Milano Musica a più voci

Da poco nominato Presidente del Festival, Paolo Lazzati racconta la linea di Milano Musica dei prossimi anni: più dialogo con la città, nuove collaborazioni e uno sguardo sul contemporaneo che va da Kurtág a Haas, senza rinunciare al rigore delle origini
pAOLO LAZZATI MILANO MUSICA

Scopri Milano Musica

Torna fino al 6 giugno Milano Musica, festival milanese dedicato alla musica contemporanea, in collaborazione con il Teatro alla Scala. Giunto alla sua trentacinquesima edizione, ha per titolo “Lontananze creative”. Alla guida dell’Associazione per la musica contemporanea il nuovo Presidente Paolo Lazzati ˗ dottore commercialista, appassionato e profondo conoscitore del mondo della musica, una lunga esperienza nel governo di organizzazioni complesse, societarie o di gruppi societari, così come in organizzazioni non lucrative con scopi culturali o assistenziali. 

LS Partiamo da un suo ritratto… come potremmo in sintesi raccontare la sua storia?

PL Sono da sempre molto appassionato di musica classica. Da giovane, parlo degli anni Settanta, ho frequentato la Società del Quartetto e la Scala. Durante gli anni di studio di Economia e Commercio mi sono diplomato in Organizzazione teatrale avvicinandomi soprattutto al mondo scaligero, che già conoscevo perché in quegli anni mio padre Gaetano era coinvolto in qualità di amministratore. Un periodo fantastico in cui Sovrintendente era Paolo Grassi e Direttore stabile Claudio Abbado. 

LS Qual è l’impronta che intende lasciare alla guida di Milano Musica?

PL Direi che l’impronta già esiste ed è quella data da Luciana Pestalozza, fondatrice e anima di Milano Musica, che Cecilia Balestra, sua collaboratrice, porta avanti egregiamente, procedendo nella medesima direzione e con lo stesso rigore nelle scelte artistiche. Quello che vorrei è riuscire a potenziare il rapporto con la città e con gli sponsor. L’anno scorso, per esempio, abbiamo aggiunto la Fondazione Invernizzi che ospiterà due eventi. Insomma, mi piacerebbe far sì che questo possa proseguire, non solo incrementando il numero di concerti e incontri, ma anche contemplando una maggiore presenza di formazioni dall’organico più ampio. Così da poter proporre un’offerta più articolata mantenendo però qualità, rigore e uno sguardo attento sul nuovo. 

LS Parliamo delle caratteristiche peculiari di Milano Musica, con qualche riferimento alla sua storia… 

PL Tutto ha avuto inizio con Musica nel nostro tempo. Poi, nel 1992, Luciana Pestalozza ha fondato Milano Musica, un festival capace di guardare alle nuove forme ed espressioni di musica del secondo Dopoguerra e contemporanea. I programmi hanno compreso pagine di Boulez, grandi compositori del Novecento e Stockhausen, eseguite spesso da Maurizio Pollini. Anche per quest’anno sono previste delle prime esecuzioni, penso ai due concerti scaligeri affidati a Filippo Gorini, in recital, e a Michele Gamba, che dirigerà l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai. Insomma, la programmazione è sempre aperta al nuovo, e grazie a Cecilia Balestra e alla consulenza di Paolo Petazzi, che ci aiuta nella direzione artistica, si riesce sempre a fare delle ottime scelte. Con programmi di grande interesse, collaborazioni con l’IRCAM, Institut de Recherche et de Coordination Acoustique/Musique, e le grandi istituzioni europee, Milano Musica è un festival riconosciuto internazionalmente, che speriamo aiuti a sviluppare sempre maggiore attenzione e curiosità verso la musica contemporanea. 

LS Cosa, in termini di cambiamento e novità, prevede l’edizione di quest’anno?

PL Partirei dal concerto in collaborazione con l’IRCAM che si farà al Pirelli HangarBicocca, poi il concerto di Gorini che il 28 aprile ha previsto due prime esecuzioni italiane di Stefano Gervasoni e di Beat Furrer. Segue, sempre alla Scala, il 18 maggio il concerto a cui facevo cenno con l’OSN Rai e musiche di Carmine-Emanuele Cella, Péter Eötvös e Georg Friedrich Haas, quest’ultima prima esecuzione in Italia su commissione di Milano Musica. L’attenzione al contemporaneo è grande, tutti gli anni sono previste prime esecuzioni, anche molto impegnative. 

LS Se dovessimo quindi individuare la direzione verso cui muove il Festival?

PL Quest’anno il Festival non è legato a un solo compositore come l’anno scorso con Francesco Filidei, o come è accaduto per Luca Francesconi, per György Kurtág e tanti altri. Quest’anno è “a più voci”, come accennavo va da Haas a Kurtág, Stefano Gervasoni, si esegue anche Morton Feldman e credo che anche per gli anni prossimi si cercherà di andare nella direzione di un festival “aperto” sotto il profilo artistico. Penso che la direzione artistica e qualitativa dovrebbe essere quella che ha sempre caratterizzato il Festival di Milano Musica, di una ricerca di compositori che abbiano davvero qualcosa di nuovo da dire, una ricerca particolare. Poi vedremo, ci risentiremo l’anno prossimo… 

LS Restando sul tema incarichi in organizzazioni non lucrative con scopi culturali, lei è anche Presidente della Fondazione Claudio Abbado, che ha peraltro ricevuto dagli eredi il materiale relativo all’attività professionale del Maestro ˗ partiture, corrispondenza, registrazioni ˗ e proceduto alla sua conservazione e valorizzazione. Qual è il suo legame con questo “gigante del podio”?

PL L’avevo conosciuto negli anni Settanta, poi ho sempre avuto la fortuna, grazie all’amicizia con i figli Alessandra ˗ allora mia compagna in un corso di Organizzazione teatrale ˗ e Daniele ˗ che, con mia grande soddisfazione, è entrato nel Consiglio di Milano Musica ˗ di andare a sentire i suoi concerti in giro per l’Europa, ridotti dopo la malattia, ma che ho potuto seguire frequentemente, fino a non perderne più uno, rafforzando così il nostro legame di amicizia. Inoltre, non potendo più frequentare la sua casa in montagna, passava alcune settimane a casa mia, occasione in cui ho potuto osservare come studiava e comprendere il suo rigore e la sua attenzione nell’approfondimento delle partiture. Anche per questo per me è stato importante mettere in salvo ˗ cosa avvenuta anche per volere dei figli con la Fondazione Abbado ˗ questo eccezionale patrimonio di partiture da lui dirette, che vanno da Monteverdi a Kurtág. E far sì che potessero essere accessibili con gli importantissimi segni orchestrali stratificati negli anni. Sono tutte consultabili sul sito della Biblioteca di Stato di Berlino. Con le annotazioni che riportava in occasione delle varie esecuzioni perché, diceva, ogni volta che riprendeva in mano una partitura era come se la studiasse per la prima volta. 

LS Abbado, inoltre, ha sempre ritenuto di importanza vitale il repertorio contemporaneo…

PL Esatto, mi ha sempre fatto capire l’importanza di ascoltare la musica contemporanea. Pensiamo a un pezzo per orchestra magnifico come Stele di Kurtág, una commissione composta durante una residenza di sei mesi ai Berliner Philharmoniker. Per Kurtág non era facile comporre un pezzo di quella lunghezza e con quell’organico orchestrale e questo è accaduto grazie a Claudio che lo ha anche diretto per la prima volta, con un’interpretazione straordinaria.

LS Infine, qualche considerazione circa l’aspettativa del pubblico in termini di programma, che riguarda la nuova musica, intesa come contemporanea vera e propria (se ci riferiamo a commissioni…), ma anche a quella “storicizzata”.

PL Sono sempre state due anime che costituiscono l’identità del Festival. Storicizzata è quella ormai del secondo Novecento: purtroppo gli anni passano velocemente. Ricordo la prima esecuzione di Stele di Kurtág e non parliamo di Stockhausen. Ma credo fosse molto meno facile e più di rottura quella del primo Dopoguerra rispetto a quella degli anni Ottanta/Novanta. Penso che guardando anche ai programmi delle grandi orchestre come i Berliner si possa constatare un’attenzione sempre maggiore verso la musica contemporanea. Non più confinata in festival specifici che hanno un loro pubblico. Se pensiamo ai Berliner, ha cominciato Abbado ad aprire al contemporaneo, poi hanno proseguito Rattle e Petrenko. Con la proposta di programmi articolati che propongano anche musica del secondo Novecento e contemporanea. D’altronde, come per altre forme d’arte, è necessario conoscere anche quel che viene creato oggi. Pensiamo poi al successo conquistato l’anno scorso dal Nome della rosa di Francesco Filidei in repliche da tutto esaurito. Proprio come il nostro concerto, anch’esso in Scala, con musiche che andavano da Gervasoni a Kurtág fino a una commissione nuova affidata ad Aureliano Cattaneo.

Luisa Sclocchis