Nello specchio del mito
David McVicar riflette sul senso del mito nel Ring, sulla sua attualità drammatica e politica e sulle sfide di una messa in scena che interpella l’immaginazione del pubblico

RAFFAELE MELLACE Qual è il ruolo del mito nel suo progetto?
DAVID MCVICAR Quando ho iniziato a pensare al Ring oltre vent’anni fa, così come quando sono ritornato sul tema per il progetto milanese, mi sono chiesto proprio perché Wagner abbia scelto il mondo del mito. Wagner ha compreso in modo intuitivo, da artista, l’importanza del mito per le nostre vite. È qualcosa che la civiltà odierna ha perduto. Dire che qualcosa è un mito equivale a dire che è falso come le bugie dei politici. Il nostro antico rapporto con il mito alludeva invece a qualcosa di non letteralmente vero, ma vero in senso profondo, connesso al nostro percorso spirituale più profondo. Una delle debolezze dell’epoca moderna è esattamente aver perso il legame sacro tra l’uomo e il resto della creazione attorno a noi, un rapporto che nelle antiche civiltà spettava di spiegare proprio al mito.
RM Che funzione assume il mito nel progetto di Wagner?
DM Wagner applica una cornice mitologica alla storia che intende raccontare. E tuttavia la storia che racconta appartiene al suo tempo ed è attuale ancora oggi. Vuole ricordarci che le trasgressioni contro noi stessi e l’ambiente sono indelebili. Il mito ci spiega come siamo arrivati a questo punto e pone la domanda: dove arriveremo da qui? Nel Rheingold Wagner inventa un mito della creazione fondato sulla scoperta fondamentale del denaro, del capitale, della crescita finanziaria. Il denaro controlla la vita di tutti noi dalla culla alla tomba; e tuttavia possiede soltanto il valore che noi stessi gli attribuiamo. Uno degli aspetti più affascinanti della vicenda del Ring è che nessuno mai utilizza in realtà il potere dell’anello. L’unico potere dell’anello è che tutti i personaggi sulla scena credono che in esso si racchiuda il potere. È il mito più grande di tutti, tanto che le sedici ore del Ring si riducono a questa unica circostanza senza senso: il potere dell’anello sta nel valore che tutti gli attribuiscono. Wagner ci racconta un viaggio attraverso la vita che da questa illusione assume un carattere futile, privo di senso, ma che nello stesso tempo ha una sua bellezza, semplicemente perché la vita è stata vissuta.
RM Il Ring parla alla fine di esseri umani e delle loro passioni…
DM La rinuncia all’amore per possedere l’anello compiuta da Alberich nel Rheingold e imitata poi da altri personaggi è affascinante. Occorre considerare cosa sia l’opposto dell’amore: se l’odio, la rabbia, una combinazione di entrambi o il complesso degli impulsi negativi che dominano l’uomo. Il fil rouge che attraversa il Ring consiste nella presa di coscienza di cosa sia l’amore nel senso più ampio, non meramente erotico. Dobbiamo sempre tenere a mente l’epoca in cui Wagner visse, in cui si confrontò con gli effetti della rivoluzione industriale sugli esseri umani, con la scoperta dei traguardi raggiunti dall’industria con le conseguenti, radicali trasformazioni negli equilibri tra nazioni. Wagner realizza nel Ring una delle analisi più penetranti della natura dell’essere umano e delle strutture sociali che l’uomo ha creato. Lo fa con intelligenza, compassione e comprensione artistica. Per questo sceglie di adottare il mito. Come avviene per i miti greci, il mito è uno specchio. L’intero Ring è uno specchio che Wagner rivolge verso di noi.
RM Come si mette in scena questo Ring-specchio?
DM Non è facile raccontare questa storia sulla scena. Vi è una grande eterogeneità tra le quattro parti del Ring: la musica è diversa, la narrazione è diversa. Poiché Wagner ha impiegato tanto tempo a realizzarlo, la percezione stessa della storia è andata via via modificandosi. È difficile creare una struttura drammaturgica coerente, unitaria che faccia comprendere al pubblico, lungo le sedici ore di opera, che il punto di arrivo dipende da quello di partenza, che vi è una traiettoria, un’evoluzione drammaturgica definita. È un lavoro che da un lato richiede consapevolezza politica e sensibilità umanistica, dall’altro ti impone di mettere in scena draghi, arcobaleni, giganti, uccelli che parlano, un fuoco magico, un fiume che inonda l’intera scena…
RM Quale strada ha scelto per mettere in scena questa materia ambivalente?
DM Per risolvere i problemi posti da Wagner un approccio letterale non è sicuramente la scelta migliore: se si rimane attaccati alle didascalie sceniche come sono scritte, va perduto il cuore simbolico di tutto ciò che accade. Nelle sue indicazioni registiche molto lunghe e puntuali Wagner immagina già il cinema, una tecnologia un secolo più avanti rispetto ai suoi tempi, il che è straordinario. Fortunatamente però il teatro non l’ha seguito. Né dovrebbe farlo. Il teatro lavora in termini diversi: nel teatro si chiede il coinvolgimento attivo del pubblico e della sua immaginazione nella storia che viene raccontata. E allora, come realizzi in teatro un gigante? Vi sono naturalmente molte strade: puoi ignorare le prescrizioni di Wagner, impiegare proiezioni, costumi elaborati… Come si può attribuire una risonanza simbolica a un drago, evitando il piano letterale che inevitabilmente finirebbe per trasformare la vicenda in una pantomime (commedia musicale britannica popolare, destinata alle famiglie nella stagione natalizia, ndr)? La soluzione che sceglierai dipende da quanta immaginazione vuoi chiedere al pubblico di impiegare.
RM Sembrano problemi di difficile soluzione…
DM Infatti. Tenga poi conto che ci si sta rapportando alla musica, a una delle musiche più grandi scritte per il teatro. Ci si sta rapportando a dei cantanti che devono eseguire parti difficili, per un tempo molto lungo, contrapponendosi a un’orchestra molto rumorosa. Come fare a posizionarli in modo che possano essere sentiti al meglio? Come onorare al meglio la meravigliosa bellezza della partitura? Come contrappuntare visivamente la musica? Come offrire sul piano visivo una corrispondenza con ciò che il pubblico sta ascoltando? Interrogativi impegnativi e affascinanti.
RM Quali sono i personaggi che più la interessano nel Ring?
DM Tutti i personaggi wagneriani sono della massima importanza: non ce n’è uno banale. Ogni personaggio è estremamente importante, indipendentemente da quanto canti o sia in scena; anche Froh, che non vedremo più, ha il suo posto nella drammaturgia del Ring e il suo significato. Ovviamente Wotan è il personaggio più affascinante, ma in ultima analisi il Ring è di Brünnhilde. Siegfried invece è il personaggio più difficile da rendere, perché è difficile amarlo, è difficile far sì che il pubblico vi si affezioni. Il mio personaggio preferito è Mime, un personaggio che amo, interessantissimo. È il più disturbato, il più malato, strano, abusato, pericoloso, criminale, estremamente negativo ma non per colpa sua. Anche Alberich è assolutamente affascinante. Lo associo al Satana del Paradise Lost di Milton: entrambi i personaggi hanno le loro ragioni nel combattere la volontà divina. Persino Hagen ha le sue ragioni. Il genio di Wagner - come avviene anche con Mozart e con Shakespeare - è capace di realizzare personaggi multidimensionali, a 360° gradi.
RM Potendone scegliere una soltanto in tutto il Ring, quale scena l’affascina di più?
DM La scena che trovo insopportabilmente commovente è l’Addio di Wotan, prima di baciare gli occhi di Brünnhilde e addormentarla forse per sempre. Trovo affascinante tutta la scena che porta fin lì, la complessità con cui viene gestita la relazione padre-figlia, la presa di coscienza di una situazione da cui non c’è via d’uscita, ma che almeno può essere affrontata con amore.
RM Cosa possiamo dire dell’unitarietà del Ring?
DM Credo sia un errore imporre un’unità al Ring, ignorare l’evoluzione nel progetto. Wagner ha cambiato idea in corso d’opera sul suo significato. Quando si arriva alla Götterdämmerung occorre tener conto dell’ambiguità che è andata creandosi. Passando attraverso la lettura di Schopenhauer, Wagner è approdato a un esito straordinariamente cupo, che parla della fine del mondo, per noi oggi più vicina di quanto possiamo immaginare. Anche il monologo finale di Brünnhilde contiene una suprema ambiguità: il personaggio è passato dallo stato divino a quello mortale, ma nonostante l’esito infausto della vicenda l’aver amato ha conferito valore alla tragedia che si è consumata.
RM Vogliamo chiudere il cerchio, in omaggio alla forma dell’anello?
DM Sì, ritorniamo all’inizio. Il mito nacque al tempo in cui l’uomo del neolitico sviluppò la propria pratica funeraria, componendo i corpi in posizione fetale e leggendo così la morte come qualcosa di diverso da una fine, come un nuovo inizio. Il mito esiste infatti perché percepiamo la necessità di comprenderci davanti all’ineluttabilità della nostra morte. Il Ring di Wagner corrisponde alle opere degli antichi tragici greci nel tentativo di affrontare e trovare una risposta a una simile questione.
Raffaele Mellace