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Mozart e Modern Love

Travestimenti, infedeltà, scambi di coppie: ieri al caffè di Napoli, oggi su Tinder. L’opera più spregiudicata di Mozart racconta ancora la nostra confusione tra libertà, possesso e bisogno di essere visti
COSì FAN TUTTE (3)

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Così fan tutte, con le sue complicate geometrie amorose e il suo libretto spumeggiante e un po’ licenzioso, non ebbe troppa fortuna alla sua epoca nonostante la splendida musica di Mozart. Il pubblico che vide la prima dell’opera al Burgtheater di Vienna nel gennaio del 1790 rimase spiazzato da un dramma giocoso sull’infedeltà coniugale apparentemente privo di morale: tutti quei travestimenti, quegli equivoci, quegli inganni, quei batticuori e quegli scambi di coppie si risolvevano con un coro finale che diceva che le corna vanno prese per quelle che sono e che, dettaglio squisitamente illuminista, le coppie devono farsi guidare sempre e comunque dalla ragione. Ecco, è proprio questo squarcio di illuminismo ludico e un po’ libertino che non fu apprezzato da un pubblico che aveva già un piede nel preromanticismo e nel più bacchettone diciannovesimo secolo. Leonetta Bentivoglio e Lidia Bramani in un libro intitolato E Susanna non vien (Feltrinelli 2014) e dedicato alle dinamiche di genere nell’opera mozartiana, sottolineano la natura illuminista di Così fan tutte rispetto a quella romantica e tragica delle Affinità elettive di Goethe, uscito non così tanto tempo dopo, nel 1809. Anche nelle Affinità elettive c’è un quadrilatero amoroso, ma a differenza che in Mozart, in Goethe l’esito è tragico: i sensi di colpa schiacciano i due personaggi più fragili. Ottilia si lascerà morire di fame ed Edoardo la seguirà nella tomba. Ottilia è la prima donna dell’Ottocento a morire tragicamente per aver desiderato un uomo non suo: la seguono Emma Bovary, Anna Karenina e molte altre. Per interrompere il profluvio ottocentesco di donne che si consumano per un desiderio vissuto come colpa, bisogna arrivare al 1928, quando D.H. Lawrence pubblicò (all’inizio privatamente) L’amante di lady Chatterley.

Così fan tutte era in un certo senso troppo avanti e troppo indietro per i suoi tempi: troppo avanti perché mostrava dinamiche amorose decisamente moderne, con protagoniste femminili dotate di libertà di movimento e di pensiero, e troppo indietro perché appariva forse un po’ leziosa sulla soglia di un Ottocento che si preannunciava più sobrio e severo. Anche l’ambientazione della storia, che comincia in una bottega del caffè di Napoli, ha qualcosa di vicino a quello che oggi potrebbe essere un reboot di Sex and the City. Napoli era la New York del diciottesimo secolo: una metropoli ricca e cosmopolita in cui le mode si facevano e si disfacevano in un batter di ciglia.

Ma a pensarci bene non è che anche noi oggi, quando parliamo di rapporti di coppia, di amore e di fedeltà, ci sentiamo in bilico tra due poli opposti proprio come il pubblico austriaco del 1790? Da una parte abbiamo un nostro Illuminismo fatto di rivoluzioni sessuali, di rivendicazioni femministe e di lotte alla luce del sole per il riconoscimento di qualunque minoranza sessuale; dall’altra siamo immersi in una cultura retriva e vetero-patriarcale che in molti contesti sociali vede ancora l’amore come fusione totale e possesso, se non addirittura prevaricazione. Fino alle estreme conseguenze dei femminicidi che quasi quotidianamente riempiono le nostre cronache. Da una parte ci sentiamo avanzatissimi, dall’altra, quando meno ce lo aspettiamo, veniamo ripiombati nel Medioevo. Su di noi poi grava un’altra variabile: quella del tardo capitalismo tecnologico che ha incoraggiato la mercificazione e la monetizzazione di ogni nostra attività, anche erotica o sessuale.

“Quello che oggi chiamiamo dating è un’invenzione dell’epoca vittoriana e quindi un prodotto della rivoluzione industriale”, scrive la filosofa statunitense Moira Weigel in un suo saggio intitolato Labor of love (Farrar, Straus & Giroux 2016). “Il dating è la forma che il corteggiamento assume in un libero mercato. La storia del dating è cominciata quando le donne hanno lasciato le case in cui erano nate o le case in cui avevano faticato come serve o cameriere e si sono trasferite in città dove hanno cominciato a fare lavori che le mescolavano con gli uomini”. Gli attuali metodi di corteggiamento tra uomo e donna, nel mondo occidentale, sono quindi ancora legati al sistema capitalista e all’industrializzazione da almeno centocinquant’anni. Se non ne siete convinti, guardate come gli algoritmi delle app di dating (quelle per trovare l’anima gemella) e quelle di hook-up (ovvero per il sesso occasionale) segmentano e trasformano in cluster di dati ogni nostro desiderio o aspettativa erotica. E cosa succede ai cluster di dati lo sappiamo bene: vengono impacchettati e venduti a terze parti a nostra insaputa. C’è un sistema dunque che ha trovato il modo di estrarre denaro dalla nostra solitudine, dal nostro desiderio e dalle nostre fantasie sessuali.

Tutto questo non può non avere conseguenze sul nostro Modern Love, per parafrasare il titolo di una rubrica del New York Times talmente seguita da essere stata trasformata in una serie tv nel 2019. Una caratteristica tipica del tardo capitalismo tecnologico è l’estrema performatività che ci viene richiesta ogni giorno. Negli anni Ottanta, quando entrò nell’uso giornalistico l’espressione “imprenditori di se stessi”, sembrava un po’ un luogo comune, una semplificazione. Oggi lo siamo diventati tutti: in nome del self branding ci vendiamo sui social network, ci siamo fatti convincere del fatto che la visibilità sia una sorta di moneta parallela, siamo diventati tutti venditori ma anche merce. E dunque ci siamo sempre più abituati a parlare di noi stessi rivolgendoci non più a una persona ma alla videocamera del nostro telefono. In infiniti reel di Instagram o post di TikTok vediamo uomini e donne che mettono in scena ogni tipo di seduzione, dalla più innocente alla più spinta. Sempre più autoreferenziali e sempre più individui confusi in una massa di altre entità che credono di essere uniche.

Anche Fiordiligi quando canta “Come scoglio” ha un momento di estrema performatività. Lei però è un’eroina d’opera ed è perfettamente intitolata a farlo. Quando si prende tutta la scena e canta la sua fedeltà incrollabile tra fioriture e abbellimenti vertiginosi, non è così diversa dal personaggio di un reality che si straccia le vesti in un confessionale o da un’influencer che si sdilinquisce su TikTok: sceglie il suo lato migliore per convincere, per sedurre e per venderci la sua verità.

Come il pubblico austriaco del 1790, anche noi ci sentiamo in mezzo a un guado. Anche per noi forse il generico richiamo alla ragione del coro finale non basta più. Forse non ci resta che aderire all’invito alla resistenza che ci fa la filosofa argentina Tamara Tenenbaum nel suo libro La fine dell’amore (Fandango 2022): “Quel che propongo è la resistenza: resistere a scegliere fra strutture ereditate e individualismo selvaggio, e non accettare che siano queste due le uniche opzioni”.

Daniele Cassandro