Tre mondi in un oratorio

Nel Messiah, Händel unisce l’architettura tedesca, la vocalità italiana e la lingua inglese in una sintesi di rigore e splendore. Christophe Rousset ne svela la profondità della struttura
Christophe Rousset

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A un anno dal successo che li ha visti interpreti di musiche di Marc-Antoine Charpentier e Johann Sebastian Bach, Monteverdi Choir & English Baroque Soloists tornano sul palco del Piermarini, ora come allora sotto la guida del clavicembalista e direttore d’orchestra Christophe Rousset. In programma, il 15 dicembre, per il primo appuntamento della nuova Stagione delle “Orchestre ospiti”, il monumentale Messiah, Oratorio in tre parti HWV 56 di Georg Friedrich Händel. A Christophe Rousset abbiamo domandato del fortunato sodalizio con gli ensemble, vocale e strumentale, britannici fondati da Sir John Eliot Gardiner rispettivamente nel 1964 e nel 1968 e di queste celebri pagine händeliane.

LS La sua collaborazione con il Monteverdi Choir & English Baroque Soloists ha inizio nel 2024. Qual è la visione musicale che intende portare a questo storico ensemble dallo straordinario background händeliano?

CR In effetti, mette quasi in soggezione. Ho avuto modo di lavorare con loro in maniera molto piacevole su un programma misto che prevedeva musiche di Bach e Charpentier e tutto è filato liscio, con gioia e comprensione reciproca. L’idea di proporre il Messiah, poi, è nata dal fatto che non lo eseguivano da tanti anni. Si tratta di un pezzo emblematico e, visto che non mi considero “erede” di alcuna tradizione esecutiva che lo riguardi, ho pensato che sarebbe stata l’occasione giusta per darne una lettura differente rispetto a quella che si ascolta abitualmente in Inghilterra nel periodo natalizio. E sono stati entusiasti, tanto che desiderano realizzare insieme un vero e proprio ciclo di oratori händeliani. Theodora è già in agenda tra gli impegni futuri e ne sono molto felice e onorato.

LS Il Messiah, la cui creazione risale a una particolare ricorrenza, la Quaresima del 1742 a Dublino, è profondamente legato all’attività musicale del periodo quaresimale e pasquale, ma è divenuto anche un caposaldo del repertorio classico natalizio…

CR In effetti è un po’ strano, perché è proprio in Inghilterra che lo si esegue particolarmente nel periodo natalizio. L’ho diretto varie volte ma mai a Natale, quindi non lo avverto come particolarmente legato a quel periodo. Anche perché è una sorta di “patchwork” di tanti testi che ricordano altri periodi.

LS Dell’Oratorio esistono varie versioni: quali sono principali differenze tra la prima di Dublino del 1742 e quelle londinesi eseguite tra il 1743 e il 1759, e quale presenterete il 15 dicembre?

CR Eseguiremo una versione più tarda, quella londinese del 1752. Diversa dalla prima di Dublino e da quella che solitamente si ascolta. Prevede arie e duetti rimaneggiati, ma in realtà la maggior parte del pezzo rimane invariata. Inoltre, un’aria è affidata al mezzosoprano piuttosto che al soprano. Insomma, Händel non ha “stravolto” il pezzo, ha forse tagliato un po’ qua e là per accorciarlo, ma la durata sarà comunque di due ore e mezza di musica davvero intensa.

LS Händel è un compositore che lei conosce a fondo, avendo interpretato molte delle sue opere (è reduce dalle letture di Orlando e Giulio Cesare di quest’anno). Che cosa la affascina di più del suo linguaggio? Ricordiamo che il Messiah fu composto in soli 24 giorni…

CR Credo che la velocità non sia necessariamente indice di una scrittura meno accurata. Händel ha sempre scritto piuttosto velocemente ed è noto che talvolta anche le opere si scrivevano molto alla svelta. Inoltre, anche a ragione dell’urgenza compositiva, nel Messiah vengono ripresi temi ed elementi preesistenti, come i duetti italiani scritti a Roma all’inizio della sua carriera, che vengono amplificati dando vita a dei cori magnifici. Quel che più apprezzo nelle sue opere tarde, quindi negli oratori, è il mix di elementi italiani, inglesi e tedeschi. Direi che Händel, quando scrive certe fughe magnifiche per il coro, ritorna alla sua essenza tedesca realizzando architetture incredibili dal punto di vista del genio contrappuntistico, aspetto che non utilizza quasi mai nelle sue opere italiane. Certamente negli oratori inglesi ricorre alla vocalità italiana, talvolta proprio a interpreti italiani. Troviamo quindi il virtuosismo e la vocalità propri delle sue opere ma anche gli elementi inglesi, soprattutto la lingua. Insomma, l’impronta nazionale è evidente, ragione per cui i suoi oratori non sono mai stati dimenticati in Inghilterra. E il Messiah, in particolare, è sempre stato riproposto. Non è mai caduto nell’oblio, come le Passioni di Bach, per esempio...

LS Un teatro d’opera come la Scala potrebbe sembrare, anche acusticamente, non particolarmente adatto per l’esecuzione di questo lavoro. Ma sappiamo che fu proprio questa sorta di “contaminazione” a decretare in buona parte la fortuna dei grandi oratori händeliani. Rileva vi siano difficoltà, per l’interprete, nel conciliare l’apparente contrasto tra elementi sacri e profani della scrittura?

CR Lo stesso Händel ha contemplato l’esecuzione del Messiah anche al Covent Garden di Londra, per cui l’idea di eseguire la sua musica sacra solo nelle chiese è stata contestata da lui per primo. E anch’io sono d’accordo. Quando l’anno scorso abbiamo proposto le Cantate di Bach, la Scala è stata uno scrigno perfetto per questa musica e questo gruppo di altissimo livello. Direi, quindi, che tale aspetto non ha nessun effetto negativo su questo specifico repertorio. Anzi, trovo che la trasparenza dell’acustica sia tale da aiutarci, forse, a essere ancor più precisi su una scrittura tanto raffinata. Insomma, non avverto alcun limite.

LS Restando sul tema, nel 2014 è stato protagonista di una ripresa della “controversa” produzione del Messiah per la regia di Claus Guth al Theater an der Wien. Come valuta i tentativi di mettere in scena queste celebri pagine?

CR Devo ammettere che ero molto sorpreso da questo tentativo e alla fine mi ha convinto. Perché nonostante nel Messiah non vi sia niente di veramente drammatico, né una storia vera e propria, a differenza di altri oratori come Semele, Claus Guth è riuscito a trasmettere l’emozione sprigionata da questa musica dalla travolgente bellezza, trasportandola in una storia e una drammaturgia da lui create, che acquistavano così un valore e un senso incredibili ed esaltavano il potere drammatico di una musica non certo pensata per una situazione come quella proposta. Insomma, confesso di essere rimasto positivamente impressionato da questa regia.

LS In un momento storico in cui la globalizzazione contribuisce a far apparire sempre più sfumati i contorni interpretativi della cosiddetta musica antica, crede esistano ancora tratti distintivi tra due ormai storici ensemble, di differenti provenienze, come i suoi Les Talens Lyriques e gli English Baroque Soloists?

CR Sì, direi che esiste una specificità in questi gruppi così come in quelli italiani e tedeschi. Una sorta di “impronta nazionale”. E quando mi è stato chiesto se volessi suggerire qualche nome per il ruolo di Konzertmeister, ho detto “no, non voglio importare un violinista francese per gli English Baroque Soloists”. Preferisco che l’ensemble mantenga la sua impronta. Non mi interessa creare un clone dei Talens Lyriques. Desidero, piuttosto, lavorare su una materia prima diversa e ricavare qualcosa di totalmente altro, naturalmente di altissimo livello. Proprio come accaduto con Bach e con Charpentier. Nell’immaginario di un direttore esiste sempre un ideale verso cui tendere. E il risultato finale rispecchia il tentativo di avvicinarsi il più possibile alla visione che ha maturato. Se questo si realizza insieme a un gruppo inglese o a uno francese, ovviamente, porterà a un risultato differente.

Luisa Sclocchis