Un grande contenitore del mondo
Secondo David McVicar, il Ring wagneriano è una grande rappresentazione del mondo e dell’umanità, da cui è impossibile tenere fuori i temi che angosciano anche il nostro presente

Quando David McVicar è diventato Sir nel 2012, aveva ricevuto da pochi mesi il Grand Prix de la Musique du Syndicat de la Critique. Non un riconoscimento qualsiasi, perché il premio si riferiva al suo primo Ring wagneriano, presentato all’Opéra du Rhin di Strasburgo. Molta acqua è passata sotto i ponti, ma diciassette anni (considerando l’apparizione del primo Rheingold in quel ciclo) sono un periodo sufficientemente ampio per metabolizzare l’immane materia e affrontarla di nuovo da capo. All’epoca la lettura di McVicar si fece apprezzare per l’aver evitato eccessi intellettualistici, aderendo al respiro musicale wagneriano e fidandosi della sua componente umana: i tormenti di Wotan, la violenza dei sentimenti di Siegmund e Sieglinde, la sofferenza filiale di Brünnhilde. L’impressione è che nel suo primo ciclo wagneriano McVicar non abbia voluto dare troppe caratterizzazioni socio-politiche, privilegiando invece uno sguardo nel tempo e nelle culture, come se tutti gli dei facessero parte della grande storia del mondo. Da qui un Hagen che indossava un costume da samurai, le maschere africane appese alle pareti, un Oro del Reno incarnato da un danzatore a cui Brünnhilde darà la maschera dorata che si adatterà perfettamente al suo viso e ristabilirà l’armonia universale, mentre la maschera di Erda - madre terra, la più grande e la più importante, era quella che si disintegrava. Abbiamo incontrato McVicar nel pieno delle prove del nuovo Rheingold scaligero.
LB Mettere in scena una Tetralogia è una delle prove culturali più a lungo termine che si possano ancora immaginare nel velocissimo mondo di oggi. Un regista deve già avere chiara la direzione finale del progetto sin dall’Oro del Reno?
DM Certamente. Questo Ring penso sia come un arco teso verso la conclusione. Già dalle prime battute di musica, in cui avverti lo scorrere del fiume, bisogna immaginarsi l’epilogo. Sarebbe impossibile pensare un lavoro del genere opera per opera. C’è da dire però che dall’Oro del Reno alla prima rappresentazione completa del Ring passarono più di vent’anni, durante i quali Wagner è cambiato profondamente, prima un socialista anarchico rivoluzionario, poi un uomo disilluso che ha accettato il fallimento dei suoi ideali giovanili. Di fondo, però, resta che il Ring, al di là di incongruenze e ripensamenti, è un’opera unitaria, un grande contenitore del mondo.
LB A quali risorse ha attinto, oltre alla sua già rodata esperienza sul terreno wagneriano?
DM Nel mio lavoro di regista d’opera, che svolgo da trent’anni esatti, porto sempre la mia formazione di attore, che rivendico con orgoglio. Tutte le opere che affronto, siano del Settecento ˗ secolo che adoro ˗ o del tardo Ottocento, partono dal lavoro sui cantanti. Non fraintendetemi: c’è sempre una base concettuale in tutto ciò che faccio, ma poi sulla scena ci deve essere una ragione per cui le cose accadono, una dopo l’altra. L’interpretazione concettuale è importante, ma non è la cosa principale per me, perché poi sono gli artisti ad andare in scena e a interpretare un pensiero. Quindi è essenziale come gli artisti investono se stessi nel personaggio e come raccontano la storia, affinché questa risulti ben chiara al pubblico. Questo è davvero importante. Tutto ciò che ostacola la comprensione della storia è da eliminare, né più né meno.
LB Lavorare con cantanti wagneriani di provata esperienza è un vantaggio oppure offre meno margine di manovra?
DM Decisamente un vantaggio. Per esperienza, i cantanti wagneriani ˗ ammesso che esista la categoria ˗ sono di solito i più flessibili, perché sono interessati a entrare a fondo nel significato della parola. Al contrario, nel repertorio italiano noto meno malleabilità, forse perché ci si concentra di più sull’aspetto virtuosistico del canto. Del resto, c’è anche una ragione pratica: se devi stare in scena quattro o cinque ore, anche se non sarà il caso del Rheingold, è decisamente meglio capire fino in fondo ogni minimo gesto, ogni parola, ogni significato.
LB Sarà un Ring più militante rispetto al primo?
DM Il Ring è una grande rappresentazione del mondo e dell’umanità. Penso sia impossibile, oggi, tenere lontani temi come l’ambiente o il cambiamento climatico, di cui già Wagner in un certo modo ci aveva avvertito. Tutto il mondo di oggi ci dice a gran voce di tornare indietro, altrimenti la rovina sarà certa. E se penso alle guerre dei nostri tempi non oso immaginare come arriveremo al 2026, alla fine del ciclo. Per fortuna l’impalcatura dello spettacolo è flessibile abbastanza per accogliere nuovi spunti. Ma il Ring è ovviamente molto altro. È una grande esperienza di amore in tutte le sue forme, dall’impulso sessuale primordiale alla forma più elevata dell’amore che è la compassione disinteressata per gli altri essere umani e per la natura. La difficoltà principale delle quattro opere non è tanto la lunghezza, ma il significato filosofico e poetico dei libretti di Wagner, che come scrittore è decisamente ostico da penetrare.
LB Fra tutte le vicende della Tetralogia, quale si imprime di più nel suo immaginario?
DM Das Rheingold ha che fare con sentimenti umani molto istintivi e primordiali: l’avidità, la prevaricazione, l’inganno, l’impulso erotico. Ma in Die Walküre penso sia annidato uno dei nuclei più impressionanti, quello della relazione tra Wotan e Brünnhilde. Il congedo di Wotan da sua figlia è qualcosa di difficilmente descrivibile a parole, così come la preghiera di lei, a livello emotivo, trova pochi eguali nella storia del teatro.
LB Lei che rapporto ha con Wagner, a prescindere dalle occasioni in cui è chiamato a metterlo in scena?
DM Penso sia un grande uomo di teatro, un visionario con dei contorni caratteriali e ideologici persino odiosi, ma soprattutto penso sia stato un grande faro di ispirazione per le generazioni successive. Non posso fare a meno di pensare a quanto abbia potuto sentirsi demoralizzato quando vide in scena il suo primo Ring nel 1876, qualcosa che poteva assomigliare più ad Aida che alla sua idea di teatro del futuro. Però il suo pensiero è cresciuto, si è sviluppato e oggi siamo sufficientemente forniti di conoscenze per metterlo in scena adeguatamente.
LB Nel team artistico di questa produzione si vedono anche maestri di arti marziali e di “circus performances”.
DM Le arti marziali entrano in gioco nella società militarizzata di Hunding, ma non solo. Avremo anche dei cavalli in scena, ma saranno degli attori. Ci sarà molta fantasia. E al pubblico chiederò di immaginare il più possibile.
Luca Baccolini