Un tailleur per Toscanini

Poche le pellicce, che prima della guerra si portavano anche in estate, assenti i gioielli, sostituiti da pensées di fiori profumati, molti sorrisi. Le immagini della serata scaligera dell'11 maggio 1946 sono lo specchio di una società che sta rinascendo attraverso mille piccoli dettagli
toscanini pubblico 1946

Scopri il concerto dell'11 maggio 2026

Fra le molte immagini fotografiche e le riprese di Arturo Toscanini conservate nell’archivio dell’Istituto Luce, che includono un delizioso film muto sottotitolato del giugno 1930 dove lo si vede conversare con “l’eletta società romana” durante una colazione offerta in suo onore in Campidoglio ˗ le signore portano i cappelli a larga tesa inclinati e gli abiti lunghi di organza di seta stampata con le maniche a sbuffo del periodo ˗ vi è un filmato del 1944 registrato negli studi della NBC. Presenta l’ouverture della Forza del destino, diretta con lo stile energico e imperioso del Maestro esule negli Stati Uniti dal 1939, ma il suo valore non risiede tanto nella scelta musicale, quanto nel montaggio. Lungo tutti i ventuno minuti di riprese, che includono Jan Pierce mentre intona la “Star-Spangled Banner”, la telecamera non si muove quasi mai dal volto del Maestro: a lui tocca il labiale sulla “home of the brave”, la patria dei coraggiosi che conclude l’inno, ed è lui l’unico volto che la regia sovrapponga all’immagine del broadcasting, cioè la diffusione al tempo stesso fisica e metaforica del concerto in corso, che viene visualizzata attraverso le immagini della regia intenta sull’equalizzatore, ma anche delle antenne, dei fili e dei piloni nordamericani alla Faulkner ripresi a perdita d’occhio lungo campagne piatte che gli italiani, cioè i pochi che si avventurino al cinema in quell’anno di guerra civile, di repubblica sociale e di occupazione seguiti alla caduta di Mussolini, non hanno mai visto eppure sognano. È quello lo scopo: far sapere agli spettatori di Resurrezione, di Zazà, di Sorelle Materassi ˗ i pochi titoli di stagione di un’industria cinematografica ormai quasi priva di pellicola per stampare ˗ che la patria del coraggio c’è e i suoi figli stanno risalendo l’Italia, con il Maestro di tutti che li guida e li sprona verso un nuovo destino.

Questo documento, peraltro disponibile sulla piattaforma aperta, free, del catalogo Luce, trova una perfetta corrispondenza, di certo non casuale, con la cronaca che tutti i giornali del mondo fecero del viaggio di Toscanini due anni dopo verso l’Italia e la riapertura del Teatro alla Scala ricostruito e restaurato con i fondi e l’aiuto dei milanesi e dello stesso Maestro. Sei secoli dopo il getto delle fondamenta del Duomo, quando regalarono alla “Fabbrica” il loro lavoro e i loro beni ricchi o miseri per offrirsi la cattedrale più sontuosa del Sud Europa come gli archivi ancora testimoniano ˗ bottoni, maniche, ricami, lenzuola, poi rivenduti all’incanto ˗ i milanesi avevano unito le forze perché ancor prima delle case risorgesse il loro Teatro. Pochi viaggi più del suo ottennero tanta risonanza sui giornali. Partì il 21 aprile, in volo, mentre la stampa segnalava le tappe del progressivo avvicinarsi con titoli partecipi e accorati: “Sarà a Milano in aprile”, “Sarà in Italia il 24”, “È giunto in Irlanda”. Negli anni della ricostruzione, in cui i giornali uscivano con due pagine, quattro in occasioni eccezionali, il Maestro contendeva lo spazio a capi di stato, regnanti, politici di primo piano. Come in realtà, e in effetti, era. Il 23 aprile, la rubrica di Bequadro sul Corriere d’Informazione recava il titolo definitivo: “Tra poche ore Toscanini”. Era a Chiasso: uno scatto lo ritrae pensoso accanto al sovrintendente Antonio Ghiringhelli, corso ad accoglierlo alla frontiera, e alla figlia Wally, che ha i capelli raccolti in quel particolare turbante con il tamburello a imitazione medievale in uso da prima della guerra per ovviare alla carenza di permanenti e messe in piega, lo “snood”. Il 27 era a Milano a casa, in via Durini, il 1° maggio iniziava le prove.

La città visse il concerto di sabato 11 ora per ora, il programma circolò subito insieme con la notizia che una serie di altoparlanti installati fino a Piazza Duomo avrebbero permesso anche ai tantissimi che non potevano permettersi il biglietto, nemmeno in galleria, di ascoltare e stringersi nell’orgoglio e nella commozione. Un posto in platea costava centomila lire, un’enormità, il ricavo fu di 25 milioni, necessarissimi al Teatro come alla città. La scelta del Maestro di aprire con la Gazza ladra parve incongrua solo per il primo istante, tutti capirono subito. La cronaca che ne fece Franco Abbiati la mattina dopo, molto insistendo sulle “suggestioni del Pelléas” e le “costruzioni ciclopiche” del “Te Deum” verdiano (“L’arte di Toscanini consacra la rinascita della Scala”) occupa cinque colonne di pagina 3; la quarta e la quinta sono lasciate a fittissimi annunci di piccola pubblicità che stringono il cuore. Una lista infinita di auto di lusso o Topolino, di ghiacciaie, pianoforti a coda, macchine da cucire. E pellicce. Molte. “Pelliccia ermellino, cappa estiva, svende privata a privata”. Segue numero di telefono, ancora di cinque cifre. Il crollo di una società si legge in questi dettagli, così come il cambiamento del gusto: nessuno avrebbe più indossato pellicce estive, nessuno avrebbe più richiesto gli ermellini di cui si vestivano le bambine benestanti e le signore fragili e slanciate dei pochoir di Barbier. La pelliccia diventava sogno borghese, vistoso e durevole: “il” visone, e “la” volpe (“mi sono fatta le volpi, mi farò le volpi”, come avrebbe chiosato perfida, pochi anni dopo, Camilla Cederna, sbertucciando le mogli della nuova borghesia ansiosa di riconoscimento sociale).

Le immagini della platea di quella sera di sabato 11 maggio 1946 ci dicono però che il momento della Lambretta e del frigorifero a rate non è ancora arrivato. Le signore hanno i capelli lunghi sotto le orecchie e arricciati di fresco, con la scriminatura di lato e l’onda alta dello stile in voga nell’immediato anteguerra. Alcune di loro indossano una pelliccia sulle spalle, una addirittura una pregiatissima lince. Non sono molte, però. Nessuna sfoggia gioielli o tanto meno gli abiti lunghi che dagli anni Cinquanta in poi faranno la fortuna scaligera di Gigliola Curiel, di Pirovano o di Marcel Rochas. Nel palco dove siedono Pietro Nenni, fresco deputato e futuro ministro per la Costituente, e l’impresario Remigio Paone, una bella foto conservata nell’archivio Publifoto mostra le signore in tailleur scuro, sul quale una di loro ha appuntato una pensée di orchidee. Il momento solenne richiede qualche piccolo simbolo sofisticato, ma anche chi è riuscito a conservare, alcuni ad accrescere come sempre nelle guerre, il proprio patrimonio, non si abbasserebbe mai a mostrarlo. Il tailleur, rigoroso, è il segno della nuova femminilità impegnata, e lo sarà per molti anni, indossato anche la sera. Dal palco reale, dove siedono gli ospiti della Casa di Riposo Giuseppe Verdi, sono scomparse le insegne dei Savoia; Umberto partirà esule per Cascais trentadue giorni dopo. Fuori dalla Scala, un fotografo appostato alle finestre del futuro Ridotto Toscanini immortala la folla assiepata già da ore: gli uomini sono in giacca e cravatta, le ragazze hanno il colletto bianco che spunta dal maglioncino e non portano il cappello. Lo guardano, sorridono tutti.

Fabiana Giacomotti