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Le metamorfosi di Leonor Fini

Una grande mostra a Palazzo Reale celebra Leonor Fini, artista incantevole e sfuggente che trasformò il mascheramento in espressione d’arte. Esposto anche un costume del Credulo di Cimarosa andato in scena alla Scala

Leonor Fini fotografata da Fabrizio Clerici, 1952
© Archivio Eros Renzetti

METAMORFOSI

 

Dalla grande riscoperta in corso di Leonor Fini (Buenos Aires, 1907 ˗ Parigi, 1996), un processo meticoloso ed entusiasta che trova senza dubbio le proprie motivazioni nella messa in discussione che l’artista fece dei ruoli di genere e dei modelli sociali consolidati, mancava in effetti uno sguardo espositivo della sua influenza sul teatro. Di questo aspetto si occupa nell’ultima stanza ˗ considerando il ruolo che il mascheramento e la trasformazione ebbero nel percorso anche umano dell’artista avremmo suggerito una posizione centrale ˗ la grande mostra “Leonor Fini”, aperta a Palazzo Reale dal 26 febbraio al 22 giugno. Oltre a un’importante selezione di opere pittoriche, alcune inedite in Italia, i due curatori, Tere Arcq e Carlos Martín, hanno selezionato dal Teatro alla Scala e dall’Opéra di Parigi due costumi e numerosi bozzetti, testimoni di un’attività ovviamente mercenaria e forse necessitosa, come ipotizza quest’ultimo, ma a nostro giudizio fin troppo frequente, oltre che estesa al cinema e in particolare ai film di Federico Fellini, per non rappresentare anche una passione reale e comunque un fondamentale campo di indagine del gusto dell’artista per il travestimento. Queste inclinazioni, rintracciabili a Trieste fin dalla più tenera età di Leonor (la madre, Malvina Braun Dubich, in fuga da un marito dispotico, le fece indossare abiti da maschio per sventare i numerosi tentativi di rapimento; lei stessa sviluppò il proprio “io teatrale” fin dall’adolescenza, avviando una sperimentazione performativa governata dal travestimento sia nelle uscite quotidiane sia con balli in costume e foto d’autore; indimenticabile la sua apparizione nel 1951 al “ballo del secolo” di Carlos de Beistegui a Venezia, vestita da Angelo nero con ali applicate all’abito), approdano infatti a una intensa e costante attività di costumista. Documenti e immagini di recente scoperta grazie a una tesi di dottorato svolta presso l’Università di Viterbo e l’Université Paris Ouest Nanterre, certificano la sua prima collaborazione teatrale a Roma, non ancora “città aperta”, nel 1944, per il debutto del dramma All’uscita di Luigi Pirandello, e nella donazione di Elsa de Giorgi i bozzetti fino a quel momento inediti della Carmen di Prosper Mérimée, nell’allestimento della compagnia Magnani-Ninchi al Teatro Quirino. Forse ancor più della pittura e delle illustrazioni per la moda, relativamente scarse nonostante la collaborazione con Cristóbal Balenciaga e la nota amicizia con Elsa Schiaparelli che le prestava gli abiti e per la quale disegnò la boccetta del profumo “Shocking”, la produzione teatrale di Fini è infatti preziosissima per definire l’attività di questa artista incantevole e sfuggente, alimentata anche da un’aura personale e mediatica volutamente misteriosa: “Furia Italiana”, “Angelo Nero”, “Sacerdotessa Nera”, la definiva la stampa, italiana soprattutto, enfatizzando come spesso capita più il personaggio e le sue frequenti presenze mondane rispetto al suo lavoro d’artista. Eppure, e sebbene lei stessa determinasse in totale autonomia i modi del suo essere donna e artista fin da quando, giovanissima, ritraeva vittime di morte violenta in un obitorio con la complicità di un guardiano (“i bambini devono vedere belle cose”, le diceva) e organizzava feste di compleanno intime in un monastero sconsacrato a picco sul mare, a Cap Corse, poche definizioni spiegano meglio il tratto anche luminoso del suo lavoro dei versi che le dedicò Elsa Morante nel testo poetico del 1952 “Nella Torre di San Lorenzo”, intitolato al rifugio della pittrice ad Anzio: “Poi viene Leonor. Le finestre diventano luce, le ragnatele tende preziose di nuvole e stelle, i rami secchi doppieri accesi, e la sera una grande serata, perché Leonor (come le ho detto mille volte e come non mi stancherò mai di dirle) unisce in sé due grazie: l’infanzia e la maestà”. Ed è proprio questo, il tratto infantile, lo sguardo al tempo stesso innocente e malizioso, che caratterizza i costumi del Credulo di Domenico Cimarosa, ultima rappresentazione dell’eclettico trittico della “Prima” scaligera del 26 dicembre 1951 con la regia di Giorgio Strehler. Come racconta anche il prezioso libriccino Leonor Fini alla Scala, scritto dalla storica del costume Vittoria Crespi Morbio nel 2005 nonché uno dei pochissimi testi esistenti sull’opera teatrale dell’artista, il programma apriva con La serva padrona di Giovanni Paisiello e proseguiva con L’osteria portoghese di Luigi Cherubini, in un confronto piuttosto sostenuto anche per Fini con Mario Pompei ed Ebe Colciaghi sotto la direzione di Nicola Benois. Il sostanzioso prestito scaligero alla Mostra include, oltre alle scenografie e a tutte le prime parti del Credulo, da Astrolabio a Tiburno e don Cartapazio e naturalmente Norina, tratteggiato con mano leggera e brillante su sfondo nero e di cui è in mostra anche il prezioso costume, i figurini del celeberrimo Ratto dal serraglio della stessa stagione, diretto da Jonel Perlea con Maria Callas nel ruolo di Costanza, e le adorabili illustrazioni di Les demoiselles de la nuit, con musiche di Jean Françaix e coreografia di Roland Petit, presentato al Paris Marigny il 21 maggio del 1948, prima ballerina Margot Fonteyn (che, detestando Fini, rifiutò caparbiamente di indossare la maschera disegnata per lei fino a quando venne modificata sostanzialmente in un delicato nasino e un paio di baffi), e quindi il 14 dicembre del 1963 al Teatro alla Scala, nell’interpretazione di Carla Fracci e di una profusione di personaggi-gatto che avevano fatto la gioia dell’artista, amante dei felini al punto che gli esperti, per valutare l’autenticità delle sue opere, ne scrutano le tele alla ricerca degli inevitabili peli rimasti intrappolati nelle campiture. Il costume del Credulo in mostra, una revisione della robe à l’anglaise nei colori Ancien Régime amati tanto all’epoca della composizione dell’opera quanto nei Cinquanta del Novecento (il verde pistacchio, il rosa cipria, il blu cielo), con una doppia fila di roselline in guisa di sourcils de hanneton nel punto di attacco del corpetto, venne indossato da Franca Duval, interprete di Norina, ed è testimone della capacità dell’artista di dare corpo alla dimensione effimera delle sue idee, dei suoi ricordi e delle sensazioni mnemoniche: i gatti, le sfingi, le femmine alate, le donne-fiore, gli angeli e le streghe, le dame medievali e le amazzoni, i maschi indifesi e le guardiane, rappresentano infatti espressioni della presa di coscienza pittorica del suo immaginario almeno quanto della sua esperienza teatrale, testimoniata nella mostra anche dal costume di tessuto laminato e plissettato di Régine Crespin, interprete di Elisabeth per il Tannhäuser nella regia di Jean-Louis Barrault, andato in scena all’Opéra di Parigi nel 1963, in occasione del centocinquantesimo anniversario della nascita di Richard Wagner (Fini confessò più volte la sua fascinazione per i tessuti e le “convoluzioni” delle lenzuola e dei vestiti, osservate nella “penombra della sua camera”, e come molti altri artisti, da Klimt a Matisse, era un’accanita collezionista di stoffe). Due anni prima, nell’aprile del 1961, Leonor Fini aveva vestito le due star del momento, Romy Schneider e Alain Delon, in Peccato che sia una sgualdrina, quella sorta di Arialda del XVII secolo che Luchino Visconti aveva messo in scena al Théâtre de Paris, enfatizzando il lato malinconico dell’attrice. Nel 1971, avrebbe abbandonato la pratica del costume per dedicarsi solo alla pittura, circondata da una fama sulfurea che veniva alimentata dalle illustrazioni delle opere di Rimbaud, Baudelaire, Lautréamont e Sade. Poco prima, aveva ceduto ancora una volta a Fellini, noto cultore di attributi femminili come di donne-felino, per una piccola parte nel Satyricon. Se ne trovano tuttora le immagini online: ha il volto attento, le occhiaie scavate enfatizzate dal trucco, i ricci scomposti. Il regista le tiene una maschera davanti al volto. L’Italia democristiana non la amò mai.

Fabiana Giacomotti
Specialista di Letteratura francese, ha diretto testate periodiche e quotidiane, pubblicato saggi in Italia e all’estero, fondato un Master all’Università La Sapienza, dove ha insegnato per due decenni. Scrive per Il Foglio, dove cura l’inserto Il Foglio della Moda e conduce una rubrica per Rai Italia. Ha curato mostre di costume e moda per i maggiori musei italiani