Terzo atto alla Scala
Con il terzo mandato alla guida del Corpo di Ballo, Frédéric Olivieri intreccia passato e futuro, continuando a formare nuovi talenti e a immaginare sfide per la Compagnia scaligera

Con il primo giorno di marzo è iniziato il terzo mandato di Frédéric Olivieri alla Direzione del Corpo di Ballo del Teatro alla Scala. Un caso unico - Olivieri ha infatti già diretto il Balletto scaligero dal 2002 al 2007 e dal 2016 al 2020 - e un legame che di fatto non si è mai interrotto, poiché dal 2003 è Direttore del Dipartimento Danza dell’Accademia Teatro alla Scala e dal 2006 è Direttore della storica Scuola di Ballo, incarichi che tuttora mantiene. Al di là dei numeri, delle date, della sintesi cronologica, questo nuovo mandato è occasione per riflettere su un’esperienza artistica e professionale a tutto tondo e su un percorso che prosegue.
Carla Vigevani Partiamo proprio dal legame fra Scuola e Compagnia che lei davvero impersona. Anche lei ha fatto questo percorso, e vorrei partire proprio da qui: diplomato al Conservatorio di Nizza, sua città natale, nel 1977 vince il primo premio del prestigioso Prix de Lausanne, entrando così di diritto alla Scuola di Ballo dell’Opéra di Parigi. Nel 1978 è nel Corpo di Ballo e nel 1981, sotto la direzione di Rudolf Nureyev, viene nominato solista. Nel 1985 è primo ballerino di un nuovo ensemble, Les Ballets de Monte-Carlo, e dopo pochi mesi, alla presenza della Principessa Carolina di Monaco, riceve il titolo di étoile. Dal 1993 è principal dell’Hamburg Ballet diretto da John Neumeier.
Frédéric Olivieri All’Hamburg Ballet ho terminato la mia carriera di danzatore. Ho in seguito lavorato come maître de ballet, nel MaggioDanza - e dal 2000 come Direttore artistico; come consulente artistico per il Balletto dell’Opera di Zurigo diretto da Heinz Spoerli, poi alla Scala. Mi sembra di aver vissuto due o tre vite: una da allievo, una da solista ed étoile, e poi l’altra da maître e da direttore… Nonostante questo non ho mai dimenticato, anzi sono sempre presenti le sensazioni, l’emozione e il rapporto che avevo nei confronti di insegnanti, maîtres, artisti, coreografi, oltre che con i vari balletti e le musiche. Che tu sia allievo o professionista, sono proprio l’emozione e la sensibilità artistica a dover essere sempre sviluppate e mantenute vive. Io ero un allievo molto curioso, facevo tanti progetti, mi immaginavo tanto del mio futuro da interprete. All’epoca avevo davanti a me artisti straordinari, ed erano i miei modelli di riferimento. Parliamo di Vladimir Vasiliev, Paolo Bortoluzzi, Michail Baryšnikov, Rudolf Nureyev, Peter Schaufuss. E ora vedo gli allievi della Scuola che a loro volta si confrontano con i loro modelli, molti dei quali sono i primi ballerini della Compagnia, che prima erano nostri allievi. Per me è molto bello assistere a una crescita alla quale ho contribuito, ho visto questi bambini divenire giovani studenti, adolescenti, giovani adulti, al loro diploma, poi in Compagnia, nel Corpo di Ballo, o solisti, primi ballerini e anche étoiles, tutti maturati e con un bagaglio artistico e di esperienze che li ha fatti crescere. Dunque, cerco di sviluppare e mantenere questo interesse, questo sogno, quest’idea di futuro che avevo anche io da ragazzino, perché tutti devono continuare ad avere l’opportunità di sviluppare e arricchire la propria artisticità, sia attraverso i balletti del repertorio classico, che offrono moltissime prove e occasioni per tutti, ma anche con sfide di linguaggi più innovativi e contemporanei.
CV Il suo percorso artistico è fatto anche di importanti incontri con coreografi e direttori. Un prezioso bagaglio di esperienze.
FO Sono stato ballerino in tre compagnie differenti fra loro per numeri e impostazione: l’Opéra di Parigi, un teatro e una compagnia statale, simile alla Scala, grande istituzione e grande compagnia con ritmi molto definiti, regolamenti interni ben stabiliti, e una gerarchia molto chiara; Les Ballets de Monte-Carlo, compagnia privata basata quasi totalmente su spettacoli in tournée; e poi una compagnia d’autore, il Balletto di Amburgo di John Neumeier. Queste tre realtà mi hanno fatto crescere come artista, come interprete, e mi hanno sicuramente ispirato nei miei successivi incarichi dirigenziali: è stata un’esperienza completa, direi molto rara e preziosa, che ritrovo nella mia idea di programmazione, che abbraccia creazioni, repertorio e tournée. Come ballerino, ho sempre desiderato un rapporto onesto e rispettoso nei miei confronti da parte dei maîtres e dei miei direttori, ben consapevole però di dover a mia volta rispettare disciplina, tempistiche, regole e doveri. Passato “dall’altra parte”, mi aspetto di avere lo stesso rapporto: i ballerini sanno benissimo che sono molto aperto e disponibile a capire, a gestire i loro dubbi e i momenti di difficoltà, ma che comunque un direttore deve dirigere, avere le idee chiare su dove portare la Compagnia, sia nel suo insieme sia singolarmente con ognuno dei solisti e dei primi ballerini, sia attuali sia i futuri, e con le étoiles. Ho un quadro molto chiaro e questo mi permette di avere un atteggiamento molto aperto.
CV Maurice Béjart, John Neumeier, Kenneth MacMillan, Alwin Nikolais, Alvin Ailey, Paul Taylor, Glen Tetley, Roland Petit, Pierre Lacotte, Uwe Scholz, Jean Christophe Maillot, John Neumeier, Roland Petit, Heinz Spoerli. Questi alcuni dei grandi coreografi che hanno segnato la sua carriera in scena.
FO Mi ritengo fortunato, ho avuto incontri artistici molto forti e importanti in diversi momenti della mia carriera di interprete e continua a essere così anche come direttore. Tra questi, John Neumeier è stato davvero molto presente, sia a Parigi sia a Montecarlo. Non posso poi dimenticare Béjart e Kylián: chiamarli coreografi è riduttivo, parliamo di grandi artisti che già durante le prove ti catturano nel loro mondo, in un’altra dimensione. Questo è ciò che fa la differenza, la capacità di farti andare oltre l’interprete, il ballerino, portandoti veramente in una dimensione artistica diversa. Anche ora vedo tanti autori giovani che sono in grado di compiere questa magia, come è successo con Peer Gynt di Edward Clug, con momenti di grandissima emozione vera, che vanno oltre il passo di danza e verso un senso profondo.
CV Da Balanchine a Béjart, da Kylián a McGregor, Neumeier, Petit, Preljocaj, Bigonzetti, Wheeldon e molti altri: nel corso dei due precedenti mandati ha ampliato il repertorio della Compagnia scaligera con nuove produzioni di grandi balletti e nuove creazioni e la Compagnia si è presentata sui più grandi palcoscenici del mondo in numerose tournée internazionali. Ora quali sono i suoi obiettivi?
FO Nella mia prima direzione ho lavorato molto sul repertorio, con più di 26 nuove produzioni, invitando tanti autori mai venuti prima alla Scala o che non tornavano da tanto, troppo tempo; nella seconda direzione ho lavorato ancora per sviluppare il repertorio, ma anche al riassetto del Corpo di Ballo con concorsi, nomine e prese di ruolo degli artisti più giovani, e inoltre sulle tournée. Ora l’idea è di andare avanti in questo senso, con tutta l’esperienza che ho acquisito in precedenza. Con il Sovrintendente Fortunato Ortombina abbiamo una sintonia di visione, per lavorare a stagioni di altissimo livello con nomi di prestigio, grande repertorio ma anche novità. C’è una generazione di nuovi coreografi, anche italiani, che possono mostrare un lavoro diverso da come siamo abituati, incentrato sull’insieme, non unicamente sulla coreografia, in una idea di spettacolo globale da tenere in considerazione. Continuerò a far crescere questa Compagnia, che è fantastica per lo straordinario livello tecnico, artistico e anche per l’interesse, la voglia e la curiosità - e li conosco bene, considerando che circa il novanta per cento di loro si è formato alla Scuola di Ballo dell’Accademia -, e a far crescere il pubblico assieme a noi.
CV Ha ancora qualche sogno nel cassetto?
FO Ci sono alcuni progetti che non sono riuscito a portare a termine nelle passate direzioni perché i processi a volte, soprattutto con autori di alto livello, sono molto lunghi e articolati. Questo terzo mandato mi permette di riprendere questi contatti; già dalla prossima Stagione si vedranno i primi risultati e non escludo di realizzare entro la fine della mia direzione anche qualche altro progetto ancora in sospeso. Penso a spettacoli che mancano e che sarebbe importante proporre in una città come Milano. Non parlo di grandi produzioni a livello commerciale, ma di momenti di incontro affettivo con la città, perché il balletto è molto seguito, molto apprezzato e molto capito. Dopo ogni spettacolo il nostro pubblico assorbe anche le emozioni e le idee, soprattutto quando lo spettacolo è globale: musiche, scene, costumi e coreografie fanno crescere il pubblico. La parola è “bellezza”. Che va in tutti i sensi, e ti fa uscire da teatro con pensieri, riflessioni, felicità e profonde emozioni, anche forti. E alla Scala ci sono tutti gli ingredienti e le capacità per farlo.
CV Dunque, novità e grande repertorio.
FO Certamente, sono poche le compagnie come la Scala che possono e devono proseguire a presentare il grande repertorio e portare i nostri lavori fuori dalla Scala, sviluppando la nostra presenza a Milano, in Italia, dove ci sono luoghi meravigliosi e importanti festival, ma anche in Europa. Perché quando una compagnia gira poco o non gira mai, si pensa che sia rimasta a dieci o vent’anni prima, mentre la sua evoluzione deve essere costantemente mostrata al mondo. E questo indipendentemente dalle piattaforme che mostrano i balletti in video, perché attorno a una tournée c’è incontro, discussione, conoscenza, scambio, nuovi legami che si creano.
CV Un percorso di crescita che ha impostato fin dalla Scuola di Ballo.
FO In effetti è così, in questi anni ho dato l’opportunità agli allievi di frequentare masterclasses con danzatori e coreografi di fama internazionale, e ho dato loro l’opportunità di interpretare, sia a Milano sia in trasferta, importanti titoli di Balanchine, Béjart, Bigonzetti, Bournonville, Mats Ek, Forsythe, Kylián, Limón, Petit, Preljocaj e creazioni di Davide Bombana, Shantala Shivalingappa, Matteo Levaggi, Emanuela Tagliavia, Valentino Zucchetti. E sono molti i coreografi contemporanei che rimangono sorpresi dal livello di versatilità e apertura mentale dei nostri allievi. Non dimentichiamo che la Scuola forma gli allievi in primis come fucina per la Compagnia della Scala, ma non tutti riescono a entrare, quindi è bene che il nome dell’Accademia giri in tutto il mondo, e sono orgoglioso dei tanti allievi entrati in numerose compagnie internazionali, diventati anche primi ballerini; è un risultato importante che conferma che stiamo andando nella giusta direzione; e la scelta caduta su di me nasce anche da questa volontà del Sovrintendente di consolidare il connubio tra la Scuola di Ballo e la Compagnia.
CV In tutto questo percorso avrà moltissimi aneddoti e ricordi, uno su tutti?
FO Mi ricordo quando all’Opéra di Parigi venne annunciato l’arrivo di Rudolf Nureyev alla testa della Compagnia, in cui io ero entrato sotto la direzione di Rosella Hightower e poi di Violette Verdy. Lui chiese di vederci tutti in palcoscenico: eravamo lì ad aspettare il suo arrivo. Mi ricordo ancora i suoi passi da lontano, questa camminata decisa, con i suoi famosi stivali. È arrivato e non si è messo davanti a noi, o di lato o davanti, è entrato dentro il gruppo, si è messo in mezzo e noi tutti attorno. E appena ha iniziato a parlare abbiamo capito che ci sarebbe stato un cambiamento. Di modernità, quella che lui ha portato. Questo grande personaggio, in mezzo a noi, ci disse: “Siete una grande compagnia e con me diventerete la più grande compagnia del mondo”. Non erano parole urlate, ma dette con grande semplicità, con grande serietà e consapevolezza. E non mi sono mai scordato questo modo di comunicare: perché dire le cose semplicemente, così come sono, spesso è la cosa migliore e sicuramente la più efficace.
Carla Vigevani