Principesse senza scarpetta

Dalla Gatta Cenerentola ai reel di Instagram, le principesse di oggi non si riconoscono più da ciò che calzano
cenerentola (5)

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Se non esiste più guida al Palazzo Reale di Napoli che non racconti come lì, su quel doppio, grandioso scalone, Giambattista Basile immaginò la fuga della sua Lucrezia-Zoza-Zezolla, la “Gatta Cenerentola” che tre secoli e mezzo dopo sarebbe stata messa in musica da Roberto De Simone, è anche vero che su quella rampa di marmo, con quel testo e quelle descrizioni, tutto acquista un senso che invece si perde nelle successive versioni della favola antichissima, tradizione culturale dell’umanità dai tempi egizi nei quali la nobile fanciulla vessata dalla matrigna si chiamava Rodopi. E tutto, va da sé, ruota attorno all’accessorio che da quel momento in poi, e con la sola eccezione dell’opera rossiniana (che però, a sua volta, vede in un prezioso pegno d’amore, un braccialetto, l’elemento di agnizione necessario alla felice conclusione della vicenda), accompagna la narrazione comune della favola sulla giovane decaduta che riprende insegne e onori grazie alla magia di un accessorio.

Della “scarpetta di Cenerentola”, come viene comunemente definita, Basile dà un’indicazione precisissima e al tempo stesso ricca di significati simbolici: “Lo servetore, che non potte jognere la carrozza che volava, auzaie lo chianiello da terra e lo portaie a lo re, dicennole quanto l’era socceduto. Lo quale, pigliatolo ’n mano, disse: ‘Se lo pedamiento è cossì bello, che sarrà la casa? (…) O belle suvare attaccate a la lenza d’Ammore, co la quale ha pescato chest’arma!’”. Zezolla, la “gatta” e già qui il pensiero vola alle successive incarnazioni femminili dell’animale e alla sua celebrazione novecentesca nel dramma di Tennessee Williams, non perde affatto una scarpetta, ma l’unico modello di calzatura secentesco che le si potesse scalzare dal piede correndo e che è il “chianiello” o “pianella” o “calcagnino”, a seconda dell’area geografica, e che è oggi quello che noi definiamo, dal francese, “mule” e che però ha origine latina, “mulleus calceus”, un particolare tipo di pantofola che lasciava scoperto il calcagno, zona sexy e delicata come ci insegna la mitologia greca ma anche la scena più feticista della storia della letteratura, in cui Mrs. Danvers infila le mani nelle pantofole di Rebecca de Winters, e che era prerogativa delle più alte cariche dello stato.

Lungo i secoli, il mulleus calceus, poi appunto calcagnino, diventa patrimonio femminile, nel XVI secolo si alza sulle zeppe fino a raggiungere anche i quaranta centimetri e dunque necessita di due servitori, uno per parte che sorregga la dama, per poter essere indossato e soprattutto sfoggiato nella sua città d’elezione, Venezia, e nel Seicento, secolo di massima creatività nella calzatura, assume più o meno le sembianze attuali: una pantofolina col tacco a rocchetto, ricamata e, in inverno, foderata di pelliccia, particolare da cui nasce, secondo Honoré de Balzac o, per meglio dire, secondo uno dei personaggi del suo romanzo Sur Catherine de Médicis (1841), la leggenda della “scarpetta di vetro” e del titolo della versione di Charles Perrault della fiaba: Cendrillon ou la petite pantoufle de verre, che egli propone di sostituire con “vair”, cioè vaio, scoiattolo, in luogo di “vetro”, a suo giudizio certamente l’errore di un copista in quel secolo incerto sulla grafia comune, ancora in corso di codifica (nel Seicento, vetro si trova infatti spesso trascritto “ver”).

La querelle sulla scarpetta di vetro, o di cristallo, proseguita lungo tutto l’Ottocento interessando perfino nomi come Anatole France o Pierre Larousse del celebre dizionario, non spiega perché Perrault non fosse mai intervenuto sulle numerose stampe dei suoi Contes, ma ci svela però un’altra cosa, e cioè che nella favola, così come nella mitizzazione della figura della “principessa”, il “vraisemblable”, la verosimiglianza, non abbia in fondo alcun valore e che dunque sia non solo plausibile, ma infinitamente seducente, che una ragazza si rechi a un ballo calzando, come osservava France col suo buonsenso ottocentesco, “un tessuto da caraffa” in luogo del morbidissimo vello di una specie di animale riservata ai regnanti. Abbigliare le principesse in incognito nelle favole, ma anche nella realtà, è sempre stata fonte di dilemma per chiunque abbia mai dovuto farlo, per iscritto, in quella verità parallela che è il teatro, o nella realtà.

Ed è forse per questo che, superata del tutto la suggestione orientalista-fantastica di Galileo Chini e Caramba, che vestono Rosa Raisa con motivi ispirati alla tradizione iconografica cinese intrecciata al nascente gusto Déco, le Turandot e le Lady Macbeth di oggi vestono abiti da imprenditrice, si atteggiano da manager, indossano tailleur ispirati alle collezioni più celebri di John Galliano, si strizzano in bustini da dominatrici, ancheggiano sui tacchi. È il frutto, e il risultato, di un sottile quanto vertiginoso spostamento della semantica e dell’iconografia “principesca”, guidata dai social e dalla sua nuova aristocrazia mediatica: modelle, influencer, personaggi “famosi per essere famosi”, come le sorelle Kardashian. Un immaginario costruito sui reel di Instagram, le dirette TikTok e la popolarità dei like, messa in scena con rara e assoluta precisione da Robert Carsen nell’Orontea di Antonio Cesti, riscoperta della Stagione 2023/2024 della Scala. Lì abbiamo trovato tutti gli elementi costitutivi della nobiltà pop di oggi: la galleria d’arte contemporanea come luogo di presentazione e rappresentazione di una cultura che poggia sulla fama dell’artista, prima ancora che sul valore della sua opera, la potenza dei suoi demiurghi, galleristi e critici, la sotterranea scalata delle nuove leve attraverso il sesso usato con spregiudicatezza, la “vernice” ad alto tasso modaiolo e di sfoggio di stile e di griffe usata come strumento di marketing. La Cenerentola di oggi, più che una figurina archetipica di quell’infanzia negletta ma pugnace e tenace propria alla letteratura, in particolare dall’Ottocento in poi, più che una silhouette, assomiglia alle infinite Meghan Markle che popolano i feed social di oggi. Ragazze volitive, che al momento buono, o quello necessario, non esitano a togliere dalla tasca “l’altra scarpetta” o a far leva su un braccialetto per ottenere quello che desiderano. 

Fabiana Giacomotti