Stasera c’è Tosca in tv

Dalle prime trasposizioni al colossal televisivo di Andermann del 1992, fino al 15% di share della produzione di Chailly e Livermore, Tosca continua a dimostrare la sua straordinaria modernità
tosca pop

Tosca non è solo la più cinematografica, ma è anche la più televisiva delle opere del melodramma italiano. Concepita a cavallo tra Ottocento e Novecento (la prima assoluta dell’opera fu al Costanzi di Roma il 14 gennaio del 1900), Tosca guarda già al ventesimo secolo. La sua modernità è tutta nella consapevolezza e nel controllo dei piani temporali. Nel suo recente libro Puccini 900 (Curci, 2024), Filippo Del Corno spiega bene come in Tosca tutto sia perfettamente scandito: “L’azione si raccoglie nell’arco di circa sedici ore dal pomeriggio di un martedì del giugno 1800, identificabile grazie al riferimento storico dei dispacci riguardanti la battaglia di Marengo, all’alba del giorno successivo” e aggiunge che gli intervalli tra gli atti “sembrano quasi rappresentare uno spostamento in avanti delle lancette di un vero orologio, per far avanzare un cronometro drammaturgico che stringe palcoscenico e platea, pubblico e interpreti in un legame di indissolubile complicità”. Guardandola in un altro modo, Tosca sembra già scalettata per una diretta televisiva.

L’appeal televisivo dell’opera di Puccini è il frutto di una lunga evoluzione che comincia pochi anni dopo la prima romana: il dramma di Victorien Sardou da cui era stato ricavato il libretto di Tosca era stato ripreso per il cinema già nel 1905 con Sarah Bernhardt nel ruolo della protagonista, ma il film non fu mai distribuito. A partire dalla versione cinematografica di Alfredo De Antoni del 1914, Tosca ha cominciato a comparire sul grande schermo sempre più spesso. La versione del 1941, la prima con il sonoro, doveva essere diretta da Jean Renoir che poi fu sostituito, a causa dello scoppio della guerra, da Carl Koch. L’idea di Renoir, già abbozzata nel 1938, era quella di raccontare il dramma di Sardou/Puccini come una storia poliziesca, con molte riprese notturne e un tono che oggi definiremmo “pulp”. È stata la prima volta, e come vedremo non l’ultima, che la storia di Floria Tosca veniva ambientata nei luoghi reali: le riprese notturne di piazza Farnese, di Sant’Andrea della Valle e di Castel Sant’Angelo sono forse le più suggestive del film. Gli elementi più pulp li ritroviamo oggi soprattutto nelle vecchie locandine, alcune delle quali riprendono in chiave più popolare e trash certi elementi della meravigliosa locandina liberty della prima della Tosca pucciniana del 1900 disegnata da Adolfo Hohenstein, soprattutto nell’uso drammatico del rosso-sangue. Se Hohenstein suggeriva il delitto con pochi dettagli tanto ellittici quanto eleganti (per esempio un serpente che si avvolge intorno alla “o” di Tosca), le locandine più castigate del 1941 si limitano a un primo piano hollywoodiano della protagonista Imperio Argentina, talmente generico che avrebbe potuto funzionare anche per una Carmen. Quelle subito successive invece scivolano nel trash con coltellacci sguainati e scollature vertiginose che, con la scusa dello stile impero, mostrano più di quanto fosse permesso. Nel 1946 Carmine Gallone dirige un drammone sentimentale intitolato Avanti a lui tremava tutta Roma in cui Anna Magnani e Gino Sinimberghi sono due cantanti lirici che, nella Roma occupata dai nazisti, aderiscono alla resistenza e mentre in teatro mettono in scena Tosca le loro vicende finiscono per somigliare sempre di più al dramma di Sardou, fino all’inevitabile fucilazione finale. Lo stesso Gallone nel 1956 dirige un film-opera con il soprano statunitense Franca Duval e il tenore Franco Corelli, entrambi dotati di visi decisamente fotogenici. Nel 1973 esce La Tosca di Luigi Magni, che trasforma l’opera di Puccini in una commedia (con diversi numeri musicali di Armando Trovajoli) ambientata in una Roma pittoresca e un po’ lazzarona. I protagonisti sono impeccabili: Monica Vitti e Gigi Proietti e un memorabile Vittorio Gassman nel ruolo di Scarpia. “Io me sarò sbajata ma armeno c’ho provato…” canta Monica Vitti / Tosca prima di gettarsi da Castel Sant’Angelo: “Nun casco… me butto!”, sono le sue ultime parole.

Negli anni Settanta Tosca è un’eroina pop pronta ad approdare alla televisione. Lo fa in grande stile nel 1976 con un film-opera italotedesco diretto da Gianfranco de Bosio, già regista di un Mosè televisivo con Burt Lancaster. Protagonisti del film sono Raina Kabaivanska e Plácido Domingo al massimo della loro forma. Anche De Bosio decide di girare molti esterni nella Roma barocca e lo fa con il piglio realistico e a tratti popolaresco che poco più tardi, nel 1981, ritroveremo dispiegato al meglio nel Marchese del Grillo di Mario Monicelli. Una china che in mano ad altri registi meno esperti e meno raffinati si sarebbe rivelata scivolosa, generando tante brutte Tosche teatrali che involontariamente finivano per essere più Rugantino che Puccini.  

L’unità di tempo e di luogo è il totem intorno a cui viene costruita, nel 1992, la Tosca televisiva più ambiziosa: Tosca nei luoghi e nelle ore di Tosca, con la regia di Giuseppe Patroni Griffi, la fotografia di Vittorio Storaro e la direzione musicale di Zubin Mehta. Il colossal, prodotto da Andrea Andermann, era pensato come una maratona televisiva tutta in diretta in cui la giornata descritta dall’opera di Puccini veniva ricostruita in tempo reale tra Sant’Andrea della Valle, Palazzo Farnese e Castel Sant’Angelo. La figura di Andermann è particolarmente interessante per il suo legame con Roma, una città di cui aveva già intuito il potenziale scenografico e filmico anche in chiave ultra-contemporanea: non solo aveva diretto nel 1980 il film Castel Porziano, Ostia dei poeti, un documento prezioso della controcultura della fine degli anni Settanta, ma era stato anche l’ideatore di uno degli eventi più visionari dell’Estate Romana del 1981: la proiezione a Massenzio del Napoléon di Abel Gance del 1927 che fece esplodere l’esperienza raccolta del cineclub in un happening tardo-fricchettone e popolare. Il riflusso era alle porte e il berlusconismo scaldava i motori, ma il pubblico estatico di Massenzio non lo sapeva ancora.

Andermann aveva capito, già dai primi anni Ottanta, che la diretta televisiva era l’ultimo feticcio della cultura popolare. Dalla prima diretta Rai della storia, il Carnevale di Viareggio del 1954, alle ultime drammatiche ore di Alfredo Rampi seguite da una troupe Rai nel 1981, la diretta televisiva era diventata il palcoscenico di tutte le emozioni e gli umori del Paese. Nel 1991, proprio un anno prima di Tosca nei luoghi e nelle ore di Tosca, la cosiddetta legge Mammì aveva autorizzato quelle che allora erano chiamate “reti commerciali” a trasmettere in diretta. La diretta tv, quasi tutta in esterni, diventa dunque il tessuto connettivo di questa nuova Tosca spettacolare, popolare e, per i tempi, ipertecnologica. Il gigantismo dell’operazione ha rischiato più volte di schiacciare il teatro musicale: i protagonisti (Catherine Malfitano, Plácido Domingo e Ruggero Raimondi) faticavano a seguire a distanza l’orchestra diretta da Zubin Mehta e certi dettagli troppo ravvicinati tradivano una recitazione e una fisicità non adatte al mezzo televisivo. I grandi protagonisti di quella Tosca più volte dimostravano un certo disagio a cantare fuori dal teatro, per di più in orari impensabili: l’agonia di cantare il finale di Tosca nell’umidità e nel freddo dell’alba sui bastioni di Castel Sant’Angelo era evidente. Eppure anche questo aspetto atletico, quasi da sport estremo, ha contribuito al successo dell’operazione che fin dall’inizio era apparsa ed era stata raccontata come un’impresa impossibile. Nell’insieme l’operazione film-opera live è piaciuta e anche una caduta imprevista di Domingo nel finale del primo atto ha contribuito al “bello della diretta”, un’espressione oggi un po’ stucchevole che però in quegli anni si sentiva usare spesso e con non poco compiacimento.

Che Tosca sia l’opera televisiva per eccellenza è stato dimostrato di nuovo nel 2019: la rappresentazione scaligeradiretta da Riccardo Chailly e con la regia di Davide Livermore, con il suo 15% di share, è stata la diretta operistica più seguita dal 2016, anno in cui le prime del 7 dicembre ricominciarono a essere trasmesse su Rai1. La fortuna televisiva di Tosca, nelle varie forme che ha preso e che sicuramente prenderà in futuro, rende evidente una cosa che i frequentatori dei teatri sanno da 125 anni: Puccini ha creato un congegno musicale e teatrale perfetto che continuerà a reinventarsi e a essere un grande spettacolo popolare anche tra altri 125 anni.  

 

Daniele Cassandro