La voce di Wotan

Dal primo Wagner alle grandi parti del Ring, Michael Volle ripercorre il suo cammino wagneriano tra voce, personaggio e consapevolezza scenica
007 096A2751.ph Brescia e Amisano ©Teatro alla Scala

Scopri lo spettacolo

Iniziato con il nuovo secolo, il percorso nelle opere wagneriane di Michael Volle ha rivelato al pubblico dei teatri di tutto il mondo un interprete sensibile e straordinariamente attento ai valori umani e alle pieghe nascoste dei personaggi che interpreta, da Amfortas fino a Wotan.

AP Il suo itinerario musicale però ha preso l’avvio da quanto più lontano ci potesse essere dalla musica di Wagner. È stata una costruzione meditata?

MV Ricordo ancora la mia sorpresa quando quasi trent’anni anni fa, durante un festival dedicato a Bach, una signora molto gentile, credo fosse un’agente, mi domandò quando avrei cantato il mio primo Wotan. All’epoca non cantavo neppure le opere di Mozart. Tuttavia è vero che ho iniziato a cantare Wagner già nel 1993 e sono partito dall’araldo nel Lohengrin, una parte perfetta e breve, per un primo assaggio delle speciali caratteristiche della vocalità wagneriana. Dopo è arrivato piuttosto naturalmente Wolfram nel Tannhäuser e poi per molti anni la mia carriera ha seguito strade diverse. Solo molto tempo dopo ho cantato Amfortas nel Parsifal, un passo già più significativo all’interno della drammaturgia musicale wagneriana, che per fortuna ho aspettato a lungo a muovere. La vera svolta è arrivata con Beckmesser all’Opera di Zurigo nel 2004, una parte davvero impegnativa: ancora non pensavo nemmeno a cantare Hans Sachs, che è arrivato solo nel 2012. Da allora mi sono addentrato nelle grandi parti wagneriane, prima cominciando con Wotan nel Rheingold e nella Walküre, in versioni da concerto, poi finalmente con il primo ciclo completo nel 2019 al Metropolitan di New York. Credo che la scansione dei tempi sia stata perfetta per me e spero di poter continuare a cantare a lungo sia Sachs che Wotan, le due parti che sento più vicine.

AP Non abbiamo dimenticato l’Olandese volante? Non è una delle migliori preparazioni possibili per Wotan?

MV È vero! È un ruolo che ho cantato così tanto e così spesso da diventare una parte di me, l’ho dato addirittura per scontato. Un personaggio meraviglioso ed essenziale per il mio sviluppo. Sono i tratti umani più fragili che ci fanno amare l’Olandese volante, nel duetto con Senta rivela il suo bisogno disperato di trovare una donna che scelga di mettere fine all’incantesimo, al suo tormento. Ma l’Olandese non può obbligarla, può solo pregare e sperare che la loro relazione porti Senta a compiere liberamente questa scelta terribile. Qualcosa di simile si ritrova nel grande duetto fra Wotan e Fricka nel secondo atto di Walküre, ancora una volta una relazione intensa in cui la figura del dio ci appare come un’anima mesta, un personaggio sconfitto, prigioniero delle leggi che lui stesso ha stabilito. All’inizio mi attiravano la sua gloria, la potenza tenebrosa, specie pensando al Wanderer del Siegfried, ma presto mi sono reso conto che Wotan è una figura tragica, che osserva sgretolarsi il suo potere, le sue relazioni, tutto. Per questo è così interessante.

AP Deve essersi fatto una sua idea del personaggio: riesce sempre a combinarla con le idee del regista?

MV Sono sempre aperto alle nuove prospettive di ogni regista, ma è anche vero che dopo aver interpretato più volte una parte del genere alcune idee si cristallizzano e credo sia un bene, perché non è sempre detto che il regista a sua volta abbia le idee del tutto chiare. Non è il caso di Sir David McVicar, con cui lavoro molto bene: le scenografie e i costumi di questo spettacolo sono piuttosto tradizionali, ma l’azione è ben concentrata sulla recitazione dei personaggi. L’importante è avere chiara la storia che si vuole raccontare al pubblico, non c’è troppa differenza tra essere un buffo uccellatore e il dio di un’antica mitologia germanica. Un effetto da realizzare perfino nelle versioni da concerto, come quella che canterò all’Accademia di Santa Cecilia nei prossimi anni, in cui avremo solo qualche elemento visivo ma il resto sarà affidato alla pura recitazione.

AP Come si costruisce un arco interpretativo coerente nelle grandi scene che Wagner offre al basso baritono nelle sue opere?

MV È una difficoltà che emerge anche in Parsifal, perché Amfortas non vive un grande sviluppo di accadimenti, ma si inoltra piuttosto nei meandri di un intreccio filosofico che, nonostante conosca bene la parte, ancora oggi tende a confondermi. Nella Walküre la questione è più definita: all’entusiasmo dell’incontro con Brünnhilde segue il confronto con Fricka, il deflagrare dei reali problemi tra i due e l’inizio della catastrofe per gli dèi. Un lungo confronto in cui Wotan deve ammettere di aver tentato di violare le leggi che egli stesso ha creato. Le prime volte dovevo concentrarmi molto per tenere insieme tutti i fili della vicenda, adesso per me è quasi una seconda pelle, non devo pensare e soprattutto ho trovato un mio passo. Specie nella sezione iniziale è complesso, perché tutto è basato sul fraseggio, mentre non c’è quasi nulla in orchestra; via via il clima si arroventa e bisogna essere molto precisi nella pronuncia, nello scandire le parole. Anche con un pubblico internazionale che non afferra immediatamente il senso di ogni singola parola, la forza complessiva del discorso diventa più chiara. Adesso, dopo tante recite come Wotan, inizio a trarre veramente piacere da questo processo, anche se è faticoso.

AP Lei ha militato in vari teatri di grande tradizione wagneriana: Mannheim, Düsseldorf, Colonia, Zurigo. Ci sono stati degli incontri wagneriani significativi o rivelatori?

MV Ho iniziato la mia carriera a Mannheim, un teatro tradizionale perfetto per un cantante giovane, dove sono rimasto quattro anni. L’Associazione wagneriana locale offriva delle borse di studio che comprendevano i biglietti per il Festival di Bayreuth. Nel 1991 potei assistere al famoso Ring con la regia di Harry Kupfer e Daniel Barenboim sul podio. Nel Siegfried ero in prima fila e ancora oggi conservo un ricordo sconcertante di John Tomlinson, un torrente di voce mai sentito e una presenza scenica d’incredibile impatto. All’epoca non avrei mai pensato di poter avvicinare Wotan né che lo avrei cantato a Bayreuth, come è previsto nel prossimo anno. Ho ascoltato alcuni dischi storici, da James Morris alle grandi voci tedesche di Hans Hotter e Theo Adam, ma come anche per altre parti ho sempre preferito non esagerare, per essere libero da influenze al momento dello studio. Ho i miei punti di riferimento, Fritz Wunderlich e Bryn Terfel, almeno come ispirazione, perché poi ogni cantante deve trovare la propria strada in un percorso che virtualmente non termina mai, specie nel Ring. Anche se per me Hans Sachs rimane la parte in assoluto più impegnativa e di maggior soddisfazione.

AP Wotan è una grande parte anfibia, suddivisa in giornate diverse, che può essere cantata sia da alcuni bassi che dai baritoni. Anche in questo caso bisogna trovare la propria strada?

MV Senza dubbio, e vale anche per Hans Sachs. Per me aver cantato Beckmesser è stata un’ottima scuola, ho ascoltato tanti bassi dover negoziare con la tessitura dell’ultimo atto. Una situazione simile al Wanderer del Siegfried, che è piuttosto acuto, specie nel terzo atto. Con l’esperienza di oggi posso confermare che Wotan non può essere affidato a un principiante, qualunque sia il suo peso vocale. Forse solo il Wotan del Rheingold, le cui frasi sono molto frammentate salvo l’arioso finale. Ma serve comunque una grande concentrazione per stare in scena per oltre due ore, serve esperienza. Le tre parti peraltro sono completamente diverse, tanto è vero che ci sono colleghi che cantano senza problemi il Wotan della Walküre ma non quello del Siegfried, specialmente i bassi dalla voce scura. Quando si canta il ciclo intero l’impegno si fa molto oneroso anche sul piano vocale. Ci sono quattro giorni per cantare le tre opere e bisogna davvero riposare nel giorno libero per essere in forma nel Siegfried. Non so bene come ci sia riuscito le prime volte, ma adesso aspetto con gioia i cicli di Milano del 2026, perché si tratta di un’esperienza impareggiabile per un cantante.

AP La voce è sollecitata in tutte le sfumature, dalle frasi legate alle esplosioni di ira e perfino un momento, nel secondo atto di Walküre, in cui Wotan stronca Hunding con la sua voce, con quel doppio “Geh’!- Geh’!”. Un’altra dimostrazione del potere della voce wagneriana?

MV In quel secondo atto Wagner chiede al cantante di mostrare aspetti molto diversi della personalità di Wotan. Prima il dio sconfitto, amareggiato dal colloquio con Fricka. Ma finché la spada di Siegmund non è infranta e non lo vede trafitto da Hunding, Wotan non sembra aver realizzato la realtà dei fatti. Solo allora, dopo il dolore, monta la furia, che non si esprime con violenza ma con l’intensità diversa nel colore di quelle due parole. Impressionante. Puro teatro.

AP Non sono tanti i cantanti che hanno un fratello baritono e un altro fratello attore. Che cosa vi raccontate quando vi ritrovate? Parlate di musica, delle vostre attività, dei personaggi, vi scambiate consigli?

MV Viviamo tutti un po’ lontani, ma andiamo d’accordo. Per mio fratello Dietrich, che ha cinque anni più di me, è stato più complicato, visto che condividiamo lo stesso repertorio. Anche con la bella carriera che ha avuto non deve essere stato semplice vedere il fratello più giovane seguire lo stesso percorso con molto successo. Con mio fratello Hartmut è diverso. Mi ricordo una volta di averlo invitato ad ascoltare una delle mie prime recite come Papageno, una parte dal successo sicuro perché è un personaggio che tutti adorano. Dopo la generale parlammo al telefono e gli chiesi la sua opinione come attore, non come fratello, e ricordo la risposta: censurò duramente tutti gli scherzi e i gesti buffi un po’ a buon mercato che servivano a raccogliere l’applauso e mi consigliò di concentrarmi su una recitazione meno esteriore e più convincente. Ci rimasi male sulle prime, ma fu utilissimo per il mio percorso di cantante-attore e in effetti sono felice di come negli ultimi quarant’anni i cantanti siano stati costretti a essere degli attori più efficaci dal nuovo modo di portare sulla scena il teatro musicale. Per questo il dominio del linguaggio dell’opera che si canta è essenziale.

AP Non varrebbe la pena allora riprendere a cantare Wagner a seconda dei teatri in italiano, in francese o in inglese, come voleva il compositore?

MV È una questione che riemerge di tanto in tanto e si lega soprattutto alla relazione e al confronto fra stile tedesco e stile italiano, diciamo banalmente al confronto tra Wagner e Verdi. Il mio punto di vista è che si possono combinare i caratteri stilistici. Del resto la tecnica di base resta la stessa, legata al belcanto, non importa in quale lingua si stia cantando e con quali tratti stilistici. Nell’Addio di Wotan troviamo una linea melodica di una bellezza, un arco così semplice e commovente che ricorda Schubert o Bellini. So bene che c’è stata a lungo una scuola che investiva soprattutto su un declamato che sacrificava la linea di canto alla pronuncia delle parole, ma oggi non la trovo appropriata.

Andrea Penna