Una Fille senza frontiere

Laurent Pelly racconta la sua produzione cult di Donizetti, che gira il mondo da quasi vent’anni e arriva per la prima volta sul palcoscenico milanese
Laurent Pelly©CaroleParodi 1495

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È uno spettacolo giramondo, nato al Covent Garden di Londra nel 2007, poi ripreso infinite volte in loco, al Metropolitan di New York, alla Staatsoper di Vienna, all’Opéra di Parigi e adesso alla Scala. È La Fille du régiment “di” Laurent Pelly, e volendo anche un po’ di Gaetano Donizetti, produzione ormai assurta allo status di grande classico contemporaneo e che ha ridato nuova linfa a un titolo che sembrava relegato nella riserva indiana delle opere “da tenore” per la famosa o famigerata cabaletta “dei nove do” (i contre-ut sarebbero in realtà otto, ma già che ci siamo…). Il titolo è in realtà il simbolo della prodigiosa versatilità di Gaetano nostro. Gli italiens a Parigi scrivevano o per l’omonimo teatro (Bellini e Rossini) oppure per l’Opéra (Rossini, lo stesso Donizetti e Verdi), ma Donizetti è l’unico ad aver espugnato anche l’Opéra-Comique, il teatro musicale più francese in assoluto, con il suo cocktail di parti recitate e cantate. E, nel caso della Fille, libretto di due praticoni dai nomi altisonanti come Jules-Henri Vernoy de Saint-Georges e Jean-François-Alfred Bayard, anno di molta grazia musicale donizettiana 1840, lo stesso della Favorite all’Opéra “grande”, anche alquanto patriottico, nel generale ritorno dell’epopea napoleonica propiziato dalla monarchia borghese di Luigi Filippo dopo le censure e le rimozioni della Restaurazione. Le date parlano chiaro. La Fille du régiment, con tutto il suo carico di nostalgie della Grande Armée e di “grognards” rudi ma dal cuore d’oro, debutta all’Opéra-Comique con enorme successo (e molti mal di pancia dei colleghi francesi, Berlioz in testa) l’11 febbraio 1840. Il 12 maggio il ministro dell’Interno, Charles de Rémusat, informa la Camera che il Re ha ordinato al suo figlio marinaio, il principe di Joinville, di andare a Sant’Elena per riportare in Francia le spoglie di Napoleone, che poi il 15 dicembre sfilano a Parigi in direzione degli Invalides fra l’emozione generale, la commozione dei veterani superstiti e un freddo tremendo: “Jour beau comme la gloire, / Froid comme le tombeau”, verseggia Victor Hugo nella Légende des siècles. Insomma, al solito Donizetti aveva interpretato, e forse anticipato, il momento storico. Come, evidentemente, Pelly ha azzeccato uno spettacolo che continua a essere replicato, pare, in saecula saeculorum.

AM Maestro Pelly, come se lo spiega?

LP Londra, Parigi, Vienna, adesso Milano in contemporanea con New York: non me lo spiego, ma mi fa piacere. È uno spettacolo nato sotto una buona stella. Al debutto capitò qualcosa di magico e di raro, un insieme di idee e di persone che si sono concatenate tutte alla perfezione, a cominciare dal cast originale, meraviglioso, con Natalie Dessay, Juan Diego Flórez, Felicity Palmer, Alessandro Corbelli, Dawn French che recitava come Duchesse de Crackentorp, e il lavoro magnifico di Agathe Mélinard sulla drammaturgia e i dialoghi. Ci siamo molto divertiti con quest’opera, ma allo stesso tempo se n’è rispettata la trama e lo spirito. C’è molto humour ma, credo, anche molta poesia.

AM Riscrivere i dialoghi originali era davvero indispensabile?

LP Con l’opéra-comique non sempre; in questo caso, sì. Intanto perché quelli originali sono molto lunghi e non sempre interessanti; poi perché lo stile dell’opéra-comique si è perso ed è difficile che dei cantanti lirici di oggi possano passare con disinvoltura dal canto alla prosa; e infine perché l’opéra-comique non è fatta per teatri grandi come la Scala o il Met o la Staatsoper, richiede una vicinanza anche fisica fra interpreti e spettatori. Aggiungo che la scrittura dei dialoghi è molto desueta, mentre Agathe è riuscita a inserirvi un coté parodistico che trovo molto appropriato.

AM Perché ha deciso di ambientare l’opera non nell’epoca napoleonica ma nella Prima guerra mondiale?

LP Per me è molto importante avvicinare l’opera al nostro mondo, dare al pubblico dei riferimenti che gli siano familiari. Non volevo mettere in scena dei militari di oggi, perché l’effetto sarebbe stato troppo parodistico, ma d’altronde le guerre napoleoniche sono troppo lontane. La Grande guerra mi ha fornito la giusta distanza. Del resto, per la Francia è stato un episodio così traumatico e sanguinoso che la memoria ne è ancora vivissima. Aggiungo che il ʽ14-18 era molto adatto per esprimere quel “comique troupier”, quell’umorismo “militare” che è una tipica caratteristica dello spettacolo “leggero” francese.

AM L’opera, in effetti, ha un aspetto “cocardier”, termine che in italiano si potrebbe tradurre con “patriottardo” se non addirittura sciovinista: tutto un “Salut à la France!” e così via.

LP Io volevo fare comunque qualcosa di antimilitarista: la scelta del ʽ14-18 serve anche a questo, a dire che dietro l’umorismo sulla guerra ci sono le trincee, i massacri, l’orrore. Dell’aspetto patriottico ci si fa un po’ beffe, per esempio alla fine dello spettacolo quando compare un immenso Coq, il gallo simbolo della Francia, riprodotto dalle cartoline di propaganda, che conclude la vicenda con un gigantesco chicchirichì. Anche il fatto che la scena di Chantal Thomas sia un’enorme carta geografica serve a non prendere sul serio un testo che invece sul serio era preso fin troppo. Il nazionalismo c’è, ma paradossale, ironico, direi derisorio.

AM Insomma, un ribaltamento parodistico della realtà.

LP Esatto. Ammetto che, quando me la proposero, l’opera non mi interessava molto. Accettai perché adoravo e adoro lavorare con Natalie Dessay, che è una personalità costante della mia carriera, l’anno scorso abbiamo fatto insieme una commedia musicale. Poi ho capito che la chiave della regia era prendere in contropiede l’opera, utilizzarla per creare uno spettacolo che, rispettando assolutamente la musica, racconta spesso il contrario di quel che dicono le parole. Per esempio, quando il coro dei soldati continua a cantare “En avant!” mentre tutti in realtà fanno invece dei passi indietro.

AM Nella Fille, come si conveniva a un teatro borghese come l’Opéra-Comique, c’è anche un po’ di satira contro la vecchia aristocrazia decadente e decaduta. Una rivolta contro le élite, già allora?

LP Non esageriamo. Quello della Duchesse de Crackentorp è un mondo antico, polveroso, uscito dalla storia. Infatti, abbiamo fatto degli invitati alla festa di fidanzamento di Marie dei fantasmi dalla faccia imbiancata. Fa ridere, certo, ma il comico non deve mai essere soltanto comico, deve raccontare una storia. Perfino con un tocco di malinconia. Per essere davvero divertenti, bisogna prendere sul serio l’umorismo.

AM Anche Marie, la protagonista, non è solo comica.

LP Il personaggio di Maria è buffo ma anche con una sfumatura di patetico, per esempio nel finale del primo atto. Sapevo di poter contare su Dessay, sulla sua particolarissima personalità e sul suo talento di attrice, oltre che di cantante. Di solito, Marie sembra la classica vivandiera napoleonica burbera. Per me invece è una ragazza che è stata cresciuta come un ragazzo: l’incontro con Tonio e l’innamoramento sono uno choc, il momento in cui si scopre donna. Allo stesso tempo, la figlia del reggimento è comunque una figlia, quindi le vengono assegnate delle mansioni tipicamente femminili, almeno nella visione misogina e fallocratica dell’Armée. È per questo che all’inizio appare come una casalinga frustrata alle prese con gli innumerevoli lavori di casa, una desperate housewife.

AM Tonio non le sembra invece un personaggio un po’ stereotipato?

LP Ma no, è molto interessante la dinamica che si crea con il reggimento, dove Tonio diventa l’elemento perturbatore. Lo trovo un personaggio divertente nella sua ostinazione amorosa, che finisce per metterlo in una tipica situazione melodrammatica, quella della separazione dei due innamorati, e quindi introduce nell’opera l’elemento patetico. E poi, al di là del successo di questa produzione che, se non vado errato, è alla sua venticinquesima ripresa, perché si rimette in scena La Fille du régiment? Ma perché c’è la famosa aria di Tonio, che con Flórez, al debutto dello spettacolo, trasformò il Covent Garden in uno stadio, con un’accoglienza da concerto rock.

AM Ultima domanda: qual è, se c’è, la particolarità di lavorare alla Scala?

LP Dopo un dittico raveliano che ebbe dei problemi tecnici, giurai: “alla Scala, mai più”. Però era la ripresa di uno spettacolo nato altrove, come del resto questa Fille. Invece alla Scala nella scorsa stagione ho realizzato uno spettacolo tutto nuovo, L’opera seria di Florian Leopold Gassman, e ho scoperto delle maestranze eccellenti: scene, costumi, accessori, tutto era di una qualità eccezionale. Gli atelier della Scala sono davvero unici al mondo e lavorare con loro è straordinario. Il rovescio della medaglia sono i tempi di prova un po’ serrati; quindi, devi saper usare bene le ore che hai sul palcoscenico. È anche vero che provi accanto a questi magnifici laboratori, e che entrarci è una gioia.

Alberto Mattioli