Please ensure Javascript is enabled for purposes of website accessibility

Scrivere il libretto di Anna A.

Opera lirica di Silvia Colasanti, che debutta al Teatro alla Scala il 28 settembre 2025
paolo nori silvia colasanti

Scopri lo spettacolo

  1. La musica

Non avrei mai creduto di scrivere il libretto di un’opera lirica.

Non sono un melomane, sono un appassionato di letteratura, devo aver visto, nella mia vita, una dozzina di opere, la prima al Bol’šoj Teatr, a Mosca, nel 1991, Obručenie v monastire, di Prokof’ev, che in italiano credo sia stata tradotta come Matrimonio al convento, e della quale non mi ricordo quasi niente.

Mi ricordo di più un balletto, che avevo visto, sempre al Bol’šoj, sempre nel ‛91, perché la mia insegnante di russo me l’aveva molto consigliato; io le avevo detto che i balletti secondo me erano noiosi, lei mi aveva detto che Anjuta, ispirato al racconto di Čechov Anna sul collo, musicato da Valerij Gavrilin, era tutt’altro che noioso.

Ero andato, la prima volta che andavo al Bol’šoj, non me la dimenticherò mai, un balletto meraviglioso anche per uno come me, così ignorante in materia di ballo e di musica.

L’unica opera lirica che conosco un po’ è il Faust di Gounod, per via di Bulgakov, che ne era ossessionato e l’ha messa in quasi tutte le cose che ha scritto, e un po’ anche Orfeo di Monteverdi, e qualche sinfonia di Šnitke, intanto che facevo la tesi ho ascoltato molto Šnitke e mi sembrava che mi piacesse ma non sono sicuro, che di musica, veramente, io non so niente.

Sono anche più di quarant’anni che provo a suonare la tromba, ho una passione per la tromba, non ricambiata, purtroppo, e quando, una sera di febbraio del 2022, ero nella mia cucina che stavo lavorando a un romanzo che poi è uscito, si intitola Vi avverto che vivo per l’ultima volta, quando mi è suonato il telefono ed era Silvia Colasanti che mi diceva che pensava di scrivere un’opera lirica su Anna Achmatova e che aveva pensato a me, io sono stato stupefatto per almeno due motivi: primo, per via del fatto che il romanzo che stavo scrivendo era su Anna Achmatova, e quasi nessuno lo sapeva, Silvia no di certo, secondo, perché chiedevano a me di scrivere un libretto di un’opera lirica.

Io, mi ricordo, ho detto a Silvia che ero onorato, ma che secondo me non ero capace, lei mi ha risposto “Ti insegno io”, io le ho detto “Va bene”.

E abbiamo cominciato.

 

  1. La scrittura

Ho imparato?

Non lo so.

So che io ho cominciato a scrivere dei libri, a provare a mettere insieme dei romanzi, o dei metaromanzi, nel 1996, e che una cosa come quella che mi ha chiesto di fare Silvia, in questi trent’anni non l’avevo mai fatta.

Il mestiere che faccio, scrivere dei libri, è un mestiere che ho scelto io e l’ho scelto perché mi piace, e mi piace anche perché lì dentro, nel romanzo che provo a fare rotolare una pagina dopo l’altra, comando io.

O, meglio, comanda lui, comanda il romanzo, ma decido io, cosa succede.

O, meglio, decide lui, decide il romanzo, ma per mio tramite.

Non devo chiedere niente a nessuno, è una relazione tra me e il romanzo, e il capo, dopo di lui, sono io, non c’è nessun altro, intanto che sto scrivendo.

A scrivere Anna A., no.

Comandava Silvia, o, meglio, comandava la musica.

Io dovevo adattare quel che scrivevo alla musica di Silvia.

Faccio un esempio.

 

  1. Due poesie

Avev0 pensato di organizzare la cosa come un dialogo tra Lidija Čukovskaja e Anna Achmatova, nel 1966, poco prima che Achmatova muoia, mentre, in sanatorio, aspetta una visita del figlio, Lev Gumilev, con il quale ha litigato e che lei è convinta non verrà.

Lidija Čukovskaja è una conoscente di Anna Achmatova che ci ha lasciato tre inestimabili volumi di ricordi dei loro incontri, il primo è stato tradotto in italiano, da Giovanna Moracci, si intitola Incontri con Anna Achmatova 1938-1941, l’ha pubblicato Adelphi nel 1990; a pagina 21 Čukovskaja racconta chi era, per lei Anna Achmatova: “Le parole dell’Achmatova, le sue azioni, la sua testa, le sue spalle e i gesti delle sue mani possedevano la perfezione che di solito in questo mondo appartiene soltanto alle grandi opere d’arte. Il destino della Achmatova, ‐ qualcosa di più grande della sua stessa personalità ‐ stava allora scolpendo, sotto i miei occhi, da quella donna famosa e abbandonata, forte e indifesa, la statua del dolore, della solitudine, della superbia e del coraggio. Le vecchie poesie della Achmatova le sapevo a memoria fin da bambina, ma quelle nuove entravano ora nella mia vita con la stessa irrevocabile naturalezza con cui già da tempo erano entrati i ponti di Leningrado, Sant’Isacco, il Giardino d’Estate o i Lungoneva”.

Le due, nell’opera, ripercorrono la vita di Achmatova, rievocando i suoi amici e i suoi nemici che, sul palco, diventano dei personaggi, dei cantanti e delle cantanti.

Una delle vicende che Anna ricorda riguarda la poesia che Osip Mandel’štam ha scritto su Stalin, poesia che causerà poi l’arresto di Mandel’štam e sarà la premessa della sua morte in un gulag.

Io, prima di scrivere questo libretto, avevo tradotto questa poesia, e la mia traduzione suonava così:

Noi viviamo e non sentiamo più il paese,

I nostri discorsi non raggiungon dieci passi,

E dove c’è posto per mezza discussione,

Ti parlan sempre del montanaro del Cremlino.

I suoi ditoni sono grassi come vermi

E le parole giuste, pesi di ginnasta,

I suoi occhiacci ridono

E i suoi gambali scintillano.

E intorno a lui gentaglia col collo sottile

Si trastulla con corvées da ominicchi.

Chi fischia, chi miagola, chi singhiozza,

Solo lui mazzuola e dà spintoni.

Come ferri di cavallo dà via decreti su decreti

In grembo, in fronte, a un sopracciglio, in faccia.

Ogni tormento è per lui una pacchia,

E ampio è il torace dell’osseta.

E così l’avevo messa nel libretto.

Quando Silvia l’ha letta mi ha chiamato mi ha detto che bisognava tradurla in rima (l’originale è in rima). 

Io le ho detto che non ero capace.

Lei non mi ha detto niente.

Io mi son sentito in colpa e l’ho tradotta.

Lei l’ha letta mi ha detto che andava meglio ma bisognava ridurre le sillabe, adattarle alla musica.

Le ho ridotte.

Adesso la poesia è così:

Il paese non si sente, non ci siamo, 

Non si sentono i discorsi che facciamo,

E se chiedi a cosa pensa il tuo vicino

Ti risponde “Al montanaro del Cremlino”.

Dita grasse, come vermi, 

dà frustate sugli inermi

Ride come i maiali,

luccicanti i suoi stivali.

Schiavi succubi camerieri servi,

Gente senza cuore, senza nervi

Lo compiace in ogni cosa, giorno e notte,

E lui, solo botte.

I decreti che lui firma sono schiaffi,

Sopra il naso, sulle orecchie, sotto ai baffi,

Se si soffre lui sta bene,

un paese così a lui conviene.

 

  1. Immaginare

Quando penso alla vita di Anna Achmatova mi viene sempre in mente quella cosa che dice Čechov, nella Steppa, che “la vita è orribile e meravigliosa”; molte delle cose che succedono in Anna A. sono immaginarie, i dialoghi me li sono inventati, ma le persone, e gli eventi dei quali parla l’opera di Silvia sono reali, orribili e meravigliosi.

Non so che impressione avrà il pubblico di questo lavoro di Silvia che è, anche, minimamente, un mio lavoro, ma mi azzardo a dire che c’è una cosa che mi è piaciuta, tra le invenzioni di questo libretto, il dialogo finale, tra Anna e Lidija, che copio qua sotto:

ANNA: Sapete cosa ha detto una volta la moglie di Mandel’štam, Nadja? Da noi, ha detto, da noi si muore per la poesia, a conferma dell’eccezionale considerazione in cui è tenuta.

LIDIJA: E dovremmo essere contenti?

ANNA: Contenti. Chissà. Dobbiamo ricordarci bene tutto. Quel muro rosso, quei diciassette mesi, quelle ore passate in fila, in mezzo a quelle donne, quelle madri, fuori dal carcere, ad aspettare, al freddo; non c’erano uomini, era una cosa per le donne, in Russia, voi lo sapete, togliete le donne non resta più niente. 

LIDIJA: Dev’essere stato orribile.

ANNA: No. Non è stato orribile. Eravamo vive.

E io, ognuna si attaccava a qualche cosa, e io, sapete a cosa mi attaccavo? Sapete cos’ho trovato, lì? Le parole. La poesia. In un paese in cui si uccide per la poesia, in un posto in cui si uccidevano le persone, e uomini e donne morivano, e da un giorno all’altro sparivano, io ho trovato la poesia. Sapete, la persona per la quale ho passato, lì, in fila, tutto il tempo che ci ho passato, mio figlio, non verrà a trovarmi.

LIDIJA: Forse verrà, chi lo sa.

ANNA: No, non verrà, lo so, ma sono contenta di aver passato lì sotto tutto quel tempo. Una volta mi ha detto: “Mamma, per te sarebbe meglio se io morissi. Ti commuoveresti, e scriveresti un’altra bellissima poesia che ti renderebbe ancora più famosa”. Si sbagliava. Non ho avuto bisogno della sua morte: mi è bastato quel muro per scrivere delle bellissime poesie. Lidija Korneevna, vi chiedo un’ultima cosa.

LIDIJA: Ditemi, Anna Andreevna.

ANNA: Possiamo darci del tu, da qui... in avanti?

LIDIJA: Che regalo che mi fate.

ANNA. Dammi del tu.

LIDIJA: Che regalo che mi fai.

ANNA: Cara Lidija, in questi anni, io non so cos’avrei fatto, senza di te. Sei molto cara.

 

  1. Imparare

Ecco.

Non ho imparato a scrivere libretti d’opera, e non credo che ci sarà nessuno tanto squilibrato da chiedermi di scriverne un altro, ma devo dire, alla fine, che Silvia Colasanti, con quella telefonata del febbraio del 2022 mi ha fatto proprio un bel regalo.

State bene.

Bologna, 13 luglio 2025

Paolo Nori