Memoria e identità di un direttore
Atteso con la Czech Philharmonic, Semyon Bychkov torna sulla propria esperienza scaligera e sul percorso che ha definito la sua identità musicale

Tra le orchestre ospiti coinvolte nella programmazione scaligera 2025/2026, il 28 febbraio troviamo la Czech Philharmonic guidata da Semyon Bychkov, suo direttore musicale e principale. In programma la Sinfonia n. 4 in la maggiore, op. 90 “Italiana” di Felix Mendelssohn Bartholdy, il Concerto per pianoforte e orchestra in sol maggiore di Maurice Ravel, solista Beatrice Rana, e Pulcinella, balletto in un atto, di Igor’ Stravinskij, con le voci di Stefanie Irányi, soprano, Martin Mitterrutzner, tenore e Jongmin Park, basso. Czech Philharmonic, debutta nel gennaio 1896 diretta da Antonín Dvořák nell’auditorium del Rudolfinum di Praga, dove ha sede. E vanta tra i direttori principali che ne hanno fatto la storia Rafael Kubelík, Gerd Albrecht, Vladimir Ashkenazy ed Eliahu Inbal. Bychkov, alla sua guida dal 2018, è stato recentemente nominato Direttore musicale dell’Opéra de Paris, incarico che assumerà dal 1° agosto 2028.
LS Nuovamente ospite del Teatro alla Scala, con cui vanta un rapporto piuttosto consolidato, sia nel repertorio sinfonico che operistico… sensazioni o emozioni che riaffiorano alla memoria?
SB Sì, ricordo la produzione di Tosca, quella di Elektra, e i tanti concerti sinfonici con la Filarmonica della Scala. Sono tutti ricordi bellissimi. E se penso alla Scala penso a un luogo molto speciale, di una bellezza straordinaria e un’atmosfera davvero maestosa. Perfino le divise delle maschere sono assolutamente straordinarie. E dietro le quinte persiste una certa formalità unita a una grande nobiltà. Non lo dimenticherò mai, è qualcosa di molto speciale.
LS Direttore musicale e principale della Czech Philharmonic dal 2018: quali le sue caratteristiche e come descriverebbe il vostro lavoro?
SB Nel mondo in cui viviamo c’è una certa somiglianza tra le diverse orchestre, ma alcune sono davvero speciali perché possono vantare un suono e una musicalità unici. Per questo le consideriamo d’élite. E ciò che trovo così interessante della Czech Philharmonic è proprio il suo suono speciale. È qualcosa di molto difficile da descrivere. Un suono di enorme calore, di grande profondità. Sia chiaro, non dico che sia migliore di altre, ma che è diversa. E credo che questo costituisca una qualità di cui abbiamo bisogno. Oggi occorre relazionarsi con tradizioni differenti e il carattere della Czech Philharmonic è profondamente radicato nella enorme eredità musicale ceca. Ovviamente pensiamo a Dvořák, ma anche a Smetana, Janáček, Martinů e tanti altri. Insomma, è come se l’orchestra stessa fosse figlia della sua cultura, della sua nazione.
LS La Czech Philharmonic ha acquisito grande rinomanza internazionale negli ultimi anni, tanto da ricevere il riconoscimento di Gramophone Orchestra of the Year nel 2024.
SB Esatto, affonda le proprie radici nella cultura musicale ceca ma è anche divenuta una realtà molto internazionale. E non mi riferisco alla sua composizione, perché la maggioranza dei suoi musicisti è ceca, ma alla capacità di andare oltre la propria cultura musicale e di interpretarne altre con credibilità. Insomma, credo che questa sia una delle qualità che oggi la caratterizzano.
LS Quali sono i criteri che adotta nel formulare un programma? Inevitabile constatare quanto, in questo caso, sia eterogeneo…
SB In realtà non esiste una “formula”. Tutto nasce piuttosto dal tentativo di combinare brani che possano dar vita a un programma arricchente e interessante per il pubblico. Che potrebbe certamente essere composto da musiche di un solo compositore: per esempio la Prima Sinfonia di Beethoven insieme alla Nona, tra cui però, pur trattandosi del medesimo autore, ci sono così tanta vita vissuta, così tanta musica da lui composta e così tante cose accadute nel mondo in quel periodo, che è molto affascinante vederne la progressione. Questo è un criterio. L’altro è, in un certo senso, come quando al ristorante consulti il menù della cena e poi dici: “Penso che iniziando con questo e proseguendo con quell’altro potrei ottenere una combinazione interessante”. Insomma, è un po’ così.
LS Restando alla Scala, ma passando dal repertorio sinfonico a quello operistico, di sua firma sono state due produzioni per la regia di Luca Ronconi, Elektra (2020) e Tosca (2018). Quali sono i suoi ricordi di queste esperienze e del lavoro con Ronconi?
SB Ho avuto la gioia e il privilegio di lavorare con Ronconi per ben tre volte. Due alla Scala e una terza a Firenze, al Maggio Musicale, per Fierrabras di Schubert, molto interessante da ricordare. Quando decisi di dirigere Fierrabras, che ritenevo un capolavoro straordinario, Cesare Mazzonis, molto conosciuto dai milanesi e allora direttore artistico del Maggio, tentò di dissuadermi. Sostenendo che, nonostante la musica meravigliosa, fosse tutt’altro che facile da mettere in scena. Ma la soluzione fu scegliere Luca Ronconi, da lui stesso definito uno di quei registi che riesce a creare da un’opera impossibile una produzione davvero interessante. Fu un’autentica rivelazione, sia per la musica sia per la messa in scena. Per le produzioni scaligere di Tosca ed Elektra, invece,ci trovavamo di fronte a straordinari capolavori teatrali, molto diversi da Fierrabras. Ma ho apprezzato il suo modo di lavorare, la sua estetica, così come la persona. Collaborare con lui è stato fantastico in ogni momento del processo creativo.
LS Nato a Leningrado (oggi San Pietroburgo), a 22 anni lascia la Russia per gli Stati Uniti. Nonostante la vasta esperienza in Europa e nel resto del mondo crede fermamente che la sua educazione russa sia di fondamentale importanza per l’uomo e l’artista che è diventato…
SB Penso che la genetica umana sia molto potente. E che tutti abbiamo radici legate al luogo in cui siamo nati, alla sua cultura e alla sua lingua. Lo stesso vale anche per me. Tutti conoscono la colossale tradizione culturale russa, qualcosa che non si può e non si vuole sostituire. Perché è nobile, bella, senza tempo e universale come i valori del suo patrimonio culturale. Sono semplicemente espressi in un’altra lingua, la lingua del popolo russo, ma ciò che rappresentano, ciò di cui parlano, il modo in cui affrontano la condizione umana, è universale. Quindi, non sorprende che io provi ancora le stesse sensazioni di quando sono nato lì.
LS Tra gli incontri che ritiene determinanti per la sua crescita musicale e personale, quello con Ilya Musin, con cui ha studiato fino alla vittoria del Concorso Rachmaninov nel 1973. Cosa di quello che lei è, musicalmente e umanamente, deve a questo leggendario musicista?
SB Gli devo più di quanto potrei mai esprimere. Non solo a lui, ma anche ad altri pedagoghi incontrati in quel periodo: il mio insegnante di pianoforte e due professoresse della Glinka Choir School, dove ho studiato per dieci anni prima di entrare al Conservatorio. Una insegnava Letteratura e l’altra Letteratura musicale. Donne che rappresentavano la “crème de la crème” dell’intellighenzia russa. Quindi, a ciascuno di loro devo moltissimo, perché grazie alla loro guida ho potuto trovare la mia strada nella vita musicale e reale. Ma Ilya Musin era il mio insegnante di direzione d’orchestra ed è diventato anche una delle mie figure paterne. Ho avuto un padre biologico a cui ero estremamente legato ma ci sono state altre persone diventate quasi dei padri per me. Musin è uno di queste.
LS La figura del direttore d’orchestra è in continua evoluzione. Si parla oggi di una forma di leadership molto differente rispetto a quella “autoritaria” dei tempi di Toscanini. Come pensa sia cambiata e qual è il suo segreto per creare un rapporto propizio con l’orchestra?
SB In realtà non è molto complicato, è una questione di poche cose. La prima è il rispetto. Devi rispettare le persone con cui condividi la tua vita. Che sia per una settimana, per un giorno, per vent’anni, non importa. La seconda è qualcosa che ho capito non molti anni fa. All’inizio della tua vita da direttore d’orchestra ti preoccupi di ottenere dai tuoi colleghi ˗ che siano un’orchestra o dei cantanti ˗ ciò che vuoi sentire. Lavori duramente per questo e se sei convincente lo realizzano. Poi, dopo qualche tempo, ho compreso che non bastava. Che avevo bisogno di sapere cosa loro si aspettassero da me, non solo cosa io volessi da loro. E da allora tutto è diventato molto più facile.
Luisa Sclocchis