Quando la Scala si muoveva ad acqua

Uno dei ponti mobili storici della Scala, in funzione dal 1938 al 2002, entra al Museo della Scienza e della Tecnologia: testimonianza dell’ingegno che ha fatto la storia del palcoscenico
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Per oltre 60 anni, senza mai perdere un colpo, ha alzato e abbassato milioni di tonnellate di scene e oggetti teatrali. Meritata pensione, in un luogo che consacra la sua tecnologia, attende il palcoscenico a ponti mobili della Scala attivo ininterrottamente tra il 1938 e il 2002: uno dei suoi giganteschi moduli, della misura di 6 metri per 2,40, dallo scorso 15 marzo è entrato a far parte del percorso espositivo del Museo Nazionale Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano, all’interno di un allestimento permanente che racconta il rapporto tra musica e tecnica, dimostrazione del ruolo che la Scala ha avuto non solo nella storia della musica ma anche in quella del progresso tecnico dell’arte del Teatro. “Quello che vedremo al Museo - anticipa Claudio Giorgione, curatore della stanza dedicata alla Scala - è una sezione che per quasi 64 anni ha permesso di alzare e abbassare palcoscenico e scene sfruttando un sofisticatissimo sistema idraulico, il primo di questa portata e con questa capacità di frazionamento dei ponti mobili in un teatro d’opera”. La progettazione rimanda a un’epoca in cui si rese necessario modernizzare i meccanismi di sollevamento, rimasti fermi a una concezione ancora settecentesca con nicchie e botole, adattandoli alle nuove esigenze scenotecniche. A occuparsi di questa rivoluzione fu l’ingegnere e architetto Luigi Lorenzo Secchi, famoso (anche) per aver progettato la “Guido Romano”, la prima piscina scoperta di Milano.

In una Scala da poco diventata ente autonomo sull’onda della riforma toscaniniana, Secchi mise mano al palcoscenico con una visione attentissima e previdente, che garantì continuità, affidabilità e longevità alla macchina teatrale. “La sua intuizione ˗ osserva Giorgione ˗ fu quella di preferire un sistema idraulico a quello elettrico. Una scelta a lungo ponderata e risultata vincente alla prova degli anni”. Leggere le relazioni dattiloscritte di Secchi illumina i motivi che spinsero il giovane ingegnere del Comune di Milano a preferire l’opzione di sollevamento idraulico rispetto alla cremagliera azionata elettricamente: “Nel caso in oggetto ˗ annotava Secchi ˗ il peso proprio dei ponti mobili ammonta a circa 138.000 kg. Il sovraccarico per ponti in movimento è di kg. 33.000. Di conseguenza i contrappesi avrebbero dovuto pesare 154.500 kg, corrispondenti a un volume di 22 metri cubi di ghisa o di 14 in piombo. Questi contrappesi con le relative carrucole di sospensione, travature, ecc. avrebbero dovuto essere contenuti nello spazio a disposizione al di sotto del palcoscenico. Ora è evidente che, data la scarsità di questo spazio, una soluzione di questo genere non si poteva adottare. […] L’adozione di meccanismi elettrici può facilmente dare origine a rumori nelle cremagliere, negli argani a riduzione, nel freno e nelle apparecchiature di manovra, disturbando gli spettacoli. Ma il fatto più importante che ci ha decisi ad abbandonare il sistema elettrico è stato essenzialmente la considerazione che in caso di guasti si può pregiudicare l’esito di una rappresentazione”.

E così si procedette. Per quanto possa sembrare incredibile, la demolizione del vecchio palco e l’installazione del nuovo non interruppe la vita del Teatro. “I lavori cominciarono subito dopo la Quaresima ˗ racconta Giorgione ˗ e durarono poco meno di sei mesi, da aprile a ottobre. Venne creata una fossa in cemento armato e furono sistemate guide metalliche per far scorrere i ponti. Per alzarli e abbassarli furono installate autoclavi alimentate da pompe centrifughe. Quando i volanti venivano aperti, l’acqua a 16 atmosfere spingeva i ponti silenziosamente verso l’alto o verso il basso a una velocità di 25 centimetri al secondo. Complessivamente, l’escursione dei ponti consentiva una discesa di 3 metri o una salita di 3 con ulteriori 1,20 metri a seconda delle necessità dello spettacolo. Terminati i collaudi, il 26 dicembre del 1938 Gino Marinuzzi poté inaugurare la nuova Stagione con Macbeth. Il 26 dicembre, e non il 7, perché all’epoca il giorno dell’Inaugurazione coincideva ancora con Santo Stefano”. Secchi supervisionò e curò il palco a ponti mobili fino all’anno della sua pensione, nel 1982, accompagnando la Scala nei periodi cruciali del Novecento, dalla riapertura post-bellica alle direzioni di Abbado e Muti. Con la ristrutturazione del 2002-2004, anche quel visionario meccanismo idraulico dovette cedere il passo a tecnologie più moderne. “Dal punto di vista squisitamente meccanico ˗ spiega il curatore della sala ˗ il palcoscenico di Secchi avrebbe potuto continuare a funzionare. Il punto debole, semmai, stava nel numero di operatori che richiedeva: i tecnici, infatti, dovevano rimanere sottoterra per aprire e chiudere ciascuno dei sei volanti di manovra che regolavano la pressione dell’acqua per alzare i ponti. Oggi ne basta uno soltanto. Il nuovo palcoscenico, in ogni caso, ha ricalcato la stessa forma del precedente, con sei ponti mobili azionati da un sistema computerizzato”. Il nuovo allestimento “In Scena” al Museo della Scienza e della Tecnologia è il punto di arrivo di un percorso che inizia da lontano, da quando nel 2002 fu autorizzato lo smontaggio del palcoscenico della Scala, con la condizione che fossero garantite la conservazione e musealizzazione di una sua parte rappresentativa. L’esposizione del modulo di 6 metri è integrata da due grandi pannelli posizionati alle sue estremità per amplificare otticamente la struttura e restituire la percezione della sua estensione. Oltre ai preziosi documenti del Politecnico di Milano, che conserva il fondo archivistico Secchi, l’esposizione consente di ammirare alcuni strumenti musicali del XIX secolo, restaurati per l’occasione, tra cui una rara Arpa Gotica Érard del 1844, gli abiti disegnati da Franco Zeffirelli per l’Otello della Stagione 1976/1977, indossati da Mirella Freni e Plácido Domingo, e due “macchine parlanti” che fanno parte della donazione dell’Associazione Museo Caruso e Luciano Pituello: un fonografo Edison del 1905 e un grammofono della Columbia Phonograph Company dello stesso anno. Fu grazie a strumenti come questi che fu possibile documentare per la prima volta la musica e le grandi voci dell’opera.

 

Luca Baccolini