Un Leitmotiv di carta

Caterina Crepax trasforma la carta in arte e memoria familiare. Nella mostra “Lo sguardo nascosto” al Museo Teatrale alla Scala le sue sculture dialogano con la danza e la tradizione
caterina crepax

Per Caterina Crepax, paper artist e architetto, la carta non è solo il materiale con cui esprimere la propria arte, ma è un vero e proprio affare di famiglia. Ci sono le pagine degli spartiti musicali su cui suonava suo nonno Gilberto, i fogli su cui suo padre Guido disegnava i celebri fumetti di Valentina e adesso c’è lei, Caterina, che con le carte più preziose e stravaganti ha realizzato le “sculture danzanti” che animano il percorso espositivo della mostra “Lo sguardo nascosto - La danza dietro il sipario” allestita al Museo Teatrale alla Scala.

ELISABETTA TIZZONI Iniziamo partendo dalla fine, ovvero dalle sue ultime creazioni realizzate per la mostra. Com’è nata questa collaborazione?
CATERINA CREPAX È stata Margherita Palli, con cui avevo già lavorato in diverse occasioni, a coinvolgermi nel progetto. Mi ha parlato della mostra fotografica di Gérard Uféras sul Corpo di Ballo della Scala che si apprestava ad allestire e stava cercando qualche elemento che rendesse più dinamico il tutto. Sembra quasi un ossimoro parlare di staticità con la danza che è movimento allo stato puro,ma le serviva qualcosa di più plastico a livello di allestimento, che potesse coniugarsi al meglio con le fotografie, per restituire il loro slancio vitale iniziale valorizzandole al massimo. Così mi sono messa a studiare.

ET Da dove è partita?
CC Ho letto libri, guardato foto e video per osservare e studiare il movimento non solo del corpo ma anche dei piedi, per realizzare le scarpette di carta che sono in mostra. Mi ha affascinato fin da subito il tutù e quella sorta di dicotomia tra la sua semplicità estrinseca e la sua complessità progettuale: tanti strati di leggerezza con diversi pesi da gestire. Così sono andata ai Laboratori della Scala e mi si è aperto un mondo.

ET In che senso?
CC Il tutù era un oggetto a cui non avevo mai pensato di ispirarmi e che invece si presta molto alla creatività. Non solo vederne così tanti nei Laboratori mi ha stimolato, ma ricrearli con la fantasia mi ha divertito molto. Avevo inizialmente pensato di farne uno rosa, il colore simbolo della mostra, ma alla fine abbiamo deciso di mantenere un’uniformità tonale.

ET Nel percorso espositivo ci sono cinque tutù, molto diversi tra loro. Da dove ha preso ispirazione
CC Ho cercato con alcuni di tracciare un po’ un’evoluzione storica, partendo dal tutù “Romantica”, dove c’è un po’ della Sylphide e qualche richiamo alle ballerine di Degas. La consistenza del tutù, quel suo essere un po’ fragrante come la pasta sfoglia a strati, mi ha fatto venire l’idea di utilizzare i pirottini dei pasticcini per il tutù “Preziosa”. Ispirato alla musica c’è il tutù “Armonica”, composto da diversi spartiti che giusto due mesi prima di essere invitata a collaborare alla mostra mi erano stati regalati da una delle mie migliori amiche, figlia per altro di una ballerina e di un maestro del coro.

ET In mostra c’è anche un tutù che omaggia Carla Fracci.
CC Per la mia generazione Carla Fracci è stata un mito. Avevo visto il film ispirato alla sua storia e mi ero commossa. Era detta “la libellula della danza” e così ho avuto l’idea. Prendo spesso spunto dalla natura, dagli animali, così per un tutù che la rappresentasse ho immaginato tante ali di libellula. È stato il più difficile sia da imbastire - ho dovuto usare il filo di ferro per sostenerlo - sia per ottenere quella trasparenza delle ali, ho usato carta di seta che ho incollato con del Vinavil… perché dove normalmente si cuce, io incollo.

ET Invece gli ultimi due “corpetti”?
CC Nel tutù “Apollinea” c’è effettivamente un corpo. Mi sono ispirata al balletto Apollon Musagète di Stravinskij e ho cercato di evidenziare la fisicità modellando il vestito come se fosse una statua antica. Infine, c’è il tutù “Piumetta”, con le piume ritagliate in carta che forse più di tutti trae in inganno. La mia scommessa è un po’ questa: quella di ingannarti, con la carta che sembra quasi tessuto.

ET Com’è nata questa passione per la carta?
CC Vedendo mio padre realizzare i suoi soldatini dipinti per giocare con i suoi amici, una sorta di Risiko per cui aveva disegnato anche un tabellone. Piccolo aneddoto: tra quegli adulti impegnati nelle più disparate operazioni militari, c’era anche Claudio Abbado, con cui mio padre è sempre stato molto amico fin da bambino. Ricordo che quando veniva a casa metteva il disco della sua direzione di Aleksandr Nevskij e giocava con mio padre, si esaltavano un sacco.

ET Quindi diciamo che era il suo modo di partecipare e di entrare in quell’universo creativo.
CC Era sicuramente un modo per avvicinarmi a lui. Tra l’altro, mio padre si ispirava a me bambina per rappresentare l’infanzia di Valentina e in una storia la disegna con le forbici in mano mentre taglia le carte da gioco di Alice nel paese delle meraviglie. L’ho sempre un po’ interpretato come se avesse voluto tracciare un sentiero, una premonizione che poi avrei veramente lavorato sempre con le forbici in mano.

ET Poi però è diventata architetto. Quando ha capito che si stava prospettando un nuovo orizzonte lavorativo?
CC Un giorno un mio amico mi chiese di allestire lo stand per Molteni al Salone del Mobile con dei vestiti di carta. È stata una sfida, non avevo nozioni né di sartoria né di moda, mi sono presa dei manichini di polistirolo e ho realizzato delle sculture che piacquero molto. Poi hanno cominciato a commissionarmi molte altre opere sempre con la carta e piano piano ho lasciato il mio lavoro di architetto e sono entrata sempre più nel vivo di questo strano mondo senza una vera storia, almeno in Italia, e che invece ha una grande tradizione soprattutto in Oriente.

ET Lei viene da una famiglia di artisti che ha un legame con la Scala, può raccontarci questo fil rouge?
CC Partirei da mio nonno paterno Gilberto, primo violoncello alla Fenice di Venezia e poi con Toscanini alla Scala, quando venne ricostruita dopo la guerra. Anche i suoi due fratelli erano musicisti, uno violinista e l’altro violista, tra l’altro quest’ultimo faceva parte del Quartetto Veneziano del Vittoriale, chiamato così da Gabriele D’Annunzio. Mio padre Guido non era un musicista, ma tra i suoi primi incarichi professionali ha illustrato centinaia di cover di dischi e certe volte si divertiva proprio a disegnare la linea musicale nei suoi fumetti. Era un grande appassionato di musica classica e jazz, ma la cosa che adorava di più era accompagnare suo padre in Scala e ascoltarlo suonare.

ET Una storia di Valentina è dedicata proprio al violoncello di suo nonno Gilberto.
CC Quando morì, mia nonna voleva far continuare a vivere il suo strumento, un prezioso Rogeri del 1717 appartenuto a Paganini, e decise di venderlo. Per mio padre fu quasi un doppio lutto perché in un certo senso quello strumento rappresentava il nonno, quel suono era suo padre. Così decise di dedicargli un racconto, dove tutti vogliono questo violoncello e tentano di rubarlo. C’è un lieto fine a questa storia: quello strumento tanto amato continua a prosperare tra le mani di Enrico Dindo, che quando lo suona sembra abbracciarlo.

ET E poi c’è un’altra storia di suo padre Guido ambientata al Piermarini.
CC Una sorta di giallo in cui i palchi e gli spazi del Teatro sono ben riconoscibili. Mi è stato chiesto di ricavarne un pannello da mettere in mostra proprio per raccontare, in maniera un po’ naïf, questo filo che collega mio nonno, mio papà e me, perciò ho inserito anche un’altra storia, L’intrepida Valentina di carta, dove mio padre ritrae una Valentina undicenne con le mie sembianze, nei panni della ballerina di carta della celebre fiaba di Andersen Il soldatino di piombo.

ET Un’ultima curiosità sulle nostre “ballerine di carta”. Una volta conclusa la mostra, dove andranno?
CC In realtà è una domanda a cui non so dare ancora una risposta, sarebbe bello se si riuscisse a trovare almeno per qualcuna una collocazione che le valorizzi. Nonostante il mio laboratorio sia abbastanza grande, potrei tenerne allestite giusto un paio e mi dispiacerebbe impacchettarle e stivarle.

Elisabetta Tizzoni
Laureata in Lettere moderne e Storia dell’arte, ha pubblicato articoli per l’editore Campisano e il BTA. Ha studiato Pianoforte e Musicologia e collabora con il Museo Teatrale alla Scala