Mélisande e il sortilegio dei capelli

I capelli di Mélisande sono fatti della materia focosa e stregonesca delle Maddalene, delle Pandore e delle maghe preraffaellite. Un sortilegio che arriva fino a Rita Hayworth, alla Medusa dei fumetti Marvel e a Rihanna
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“No, no, no!... Non ho mai visto capelli come i tuoi, Mélisande!... Vedi, vedi, vedi, vengono da sì alto e m’inondano fino al cuore… M’inondano tutto fino alle ginocchia!... E son dolci, son dolci come piombassero dal cielo!... Non vedo più il cielo attraverso i tuoi capelli. Vedi, vedi? Le mie due mani non possono tenerli; ve ne sono fin sui rami del salice… Vivono come uccelli nelle mie mani, ed essi mi amano, m’amano mille volte più di te!…”.

Mélisande lascia cadere i suoi lunghissimi capelli dalla torre in cui è rinchiusa e Pelléas, in una sorta di delirio erotico, si lascia avvolgere da quella massa morbida e profumata, piena di vita e vibrante di desiderio. “I tuoi capelli mi amano più di te…” dice, dando forma al suo feticismo, e li afferra ma allo stesso tempo ne è sopraffatto, quasi soffocato, in un’oscillazione sadomasochistica tra il desiderio di dominare e quello di essere dominato. È il punto eroticamente più alto e raffinato di Pelléas et Mélisande, la favola in musica di Debussy e Maeterlinck.

Nell’estetica simbolista di cui è pervasa l’opera, i capelli di Mélisande (che spesso nella tradizione scenica sono rossi, anche se il libretto non lo specifica) fatti della materia focosa e stregonesca di cui sono fatti quelli delle Maddalene, delle Pandore e delle maghe preraffaellite. Le lunghe trecce fulve sono simboli di energia, di fertilità, di soprannaturale potere femminile e si ricollegano a un antichissimo simbolismo pagano. I capelli sono vivi, sono una manifestazione dei nostri desideri più segreti: li pettiniamo e li acconciamo per dare ordine al caos e quando li perdiamo o ce li tagliamo espiamo una sorta di peccato. I capelli, come le unghie, continuano a crescere anche dopo che siamo morti, composti nella bara. I capelli sono un feticcio magico: le ciocche donate a un innamorato, i capelli tagliati a Maria Antonietta sul patibolo e conservati dai monarchici durante il Terrore e i ciuffi di una testina miniaturizzata dei cacciatori di teste dell’Amazzonia. Il potere simbolico, erotico e magico dei capelli è enorme. Un singolo capello può far scoprire il DNA di un assassino, un capello sul cuscino può svelare un tradimento e i capelli rossicci attaccati ai crani delle mummie nei musei ci ricordano più di ogni altra cosa che quei mucchi di ossa erano stati persone.

I capelli rossi possono essere anche un artificio diabolico, come quelli di Rita Hayworth in Gilda. Il vero nome della diva era Margarita Carmen Cansino: era nata da padre spagnolo, ebreo sefardita, e da madre irlandese e aveva cominciato a danzare e a recitare col nome di Rita Cansino. I suoi lunghi capelli castani tinti di nero per accentuare, a Hollywood, il suo esotismo latino alla Dolores Del Río. La Columbia Pictures, per farne una vera star, le cambiò identità e connotati: i suoi lunghi capelli naturalmente castani furono tinti di rosso e fu convinta ad adottare il nome della madre. Si sottopose anche a elettrocoagulazione per spostare più in alto l’attaccatura dei capelli e ampliare così la fronte. La Rita Hayworth degli anni Quaranta era una costruzione, una maschera artificiale della seduzione e in Gilda, di Charles Vidor, perfezionò il suo personaggio di femme fatale, naturalmente sfoggiando i suoi capelli ramati in quella che è forse la più memorabile scena di seduzione tricologica di Hollywood. Era il 1946: la quarta bomba atomica che fu fatta esplodere nella storia fu sganciata sull’atollo di Bikini nell’Oceano Pacifico. L’equipaggio dell’aereo la chiamò Gilda e ci attaccò sopra una foto di Hayworth. L’attrice era furibonda: era convinta che la storia della bomba fosse una macabra trovata pubblicitaria della Columbia e nel 1947, per La signora di Shanghai di Orson Welles (allora suo marito), si tagliò i capelli e si ossigenò per diventare biondo platino. Ma il danno era fatto: nell’immaginario Rita Hayworth rimarrà in eterno rossa e sarà ricordata per sempre come “l’atomica”.

Nell’immaginario ultra-pop dei fumetti Marvel nel 1965 appare un’altra pericolosa seduttrice dai lunghi capelli rossi: si chiama Medusa ed è la regina del misterioso popolo degli Inumani. Il disegnatore Jack Kirby, un artista dalla mano prodigiosa e dalla profonda cultura iconografica, più che ispirarsi alla Medusa anguicrinita della mitologia, inventa una moderna supereroina mascherata con lunghi capelli rossi vivi e più forti di mille braccia. Le sue lunghissime trecce scarlatte si avvolgono come piante rampicanti intorno al suo corpo flessuoso e hanno una grazia terribile che mescola l’Art Nouveau di Alphonse Mucha con la fantascienza più pulp. La Medusa di Stan Lee e Jack Kirby è una Mélisande sotto steroidi: i suoi capelli, proprio come quelli dell’eroina di Debussy, sono uno strumento di seduzione ma anche di morte. Lei non si limita a lasciarli cadere dalla torre, ma li usa per affrontare ad armi pari semidivinità come Thor o mostri come Hulk.

Anche nell’immaginario della musica pop i capelli hanno un ruolo fondamentale, soprattutto per gli artisti afrodiscendenti che a partire dalle origini del rock ’n’ roll ne hanno fatto un tratto identitario legato ai movimenti per i diritti civili: dal ciuffo “pompadour” di Little Richard fino ai dread biondi di Beyoncé in Lemonade. Tra tutti spicca Rihanna, che è particolarmente interessante in quanto artista nera ma non afroamericana: l’artista è infatti originaria delle Barbados. Nessuno da lei e dai suoi capelli si aspetta particolari messaggi. Eppure quando, nel 2011, decide di lisciarsi e di tingersi di rosso colpisce iconograficamente nel segno. In Man Down, una canzone reggae che, dopo tanto pop, la riporta alle sue origini caraibiche, ha i capelli tinti di rosso e lisci (come nella copertina dell’album Loud). La canzone parla di una ragazza che decide di sparare a un uomo che le aveva fatto violenza. Nei flashback felici Rihanna ha i capelli legati in una lunga treccia; nella scena in cui mira alla testa della sua vittima in una stazione affollata e spara è sciatta e arruffata e alla fine del video, quando si chiede se la cosa migliore da fare non sia spararsi, il rosso dei suoi capelli è ancora più innaturale e sporco. In Man Down Rihanna sembra recitare con i capelli e se si parla di donne fatali, non importa se nere o bianche, i capelli sono comunque immancabilmente lunghi e rossi. Come quelli, sempre perturbanti, della diafana eroina simbolista Mélisande.

Daniele Cassandro