La via sinfonica
Due programmi molto diversi segnano il ritorno di Michele Mariotti alla guida della Filarmonica della Scala, occasione per riflettere sul rapporto tra repertorio operistico e sinfonico dopo la nomina all’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai

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Gesto elegante ed essenziale, Michele Mariotti sarà tra aprile e maggio per ben due volte alla guida della Filarmonica della Scala: rispettivamente il 13 aprile per la Stagione Filarmonica con un programma piuttosto articolato che prevede Claude Debussy, Petite suite, trascrizione per orchestra di Henri Büsser; Igor Stravinskij, Jeu de cartes; Wolfgang Amadeus Mozart, Sinfonia n. 40 in sol. min. K 550. E i successivi il 4, 5 e 7 maggio, per la Stagione Sinfonica della Scala, interprete della Sinfonia n. 3 in la min. op. 56, “Scozzese”, di Felix Mendelssohn Bartholdy e della Sinfonia n. 8 in sol magg. op. 88 di Antonin Dvořák. Dopo la proroga fino al 2030 nel collaudato ruolo di Direttore musicale del Teatro dell’Opera di Roma, Mariotti è stato recentemente nominato Direttore principale dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai. Primo italiano ˗ dopo bacchette come Eliahu Inbal, Rafael Frühbeck de Burgos, Juraj Valčuha, James Conlon e Andrès Orozco-Estrada ˗ a ricoprire questo incarico dal prossimo ottobre con durata triennale. Della sua vocazione sinfonica gli abbiamo domandato in vista del suo atteso ritorno al Piermarini.
LS Sarà alla guida della Filarmonica della Scala il 13 aprile con un programma piuttosto articolato.
MM Sì, si tratta di un programma un po’ particolare. Che comprende pagine meno ascoltate, come questa sorta di delicatissimo acquerello di Debussy collegato, per contrasto, al neoclassicismo spigoloso di Stravinskij. Ma anche un tema classico che di più non si può, la celeberrima Sinfonia n. 40 di Mozart. Insomma, un viaggio dal classicismo al neoclassicismo passando per questo dipinto francese, uno schizzo dalle tinte tenui. Così ho costruito il programma del concerto. Sono tutti brani che conosco bene e amo, soprattutto Jeu de cartes, veramente un piacere da dirigere, studiare, analizzare e suonare. Un po’ una risposta a lieto fine all’Histoire du soldat, in cui è il male a trionfare. In questa ideale partita a carte, il male, il diavolo ˗ rappresentato dal jolly ˗ viene sconfitto dalle altre carte. Ogni carta, descritta e resa in maniera diversa, è un personaggio. Si tratta di musica meravigliosa, che conduce quasi ai confini del cabaret.
LS Mentre tutt’altro carattere avrà il programma proposto per il 4, 5 e 7 maggio.
MM Sì, che fa un po’ da contrappeso all’altro, più “d’élite”. Unisce due grandi pagine veramente romantiche, le mie preferite dei rispettivi autori. Perché entrambe presentano una componente malinconica, nostalgica e in qualche modo naturalistica. Seppure l’Ottava di Dvořák sfoci poi in un clima molto più festoso. La Terza di Mendelssohn invece ha un colore nordico, malinconico, un po’ come il Macbeth di Verdi. C’è tanto Nord Europa, tanto “muschio”, l’asprezza dello scoglio. Sono pagine descrittive che evocano un certo stato d’animo.
LS È recente la notizia della sua nomina a Direttore principale dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai. Un passo importante, forse, per scardinare un pregiudizio, quello di una maggiore difficoltà di carriera incentrata sul repertorio sinfonico invece che operistico per i direttori d’orchestra italiani?
MM In realtà non so se esista un pregiudizio. Rivolgendo lo sguardo al passato potrebbe essere come non essere. Tantissimi nostri grandi direttori, penso a Chailly, Gatti ma anche Muti e Abbado, hanno unito alla carriera operistica una carriera sinfonica altrettanto importante. Ed era l’obiettivo che mi ero prefissato da una decina d’anni: costruire, parallelamente a quella operistica, una credibilità sinfonica. Penso sia indispensabile portarle avanti entrambe, anche perché una aiuta l’altra. Quindi credo che la Rai rappresenti per me un importante punto di partenza, lo desideravo da tanto ed è un onore. Inoltre, si tratta di un’orchestra che conosco dal 2011, grazie alla quale sono cresciuto tanto. Un gruppo che negli anni è cambiato moltissimo... Ma ricordo che ogni concerto con loro ha davvero rappresentato un’occasione di crescita e arricchimento.
LS Quali differenze comporta per un direttore d’orchestra lo sviluppo di una carriera improntata al repertorio operistico o a quello sinfonico?
MM Nell’opera abbiamo una sorta di traccia che è la drammaturgia, abbiamo delle voci, una regia. Nel repertorio sinfonico è tutto più concentrato su di noi. Ovviamente un’ideale drammaturgia, un percorso, ce lo dobbiamo creare, sempre partendo dalla musica scritta dal compositore. Ma l’opera ha decisamente più variabili che possono andare storte, perché abbiamo il coro, i costumi, i cantanti che possono non essere sempre al 100%. Insomma gli imprevisti sono frequenti. Ovviamente non sto affermando che nel repertorio sinfonico si vada “in automatico”, ma dopo delle prove soddisfacenti il concerto è in qualche misura avviato.
LS Restiamo sul suo lato “sinfonico”, nato però da una maggiore frequentazione del repertorio operistico, come spesso avviene per molti direttori italiani. Com’è stato arricchito il suo repertorio sinfonico dall’approccio operistico?
MM Soprattutto nella cura dei colori, nella cura dei dettagli, nella cura del suono orchestrale. E nella capacità di ascoltare e ascoltarsi in maniera diversa.
LS E come cambia l’approccio con l’Orchestra della Scala, che lei ben conosce, se parliamo di repertorio sinfonico o operistico?
MM In realtà l’approccio non deve cambiare. Hanno peculiarità diverse ma, in generale, riservo la medesima attenzione alla lettura di un’opera così come alla lettura di un concerto.
LS Una visione della direzione fatta di molta sostanza e poca apparenza, la sua. Di musica, essenzialità del gesto e studio più che di visibilità, social e affini. Ma, come ritiene stia evolvendo la figura del direttore d’orchestra?
MM Credo che il fatto che ci siano tanti giovani sia una cosa positiva, perché dare loro fiducia significa proiettarsi verso il futuro. E in questo senso la mia storia è esemplare. Ricordo quando arrivai a Bologna, praticamente sconosciuto, a 28 anni, e divenni prima Direttore principale e poi Direttore musicale. Ecco, trovare un teatro e un’orchestra che scommettono su di te è un segnale fantastico. D’altro canto, a volte si fa tutto troppo presto, rischiando di sacrificare l’approfondimento, che è necessario perché la musica è proprio tutto quello che c’è oltre le semplici note scritte. Quel significato più profondo e umano che si può rendere avendo conosciuto il dolore, ma anche la solitudine e la perdita. Insomma, ci vuole tanta vita per diventare un bravo musicista.
LS Ci racconti come funziona la prima prova da direttore ospite: ci sono solo pochi minuti per scrutarsi e prendere reciprocamente le misure, pochi minuti in cui si può creare o non creare un’intesa con l’orchestra...
MM La figura del direttore d’orchestra è sicuramente complessa da decifrare. Perché, cosa fa il direttore d’orchestra? Certamente batte il tempo, ma questa è solo la “punta dell’iceberg”. C’è anche molto altro. Si può essere un bravo direttore e non piacere, o meglio, non piacere a tutti. E non si fa questo lavoro per piacere a tutti. Così come non lo si deve fare per essere il migliore, ma occorre cercare sempre di migliorarsi. Perlomeno questo è ciò che mi riguarda. Come ci spieghiamo che un direttore funziona benissimo con un’orchestra e meno con un’altra? Perché, proprio come nei rapporti interpersonali, esistono componenti umane che influiscono. L’orchestra è una sorta di società di esseri umani.
LS Un vero e proprio microcosmo…
MM Certamente, anche in orchestra esistono personalità forti e il direttore, essendo un po’ psicologo, deve capire come affrontarle e divenire parte di quella società. Questo è qualcosa che non si studia ma si comprende con l’esperienza. Un’orchestra, per esempio, può apprezzare che il direttore parli, spieghi; un’altra non gradisce lezioni, vuole solo che diriga. Che sia chiaro col braccio e col corpo. Ogni orchestra è diversa e occorre tempo per capire. Personalmente cerco di parlare il meno possibile, spero di dire le cose quando servono e nel modo giusto, ma cerco soprattutto di ottenere attraverso il gesto quel che voglio.
Luisa Sclocchis