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Quando il Liberty inventò Turandot

Tra Bangkok, Viareggio e Milano, la storia di Galileo Chini e delle Officine Ricordi mostra come la grafica pubblicitaria Art Nouveau prima e Art Déco poi abbia contribuito a costruire l’immaginario visivo di Turandot e il “brand Puccini”
turandot liberty

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La sera di martedì 31 ottobre 1911, davanti al monumento equestre del re Rama V, vicino al “Club delle Tigri Selvagge” nel distretto Dusit di Bangkok, ci sono un fiorentino, un milanese e un torinese. Sono stati convocati dal Ministro dei lavori pubblici Chao Phraya Yomaraj, al servizio di Phra Bat Somdet Phra Poramenthara Maha Vajiravudh Phra Mongkut Klao Chao Yu Hua, per gli amici Vajiravudh e per i sudditi noto come Rama VI. Il nuovo sovrano, fresco di studi a Oxford e appassionato traduttore di Shakespeare, aveva ereditato dal padre la passione per l’arte occidentale, approfondita da quest’ultimo durante alcuni soggiorni in Italia e in particolare dopo aver visitato la VII Biennale di Venezia nel 1907. In quell’occasione, il vecchio monarca del Siam rimase stregato dalle decorazioni della cosiddetta “Sala del Sogno”: una delle sue ultime volontà, pochi giorni prima di morire nell’ottobre del 1910, fu dunque la richiesta di affidare i dipinti della nuova Sala del trono al ceramista e pittore fiorentino responsabile di quel padiglione, Galileo Chini.

La piccola colonia di architetti, ingegneri e artisti italiani era stata chiamata per dare un volto Liberty alla futura Thailandia. Unico Paese dell’area a non essere stato formalmente colonizzato dagli occidentali, il Siam del primo Novecento cercò di prevenire l’assoggettamento culturale appropriandosi esso stesso degli stili e influenze dell’arte europea in voga all’epoca, quell’Art Nouveau che ˗ ironia della sorte ˗ era già intrisa di orientalismo di ritorno. Chini affrescò con una serie di ritratti della famiglia reale le mura della Sala del trono, portando con sé al ritorno in Italia una collezione di manufatti d’arte locale che avrebbe fornito un tocco d’Oriente alle ceramiche della moderna industria fiorentina, alle ville della sua Versilia e in particolare ai celebri edifici in stile Liberty sul lungomare di Viareggio, dove con l’amico Giacomo Puccini avrebbe bevuto Campari all’ombra delle pagode del Caffè Margherita.

L’arte era entrata definitivamente a far parte delle strategie di comunicazione moderna. Era un fenomeno che un compositore come Puccini conosceva bene perché ne era stato consapevole oggetto per opera del suo editore, Giulio Ricordi. Dopo la fondazione nel 1884 delle Officine Grafiche Ricordi, una succursale della casa editrice votata alla creazione dell’identità visiva di ogni opera, Giulio raccolse nei laboratori delle Officine alcuni tra i più grandi nomi delle arti grafiche del primo Novecento, come Adolf Hohenstein, Leopoldo Metlicovitz, Marcello Dudovich, Giovanni Maria Mataloni e Leonetto Cappiello. In quei locali, forti della possibilità di lavorare anche a commissioni per conto terzi, si mescolavano opera e cultura pop, musica e design, manifesti teatrali e cartelloni pubblicitari accomunati da uno stile visivo à la page come il Liberty e in seguito l’Art Déco, di cui gli artisti citati erano ferventi sostenitori.

È in questo clima culturale di modernità lussureggiante e funzionale che Ricordi promuove il brand “Puccini”, facendo di un timido e inverso compositore un fotogenico campione dei nuovi media, le cui opere toccavano il cuore di un’emergente classe media che sospirava sui romanzi bohémien ma aspirava alle Folies Bergère. Per loro, Ricordi produce i piatti della Richard-Ginori con i figurini della Bohème disegnati da Hohenstein e i calendarietti profumati a tema Tosca e Manon Lescaut. In questa celebrazione delle eroine pucciniane come oggetti di lusso (con tutti i risvolti problematici di tale prospettiva andro-capitalista), Turandot rappresenta il culmine di un nuovo linguaggio visivo per il teatro d’opera. Il celeberrimo poster a dominante oro ideato da Metlicovitz mette così rossetto, ombretto e blush sul volto della principessa di gelo coronato di smeraldi e dragoni cinesi. Umberto Brunelleschi, direttamente dai teatri di Parigi, spedisce (in ritardo) figurini a metà tra Art Déco e fauvisme per i costumi di Turandot, ricalcati da uno spettacolo ambientato in una Cina senza tempo. Allo stesso modo, Puccini non ebbe dubbi nell’individuare un esperto di arte orientale come Chini per comunicare l’alterità addomesticata di una corte asiatica con l’ossessione per lo straniero. Il pittore, che ebbe modo di assistere a spettacoli di danza, teatro e forse anche dell’Opera cinese di Bangkok, scelse appositamente di raffigurare volti truccati di attori del teatro cinese (lianpu) per la copertina del programma di sala della prima rappresentazione al Teatro alla Scala nel 1926.

Nel frattempo, Puccini se n’era già andato. Ma un Campari in compagnia Chini lo avrebbe condiviso ancora una volta proprio nelle Officine Grafiche Ricordi, dove Cappiello, Laskoff e Caldanzano stavano disegnando una delle campagne pubblicitarie più famose della storia delle arti grafiche in Italia. Rosso che avvampa e langue, il Campari invadeva non solo i banconi dei bar, ma anche le strade e le piazze della città insieme ai manifesti dorati dell’ultima opera di Puccini. Turandot, Red Passion.

Carlo Lanfossi