Rivoluzioni wagneriane a Milano

Allestita negli spazi della Biblioteca Livia Simoni, la mostra La rivoluzione del Ring. Visconti Ronconi Chéreau ricostruisce un passaggio decisivo nella storia dell’interpretazione wagneriana
la rivoluzione del ring

Scopri il Ring alla Scala

Ho chiesto a Margherita Palli l’impossibile: fare rinascere la Biblioteca Livia Simoni del Museo Teatrale alla Scala come si presentava negli anni Settanta, quelli in cui – nel Teatro lì accanto – prendeva forma, e che forma, uno sconvolgimento visivo rispetto all’iconografia, ma non solo, del Ring di Richard Wagner. Questa è l’idea di partenza: ritrovare, grazie a un artificio scenico, gli spazi di una biblioteca che esiste e che diventa, per un tratto di mesi limitato, quella che era stata. In altre parole, e per i vecchi frequentatori del Museo, riportare il secondo piano dal mondo e dal tempo di Donatella Brunazzi a quelli di Giampiero Tintori, per fare i nomi di chi è e di chi è stato alla testa di quell’istituzione. Da parecchi anni la Biblioteca Simoni, dove sono conservate decine di migliaia volumi, antichi e moderni, è diventata un arsenale delle apparizioni, in cui si è dispiegato, oltre al talento di Margherita, quello di Pier Luigi Pizzi, in una rilevante sequenza di esposizioni, spesso caratterizzate da significative soluzioni museografiche.

In questo set – per necessità non realistico, dove, per esempio, le librerie non sono più quelle originarie, perché realizzate ex novo dopo gli anni (2002-2004) del trasloco del Museo in Palazzo Borsa, mentre le attività del Teatro si svolgevano agli Arcimboldi – prende vita, dal 30 gennaio 2026, La rivoluzione del Ring. Visconti Ronconi Chéreau, una mostra volta a restituire alla città di Milano un ruolo centrale in un mutamento di prospettiva su uno dei monumenti della cultura ottocentesca dell’Occidente.

In questi ambienti, liberati da pannelli e moquette e ripopolati da tavoli e da sedie, si racconta una vecchia storia, nota per sentito dire, più che per diretta conoscenza, a chi è appassionato, o persino studioso, del mondo dell’Opera. Se ne provano a circoscrivere, con pezze d’appoggio documentarie, gli snodi e gli episodi. E quindi lettere, schizzi, bozzetti, figurini, cartoline, diapositive, fotografie, filmati, programmi di sala e libri, illustrati e no, provando a verificare una modalità espositiva, antica e nuova insieme: la vecchia mostra didattica contaminata con le necessità e le distrazioni e le illusioni del presente, così poco disposto alla sosta e all’ascolto prolungati. In mezzo a questa selva di materiali documentari eterogenei, appaiono – per incanto e nel loro ingombro tridimensionale – costumi e pezzi di attrezzeria, frutto della fantasia di Pizzi, a cui questa mostra è dedicata dall’affetto dei suoi amici milanesi.

La vicenda che si racconta, in una manciata di sale, riguarda una manciata di anni: meno di un decennio. La storia comincia al principio del 1972 quando, in previsione del centenario della prima esecuzione completa del Ring a Bayreuth nell’agosto 1876, il Teatro alla Scala decide di produrre una nuova edizione della tetralogia wagneriana e di affidarne la regia a Luchino Visconti, che nel massimo teatro milanese aveva dato vita ad alcuni prodigi che hanno segnato la storia, mentre il direttore sarebbe stato Wolfgang Sawallisch. Visconti stava da alcuni anni indagando, al cinema, l’ideologia tedesca tra Otto e Novecento; aveva alle spalle La caduta degli dei, il cui sottotitolo è, non a caso, Götterdämmerung, e Morte a Venezia ed era impegnato nella preparazione del Ludwig, il ritratto del sovrano bavarese cruciale per la vicenda di Wagner. La malattia che colpisce il regista nel luglio 1972 gli impedisce di realizzare il progetto scaligero, per cui scene e costumi risultavano affidati a Mario Chiari, suo storico collaboratore, già impegnato nel mirabile Ludwig. Dopo un Oro del Reno d’importazione (era quello di Günther Rennert del 1969, venuto, in fretta e furia, da Monaco), la Scala di Paolo Grassi, dove la direzione artistica era nelle mani di Massimo Bogianckino, affida a Luca Ronconi, agli esordi di una sconvolgente carriera nel mondo del teatro musicale, la regia del resto della tetralogia. Da qui, La Walkiria, che debutta l’11 marzo 1974, con una battaglia in sala e in piazza tra favorevoli e contrari a quel nuovo approccio storicizzante, in cui gran peso ha la cultura visiva di Pizzi, responsabile di scene e costumi; da qui il Sigfrido dell’anno successivo, ma anche il difficile dialogo con Sawallisch, che non capisce il senso dell’operazione, destinata a non essere portata a termine, mentre si sa già che un trentenne francese di genio, reduce da un pianerottolo milanese, alle costole di Grassi, è stato incaricato di allestire a Bayreuth il Ring del centenario. Era stato Pierre Boulez a volere – a scatola chiusa e dopo i no di Bergman, Brook e Stein – Patrice Chéreau, con a fianco Richard Peduzzi e Jacques Schimdt, rispettivamente autori di scene e costumi. Anche qui, nel luglio 1976, scontri a non finire e persino minacce di morte per il regista, mentre i quattro spettacoli di Bayreuth rappresentati fino al 1980 diventano rapidissimamente dei classici e delle pietre di paragone. E così, dopo che, nel 1975, Bogianckino ha preso in mano il Teatro Comunale di Firenze, quanto Ronconi e Pizzi avevano inventato, tra mille contrasti, alla Scala può essere ripreso e concluso, tra il 1979 e il 1981: e stavolta – con la complice direzione musicale di Zubin Mehta – sono consensi e trionfi.

Giovanni Agosti