Oltre il rigore

A due anni dalla scomparsa di Maurizio Pollini, Riccardo Chailly ne rilegge la figura oltre l’immagine del musicista analitico: un interprete di rigore assoluto, certo, ma anche erede dei grandi pianisti romantici, capace di trasformare il pianoforte in una “seconda orchestra”
pollini chailly

Due anni fa il mondo della musica perdeva Maurizio Pollini. Con lui scompariva non soltanto una figura di assoluto riferimento per l’interpretazione pianistica, ma anche l’emblema di una Milano in cui la musica era al centro del dibattito culturale e civile, nella quale non cessiamo di riconoscerci. Per decenni i suoi concerti alla Scala sono stati un appuntamento irrinunciabile in cui la città si specchiava riflettendo su se stessa e i suoi valori. Lo ricordiamo insieme a Riccardo Chailly in una conversazione che abbraccia oltre quattro decenni di musica tra la Scala, Amsterdam, Lipsia e Lucerna.

PB Maestro, quando ha conosciuto Maurizio Pollini?

RC Nel 1972 alla Scala, quando ero assistente di Claudio Abbado per i programmi sinfonici, in occasione della prima assoluta di Como una ola de fuerza y luz, una delle composizioni più significative di Luigi Nono. Nel ‛75, sempre con Abbado, seguii l’esecuzione del Quarto di Beethoven in occasione del 30º anniversario della Liberazione. Un momento importante per la Milano civile, ma anche il mio primo incontro con il Beethoven di Pollini, che fu poi un filo conduttore del nostro rapporto.

PB Ha ricordi da ascoltatore dei suoi concerti?

RC Nel 1979 ebbi una fortissima impressione di fronte al Primo e Secondo Concerto di Bartók diretti da Abbado a Chicago, dove mi trovavo per dirigere alla Lyric Opera. Esecuzioni storiche, tuttora di assoluto riferimento. Nel 1983 fui partecipe del suo debutto nel suo unico impegno direttoriale con La donna del lago di Rossini a Pesaro: una scelta che testimoniava la sua tipica curiosità musicale e il suo coraggio, sia interpretativo sia nella ricerca sul repertorio: allora quel titolo era una novità. E proprio l’attenzione alle nuove proposte ha sempre distinto Maurizio. L’anno successivo lo ascoltai a Londra nei concerti di Beethoven nell’ambito del ciclo diretto da Claudio con la London Symphony. 

PB Quando diresse per la prima volta un concerto con lui?

RC Nel 1980 a Los Angeles con il Primo Concerto di Chopin. Per me che avevo 26 anni (Pollini ne aveva 38) c’era un senso di responsabilità particolare nell’affrontare con lui il pezzo che vent’anni prima lo aveva portato alla vittoria del Premio Chopin di Varsavia. Fu per me un incontro folgorante e a tutt’oggi indimenticabile, l’anno successivo eravamo a Edimburgo con il Concerto in la minore di Schumann con la London Symphony Orchestra. Maurizio mostrò molto affetto nei miei confronti e anche una certa misura di indulgenza in un concerto tutt’altro che facile da accompagnare. Lo rifacemmo insieme a Lucerna con l’Orchestra del Concertgebouw nel 1989. La collaborazione con la compagine olandese proseguì nel ‛90 ad Amsterdam con i Concerti KV 467 e KV 595 di Mozart. Fu un successo particolarmente caloroso e ricordo che anni dopo ne trovai un’incisione pirata in un negozio di dischi di Tokyo, dove mi dissero che era ancora particolarmente apprezzato. Ad Amsterdam Maurizio tornò anche nel ‛99, eseguimmo di nuovo Schumann con l’Orchestra del Concertgebouw. 

PB E Beethoven? 

RC Nel 2002 ancora con l’Orchestra del Concertgebouw portammo il Quinto Concerto alla Suntory Hall di Tokyo. Ricordo il furore del pubblico per Maurizio, il video è ancora su YouTube e credo che continuerà a essere guardato con ammirazione. Anche questa è un’esperienza indelebile nella mia memoria d’interprete e un grande successo. Pari al ricordo di Tokyo è per me l’esecuzione dello stesso concerto a Lipsia con l’Orchestra del Gewandhaus nel 2007. Con la stessa Orchestra eravamo alla Scala l’anno successivo per il Quarto Concerto in occasione del Pollini Festival, un’iniziativa che restituiva lo sguardo amplissimo di Maurizio sulla musica, dal grande repertorio ai contemporanei. Ancora al Piermarini fu il nostro ultimo concerto insieme, di nuovo il Quinto di Beethoven con la Filarmonica della Scala, esattamente 45 anni dalla prima volta che l’avevo conosciuto. Indimenticabile.

PB Com’era lavorare con Pollini?

RC Ogni volta che abbiamo ripreso una partitura si ripartiva da capo, con Maurizio non c’era neanche l’ombra dell’abitudine. Tra noi c’era un rapporto di vicinanza e di simpatia, ma nel momento di fare musica prevaleva il rigore intellettuale, con una intransigenza che non consentiva nessuno spazio di distrazione. Ogni battuta doveva essere pensata. Durante le prove ogni volta che c’era un passo orchestrale lui lasciava il pianoforte e correva accanto a me, quasi correndo, preso dall’urgenza di vedere insieme la partitura. Aveva sempre un dettaglio da aggiungere e non ho mai vissuto questa sua necessità come un’interferenza, al contrario ho sempre sentito il piacere di un dialogo musicale continuo. Questo dialogo proseguiva anche quando era lui a venire ad ascoltare i miei concerti. Al termine passava in camerino per salutarmi, ma soprattutto per parlare insieme della composizione che aveva ascoltato, e quando si trattava di nuova musica ci fermavamo a sfogliare insieme la partitura. Alla Scala ricordo in particolare il suo minuzioso interesse per Notations di Boulez, e poi tante occasioni a Lucerna, un Festival e un’orchestra cui è sempre stato legato. Ricordo con gioia quando venne ad ascoltare l’Ottava di Mahler che segnava il mio debutto come Direttore musicale della Lucerne Festival Orchestra dopo gli anni di direzione di Abbado. 

PB Per molti anni Pollini è stato identificato da un lato come un grande virtuoso e dall’altro come un intellettuale dall’approccio marcatamente analitico. Guardando all’arco del suo percorso musicale, cosa rimane oggi di quelle impressioni? 

RC Maurizio era certamente un musicista intellettuale e minuziosamente analitico nella preparazione, ma un fiume in piena di travolgente creatività nel momento dell’esecuzione in concerto. La sua profondità, il peso sonoro ˗ che andava ben oltre la forza fisica ˗ erano tali che ad Amsterdam lo chiamavamo scherzosamente “la seconda orchestra”. Il lavoro di analisi e gli argini intellettuali, che non venivano mai meno, non costituivano dei freni ma al contrario avevano l’effetto di concentrare quell’impulso e quell’energia. Da questo punto di vista Maurizio non è stato solo un sommo pianista, ma anche un artista che si pone nel solco dei grandi interpreti romantici del passato. La sua caratteristica principale era una totalità di visione del pezzo che nasceva da un rigore senza compromessi. In lui la profondità del suono, la dimensione sinfonica che si trasformavano in energia propulsiva erano sempre dettate da un pensiero, mai da un moto intuitivo. Quello che lo differenziava era proprio la capacità di avere una visione globale della struttura dell’intero pezzo. Ho molto amato in lui proprio il contrasto tra controllo intellettuale ed energia esecutiva, che lo collocava sempre oltre la prevedibilità. Anche dopo la sua scomparsa le sue interpretazioni dureranno sempre e resteranno vive in noi.

Paolo Besana