia che il Comitato Centrale del PCUS ha deciso di riabilitare alcuni lavori musicali a suo tempo “epurati” da Stalin, in particolare dei compositori Šostakovič, Prokof’ev, Chačaturjan e Muradeli. Una decisione che per tempismo non pare casuale, ma che comunque è in linea con il progressivo “disgelo” post-staliniano. Il 9 luglio Siciliani replica a Šostakovič comunicando che, salvo sue indicazioni contrarie, manterrà la previsione di realizzare Lady Macbeth entro febbraio 1959. I tempi si allungano e Šostakovič scrive che l’opera dovrebbe essere completata entro dicembre, ma che entro la metà di novembre dovrebbe essere pronto a spedire in Italia lo spartito per canto e pianoforte, in modo che i cantanti possano iniziare a prepararsi. Il tempo passa, ma alla Scala non arriva nulla. Nel frattempo deve essere presentata al pubblico la programmazione della stagione scaligera entrante e nel cartellone viene annunciato il titolo, complice un silenzio-assenso del compositore, che comunque chiede che non venga fissata la data esatta della prima. Il 18 dicembre 1958 tutto fa pensare che l’obiettivo sia finalmente raggiunto: il Segretario generale scaligero, Luigi Oldani, scrive alla Delegazione Commerciale Russa che attraverso la Libreria Internazionale di Mosca è in arrivo il materiale musicale di Lady Macbeth, consegnato il giorno prima da Šostakovič, come lo stesso compositore ha confermato telefonicamente. Ma anche questa volta non ci sono riscontri e dalla Delegazione non arrivano chiamate: nessun materiale risulta pervenuto da Mosca. Diversi giorni dopo, l’8 gennaio 1959, un telegramma inviato dalla Libreria Internazionale di Mosca, senza firma, informa che il Maestro Šostakovič “non ha ultimato le correzioni del materiale dell’opera” e che al momento non si può prevedere quando il lavoro di copisteria sarà ultimato. L’estremo disperato tentativo della direzione scaligera è datato 10 gennaio, quando con un telegramma si esprime grande preoccupazione per il mancato arrivo del materiale: Luchino Visconti, regista designato, e tutti i cantanti necessitano di ricevere subito almeno lo spartito di canto e pianoforte per iniziare la preparazione dell’opera, altrimenti sarà impossibile realizzarla. Il 17 gennaio 1959 la questione si chiude definitivamente con un laconico telegramma inviato a Siciliani da Šostakovič: “La prima a Leningrado avrà luogo in dicembre 1959, dopodiché vi spedirò spartito e partitura. Stop”. Si chiude così la vicenda della nuova Lady Macbeth alla Scala, annunciata e mai realizzata nella Stagione 1958/59. Di fatto, la nuova versione dovrà attendere ancora più di tre anni e vedrà la luce solo l’8 gennaio 1963 al Teatro Stanislavskij di Mosca. Ripensamenti di Šostakovič o pressioni dall’alto? Questo non è dato saperlo, ma l’esistenza di una regia occulta in tutta la vicenda sembra molto evidente. Alla Scala arriverà il 16 maggio 1964, con la direzione di Nino Sanzogno e il nuovo titolo Katerina Izmajlova.

Andrea Vitalini

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