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Temptation Mozart

Robert Carsen trasforma Così fan tutte in un programma televisivo sull’amore e sull’identità: una “scuola degli amanti” nell’era dei reality
COSì FAN TUTTE (6)

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Il Mozart secondo Robert Carsen è ben noto al pubblico della Scala, dopo il Don Giovanni tutto specchi, riflessi e teatro nel teatro, che inaugurò la Stagione nel 2011 con Daniel Barenboim, ritornato poi nel 2017 e nel 2022. Quanto alle Nozze di Figaro, la sua produzione nata nel 1993 a Bordeaux ha girato mezza Europa, e il prossimo anno firmerà una nuova coproduzione fra il Teatro Real di Madrid e il Metropolitan di New York. Così fan tutte invece non l’aveva mai messa in scena, ma la ama fin da quando ci lavorò a Spoleto nel 1978, come assistente di Giorgio De Lullo.

MP Siamo all’ultimo capitolo della cosiddetta trilogia Mozart - Da Ponte. Si può rintracciare un filo conduttore fra le tre opere?

RC Cominciamo col dire che non può in alcun modo essere considerata una vera trilogia: non era pensata in questo senso e le opere rappresentano tre mondi completamente diversi. Ma è vero che il tema dell’amore e della sua complessità, della seduzione e della fedeltà ricorre: nelle Nozze si prepara un matrimonio, in Così fan tutte c’è un matrimonio fittizio, in Don Giovanni un matrimonio che non avviene mai, quello tra Don Ottavio e Donna Anna. Insomma, i temi si rispecchiano, ma ciascuna opera esplora un aspetto diverso dell’amore. Don Giovanni introduce una dimensione quasi metafisica, le Nozze e Così fan tutte, invece, restano in una sfera più realistica.

MP Così fan tutte è anch’essa in qualche modo piuttosto “filosofica”, con la messa in scena di una sorta di esperimento sociale. Secondo lei c’è una morale?

RC Il tema dell’amore e del significato di una relazione è troppo complesso per ridurlo a una morale. Don Alfonso, in fondo, mette in scena un inganno per smascherarne un altro: vuole che questi ragazzi si sveglino, che imparino una lezione. Cerca di mostrare loro la natura umana affinché entrino nella vita matrimoniale con maggiore consapevolezza e tolleranza, capaci di perdonarsi a vicenda. Solo così il loro legame potrà durare quando la passione iniziale si sarà affievolita. “La scuola degli amanti” è il titolo alternativo scelto da Da Ponte per l’opera: è dunque una scuola d’amore, ma anche una scuola per il futuro, un modo per capire cosa sia giusto aspettarsi dall’altro. Spesso ci innamoriamo di un’immagine che proiettiamo sull’altra persona, non di ciò che essa è davvero. Ecco, il problema nelle relazioni è accettare l’altro per ciò che è, non per ciò che vorremmo che fosse.

MP E si arriva al tema dell’identità, del travestimento, al fatto che i personaggi si mascherino e poi finiscano per confondersi con i loro stessi travestimenti.

RC Tornando alla prima domanda, anche il travestimento è un elemento comune a tutte e tre le opere. In Don Giovanni abbiamo Leporello e Don Giovanni che si scambiano i costumi; nelle Nozze Susanna e la Contessa che si scambiano gli abiti, in Così fan tutte Despina interpreta due personaggi diversi, e soprattutto i due ragazzi ritornano travestiti da altri uomini. Il tema del “chi siamo davvero” è una questione centrale per Mozart e Da Ponte.

MP Così fan tutte, ma anche Così fan tutti. È un errore trovare misoginia in quest’opera, come spesso si pensa?

RC Sì, ma è delicato perché in effetti può apparire tale, ma è importante evitare questa lettura. D’altronde la prima volta che si parla di fedeltà è Despina a farlo, ma a proposito degli uomini, che non sono certo modelli di costanza: la questione quindi è posta per entrambi i sessi, uomini e donne.

MP Come si spiega lei che, nonostante i loro propositi, Fiordiligi e Dorabella cedano così rapidamente ai nuovi amanti?

RC Le due ragazze, semplicemente, trovano questi nuovi uomini più attraenti dei loro fidanzati. Si innamorano davvero di loro. Se ci pensa, noi non sappiamo molto delle loro relazioni precedenti, sappiamo solo che sono ormai consolidate, forse un po’ stanche. Questi due “stranieri”, invece, rappresentano un’esperienza completamente diversa: sono più diretti, più sensuali, non si nascondono dietro le convenzioni. Fin dall’inizio sono molto fisici, chiedono un bacio ˗ che, in realtà, significa molto più che un bacio. Credo che le due ragazze trovino tutto questo estremamente eccitante. Ma la cosa interessante è che anche i due ragazzi cambiano. All’inizio è solo una scommessa, c’è una competizione tra loro: chi riuscirà a sedurre la fidanzata dell’altro? Ma poi qualcosa cambia. Anche loro si rendono conto di essere attratti dall’altra ragazza, anche per loro l’esperimento rivela qualcosa di se stessi.

MP Lo scambio di coppie è tipico della commedia classica, ma allo stesso tempo è un concetto molto attuale, sempre più presente nelle discussioni sul “modern love”, insieme al tema delle relazioni aperte e a tanto altro.

RC In questo caso però non si tratta esattamente di uno “scambio di coppie”, come lo intendiamo oggi, dove tutti sono consapevoli e consenzienti. Qui è diverso: le ragazze credono di avere due nuovi pretendenti, mentre i ragazzi sanno perfettamente che le stanno ingannando per vincere una scommessa. È qualcosa di più pericoloso, moralmente e psicologicamente.


MP Passiamo a Despina e Don Alfonso: lei sembra una figura quasi a-morale, mentre lui è un filosofo cinico.

RC Despina, per come è scritta, è una donna molto concreta, che ha già fatto esperienza: in un certo senso, ha già frequentato la “scuola degli amanti”, infatti l’ho pensata più in là con gli anni di come la si rappresenta di solito. Don Alfonso, invece, è come se fosse il preside di questa scuola. Ci sono molti modi per interpretarlo: si può pensare che sia un uomo amareggiato, che ha già vissuto l’amore e ora si diverte, quasi con cinismo, a mettere alla prova o a distruggere le relazioni dei più giovani. La sua però non è crudeltà, anche se è chiaro che una componente di manipolazione c’è, fa parte del gioco.

MP E come ha interpretato il “gioco” in questa nuova produzione?

RC Ho pensato di ambientare tutta la vicenda nel mondo della televisione, come se i protagonisti fossero concorrenti di un reality show incentrato sull’amore: Temptation Island, Love Island, Love Is Blind, Too Hot to Handle, The Bachelor, Perfect Match, Are You the One? e così via. I programmi televisivi e le piattaforme di streaming sono invasi da format di questo tipo. Il nostro si intitola “La scuola degli amanti”, e mette alla prova le coppie, ne testa la solidità, le espone a tentazioni per vedere cosa succede. Anche nel Così fan tutte abbiamo due coppie che accettano, consapevolmente o meno, di mettere alla prova il loro amore. Insomma, il principio è lo stesso: tutti partecipano a un esperimento in cui scoprono aspetti di sé e del proprio partner che non conoscevano. E, come nei reality, non sanno esattamente cosa accadrà né come reagiranno. In questa chiave, Despina e Don Alfonso diventano i conduttori dello show. Non più una cameriera e un filosofo, ma due presentatori, su un piano di parità: lei l’anima pratica, ironica, lui lo stratega, l’osservatore. Insieme guidano il gioco, lo orchestrano, lo commentano.

MP E cosa si vince?

RC Beh, dovrebbe trattarsi di un premio in denaro, no? Nell’opera si parla continuamente di denaro: scommesse, pagamenti, debiti. E questo è molto attuale. Oggi il valore dell’amore è costantemente messo in crisi: viviamo in un mondo in cui si desidera diventare ricchi all’istante e più famosi possibile sui social, ottenendo visualizzazioni, like, click. È un universo dove il riconoscimento pubblico conta più della verità dei sentimenti, per quanto doloroso. In questo contesto, lavare i propri panni sporchi in pubblico diventa un elemento positivo e non negativo. Ricorda il caso del concorrente Montoya nell’edizione spagnola di Temptation Island.

MP “Montoya por favor”.

RC Ecco, da episodi del genere nascono veri e propri meme virali, momenti in cui tragedie personali diventano spettacolo. È un meccanismo che mi interessa molto: la trasformazione del dolore e del fallimento in intrattenimento di massa. Nella nostra produzione abbiamo mescolato tanti format di questo tipo e tutti hanno in comune la stessa ossessione: mettere alla prova i sentimenti davanti a un pubblico.

MP Pensa che questo tipo di reality possa produrre, sul pubblico di oggi, un effetto analogo a quello che il Così fan tutte ebbe sul pubblico del Settecento?

RC Il mio compito, come regista, non è cercare un’equivalenza storica, ma rendere il materiale vivo e pertinente per chi lo guarda oggi. Gli esseri umani, in fondo, non sono cambiati: provano le stesse emozioni, le stesse fragilità. È cambiato il mondo intorno a noi, il modo in cui ci rapportiamo, le forme sociali e mediatiche dell’amore, della gelosia, della vergogna. In questo caso la chiave del reality televisivo mi è sembrata una via interessante: vedremo se funziona.

MP D’altronde Così fan tutte, più ancora delle Nozze di Figaro, è costruita non tanto su un intreccio articolato, ma su un’unica grande situazione che si sviluppa davanti ai nostri occhi.

RC Non è tanto una trama quanto un processo. Vediamo i personaggi scoprirsi, mettersi alla prova, affrontare le proprie contraddizioni. È un’osservazione diretta, quasi “dal vivo”, dei meccanismi dell’amore. Nel nostro spettacolo mostriamo anche il dietro le quinte del programma, alternando ciò che accade in scena e ciò che avviene fuori campo.

MP Quindi Don Alfonso e Despina non sono solo manipolatori, ma partecipano emotivamente al processo.

RC Avremmo potuto interpretarli come due personaggi amareggiati e arrabbiati con la vita, ma non è la nostra lettura. Non sono solo figure ciniche che si divertono a distruggere la vita dei giovani; li osservano, li commentano, ma a modo loro li aiutano. Se ha in mente come funzionano questi programmi, a volte i conduttori assumono quasi un ruolo da psicologi. Quindi Così fan tutte diventa anche un’opera sulla ricerca della propria identità, un percorso in cui i personaggi scoprono se stessi, proprio come accade in certi reality dove, al di là della manipolazione televisiva, qualcuno finisce davvero per capire qualcosa di sé. Ma non bisogna dimenticare che anche i conduttori televisivi hanno un indice di ascolto, e che forse più dei concorrenti hanno bisogno di piacere al pubblico: per questo sono disposti a mascherare la realtà dei propri sentimenti.

MP Come interpreta la chiusa dell’opera, “Fortunato l’uom che prende / Ogni cosa per buon verso”?

RC È un momento in cui il teatro rompe la quarta parete e si mette in contatto diretto con gli spettatori, li invita a riflettere su ciò che hanno appena visto e su come rispecchi la vita reale. Il teatro, dopotutto, è una forma effimera, una metafora della vita stessa: breve e irripetibile, solo che la vita è senza prove. In ogni spettacolo, anche in una commedia, il pubblico assiste a comportamenti umani, spesso estremi, che forse non vivrà mai in prima persona, ma nei quali si riconosce. È lo stesso meccanismo che nasce con il teatro greco: attraverso le azioni degli altri, lo spettatore apprende, vive per interposta persona. Ma, per quanto dolorose possano rivelarsi le esperienze dei quattro giovani amanti, non dobbiamo dimenticare che Mozart e Da Ponte si proponevano di scrivere una commedia. Questa, però, è basata su sentimenti reali – una sorta di Čechov avant la lettre – e dunque un coro finale sull’assurdità dell’amore e della vita non stona affatto, soprattutto nel momento cruciale in cui ogni produzione deve decidere in che modo esattamente far terminare la commedia…

Mattia Palma