Lo sguardo gentile
Attraverso il suo obiettivo, Gérard Uféras ci svela la vita quotidiana del Corpo di Ballo della Scala, catturandone con sensibilità la passione, la fatica e i legami

Nato a Parigi nel 1954, Gérard Uféras ha iniziato a collaborare come fotogiornalista con il quotidiano Libération nel 1984. Nel corso degli anni e dell’evoluzione della sua professione ha potuto dedicarsi con sempre maggior impegno alla sua passione per il teatro, per l’opera e per il balletto. Dopo una lunga indagine fotografica sui Corpi di Ballo dell’Opéra di Parigi e quindi del Bol’šoj di Mosca, nel 2017 è arrivato al Teatro alla Scala e per quasi sei anni è stato il testimone della vita quotidiana di ballerine e ballerini.
La complicata relazione tra la fotografia e il balletto che la storia ci ha tramandato non lo ha certamente preoccupato; l’antica e complessa diatriba tra il movimento dei corpi e la fissità della fotografia per lui non è mai stata un problema. Se Herman Mishkin, fotografo ufficiale del Metropolitan Opera di New York nel primo ventennio del Novecento, costringeva la superstar Anna Pavlova a rimanere immobile su una punta da venti secondi a un minuto per ritrarla mentre fingeva di interpretare l’assolo di The Dragonfly, oggi da un punto di vista “tecnico” la fotografia, dall’analogico all’Intelligenza Artificiale, non ha più limiti narrativi.
Fra i possibili molteplici linguaggi offerti dalla contemporaneità, Uféras aderisce con coerenza e lucidità alla lezione della fotografia “umanista”, che dal secondo Dopoguerra del secolo scorso ha avuto tra i suoi maggiori interpreti autori come Henri Cartier-Bresson, Robert Doisneau, Willy Ronis. E lo stesso Uféras, in conversazione con Paola Calvetti, curatrice del volume Lo sguardo nascosto. La danza dietro il sipario, fa riferimento alla sua amicizia con Willy Ronis e aggiunge: “… mi ha insegnato ‘le regole del caso’ e quanto sia completa la contrattazione tra il fotografo e l’imprevedibile. È stato lui a dirmi che una fotografia è polisemica, può avere diversi significati allo stesso tempo”. Se l’assunto di partenza è corretto, è vero pure che il significato, il senso di una fotografia sono affidati anche a chi la guarderà, mettendo in campo esperienze, competenze, sentimenti che non sono necessariamente uguali a quelli dell’autore dell’immagine. Ogni lettore tradurrà il messaggio dell’autore attraverso le proprie esperienze. Tuttavia, il lavoro sapiente e silenzioso che Uféras ha realizzato con il Corpo di Ballo della Scala, grazie al suo linguaggio narrativo che rispetta e testimonia, ci rende partecipi e complici di quanto lui ha vissuto, osservato, fotografato.
Ha visto giovani donne e giovani uomini che si esercitano, che sottopongono il proprio corpo a fatiche quasi inenarrabili, che vivono una quotidianità di confronti, di complicità, di amicizia, di impegno e ha raccontato momenti privati, di normalità nell’eccezionalità. È stato testimone della loro vita dietro le quinte, dietro il sipario, lontani dal pubblico e lontani dall’imperativo categorico di comparire. Le sue fotografie raccontano il gesto di un ballerino che con naturalezza sostiene una ballerina su una tibia, la dolcezza di una mano che accarezza una caviglia, che sistema una scarpina, ritrae un giovane alla trave che fa una spaccata che supera i 180 gradi e che chiacchera scherzoso con i compagni. E anche quando l’attenzione si sposta sullo spettacolo, il suo punto di vista è inusuale, sempre quasi privato, dall’alto, dietro le quinte. Sui volti che imparano, che provano, che si mettono in scena, sono più i sorrisi che la tensione, più gli sguardi allegri che quelli pensosi. È questo il mondo del balletto milanese? Forse. Di sicuro questo è il mondo del balletto che vede Uféras aggirandosi silenzioso e inavvertito, come un fantasma dell’opera che può ritrarre i suoi protagonisti senza che questi si sentano in dovere di mettersi in posa per lui. La fotografia sarà anche polisemica, ma il messaggio gentile, sorridente, gentilmente ironico la rende univoca, ci permette di condividere quelli che pensiamo siano gli stessi sentimenti provati dall’autore delle immagini.
Il viaggio fotografico di Gérard Uféras tra i ballerini della Scala ci porta in un mondo che Manuel Legris, già direttore del Corpo di Ballo, nel volume curato da Paola Calvetti così descrive: “Uféras ci racconta una sala prove piena di gente felice, immersi in un mondo che sembra colorato persino nelle foto in bianco e nero. C’è una bella atmosfera in Teatro, c’è rispetto, c’è l’ammirazione dell’uno verso l’altro. Certo, in ogni compagnia c’è una buona dose di rivalità, persino di invidia per chi ottiene un ruolo mentre a un altro viene negato: la danza, ma anche la vita, è fatta anche di aspetti… meno generosi. Tutti, nella Compagnia, siamo consapevoli di fare un lavoro unico, delicato, che è anche specchio della vita di ogni comunità. Ma alla fine, quando si entra in scena, cambia tutto: siamo al servizio della coreografia, del pubblico, dell’arte”. Dell’arte, certo. E tuttavia il mondo del balletto nel quale Uféras si muove, al quale il pubblico non ha accesso, ci regala la possibilità di conoscere una quotidianità fatta di passione, fatica, amicizie e antagonismi, riletta attraverso l’umanità dei protagonisti.
Giovanna Calvenzi