Riascoltando Toscanini

A ottant’anni dal concerto della Scala ricostruita, una recensione postuma tra fruscii radiofonici e qualche sorpresa: più dell’esecuzione è il programma a raccontare Toscanini, i suoi gusti e un’idea di Italia che rinasce a suon d’opera
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Scopri il concerto dell'11 maggio 2026

Ottant’anni, e risentirli. L’11 maggio è l’anniversario del mitico concerto di Arturo Toscanini del 1946 per l’“inaugurazione della ricostruita sala del teatro”, come da locandina. Al netto dell’inevitabile retorica, davvero una pagina gloriosa nella storia della Scala, di Milano e dell’Italia, tre entità mai così inscindibili come in quella occasione. A tanti anni di distanza, si può forse tentare il gioco della recensione postuma, perché il concerto fu trasmesso dalla radio e ne è rimasta una traccia audio, quanto a qualità sonora, ovviamente, molto lontana dall’alta fedeltà ma nemmeno così catastrofica da non poter intuire le intenzioni del Maestro. Toscanini volle un programma tutto italiano, nazionalpop: prima parte, Rossini e Verdi; seconda, Puccini; terza (sì, terza, la locandina è inequivocabile, avranno fatto due intervalli), Boito.

Si comincia con il rullo di tamburo più famoso della storia del melodramma. Poi nella Sinfonia della Gazza ladra si ascoltano molti colpi di piatti direi abusivi (non era ancora epoca di Rossini renaissance con conseguenti edizioni critiche), però colpisce la leggerezza danzante dell’Allegro con brio. Il Guglielmo Tell è, appunto, Guglielmo, con il coro che canta l’Imeneo nella traduzione italiana. Si ascolta un Toscanini molto “dei dischi”, quello insomma dei secondi anni Quaranta, caratterizzato da una ritmica inflessibile e incalzante; qualche superstite incunabolo sonoro degli anni precedenti, per esempio la miracolosa Zauberflöte captata a Salisburgo nel ‛37, lo svela molto più flessibile e, diciamo così, “morbido”. Comunque, la stretta del “Pas de six”, anzi scusate, “Passo a sei” è notevole, mentre il “Ballabile dei soldati” è staccato a un tempo velocissimo, quasi frenetico, sicuramente virtuosistico, ma l’insieme suona un po’ troppo bombastico. La preghiera del Mosè è invece bellissima, di una solennità per nulla marmorea. Ci si ascolta una Renata Tebaldi giovane ma già dalla voce splendida, mentre Tancredi Pasero è un Mosè ancora così imponente da spiccare anche nel “tutti” conclusivo. Poi si passa a Verdi: la Sinfonia del Nabucco è trascinante. Sul “Va’ pensiero” nessun commento è possibile perché si pensa all’occasione in cui fu eseguito e la commozione prende inevitabilmente il sopravvento perfino su noi cinici (e magari anche un po’ di nostalgia per quell’Italia che rinasceva, davvero sì bella e perduta). Anche la Sinfonia dei Vespri siciliani è notevole e il Te Deum dei Quattro pezzi sacri conferma che il Coro della Scala, alla cui guida tornava per l’occasione Vittore Veneziani allontanato dal regime perché ebreo, è sempre stato formidabile.

Di Puccini venne scelto il terz’atto di Manon Lescaut. Qui risulta toscaniniano anche il pubblico, che dopo il celebre Intermezzo non applaude ma attende disciplinatamente in silenzio la prima battuta di Des Grieux. L’esecuzione ha evidentemente un valore storico, perché Toscanini aveva diretto l’opera alla Scala nel 1922 e Puccini per l’occasione aveva scritto al Corriere della Sera una lettera in cui lo lodava entusiasticamente. Sono molto interessanti i cantanti. Si sa che per Des Grieux il finale del terz’atto è un tour de force, forse la pagina più ardua scritta da Puccini per un tenore: qui Giovanni Malipiero, che all’epoca non era considerato un big ma un buon professionista, se la cava con tranquilla autorevolezza. Da segnalare anche che Lescaut è Mariano Stabile, uno dei cantanti-feticcio di Toscanini, che non ha una gran voce ma accenta ogni parola (e le fa capire tutte). Ancora più sorprendente Giuseppe Nessi, storico comprimario della Scala, che fa un Lampionaio quasi comico, evidentemente una tradizione interpretativa. Per finire, il Prologo del Mefistofele boitiano è grandioso come ci si poteva aspettare, ma provvisto anche di un certo sarcastico sense of humour che con Toscanini non avremmo dato per scontato. Bravissimo anche qui, ça va sans dire, Pasero.

Però forse è interessante, su Toscanini e sulla cultura musicale della sua epoca, più la scelta del programma che la sua esecuzione. Colpisce intanto che sia circoscritto all’Ottocento, quindi niente barocchi né napoletani (non era ancora tempo) né neoclassici tipo Cherubini o Spontini. Ma, ed è curioso, nemmeno Donizetti o Bellini, evidentemente considerati minori di Boito, e qui rispettosamente dissentiamo. Di Rossini, scartate le opere comiche ritenute probabilmente non consone all’occasione, Toscanini sceglie i due unici titoli seri rimasti (poco) in repertorio, Mosè e Tell, mentre la Sinfonia della Gazza sopravviveva come brano da concerto dopo la sparizione dell’opera dalle scene. Quanto a Verdi, anche Nabucco era un titolo tutt’altro che popolare: nel 1933, quando fu celebrato il primo Maggio Musicale Fiorentino, venne scelto perché fra le missioni del Festival c’era quella di riproporre opere dimenticate. Però Nabucco era troppo legato alla storia della Scala per essere trascurato, mentre la Sinfonia dei Vespri è uno dei brani strumentali più eseguiti di Verdi (a parimerito però con quella della Forza, forse scartata per via di quella certa fama che grava sull’opera). Può stupire di trovare Boito in un programma celebrativo del genere: ma la visione del Boito musicista che aveva la generazione di Toscanini era molto diversa da quella che, a torto o a ragione, prevale oggi. E in ogni caso fino alla morte, nel 1918, Boito fu una delle figure di punta della cultura italiana e non solo musicale, prima come giovane eversore scapigliato, poi convertito sulla via di Verdi, e infine come Grande Vecchio custode delle memorie risorgimentali.

Ancora più interessante è la scelta pucciniana. I rapporti fra Toscanini e Puccini furono sempre altalenanti e mai facili, ma Toscanini diresse comunque tre prime assolute di Puccini: La bohème (1896), La fanciulla del West (1910) e la Turandot postuma (1926). Due sono scaligere, Butterfly e Turandot, e sarebbe forse stato più sensato scegliere una delle due. Ma, com’è noto, il debutto milanese di Butterfly fu pesantemente fischiato, il peggior fiasco della carriera di Puccini. E che Toscanini non abbia pensato a Turandot, opera-simbolo della Scala come poche, dimostra come in realtà non l’abbia mai davvero amata. A parte tutta la vicenda del completamento, con l’alfanicidio del finale, e la scelta della compagnia di canto del debutto, per nulla in linea con i desiderata del defunto Puccini, dopo la prima Toscanini non diresse più l’opera alla Scala, e le riprese del ‛26, del ‛28 e del ‛29 furono tutte affidate a Ettore Panizza. Evidentemente, a Toscanini piaceva di più Manon Lescaut (e qui, sempre rispettosamente e consapevoli che non interessa a nessuno, concordiamo).

Alberto Mattioli