La stroncatura ricorrente
Adelphi pubblica in italiano Invettive musicali, un catalogo di feroci stroncature a compositori oggi venerati, molti dei quali sono tra i protagonisti della prossima Stagione scaligera. Presentazione nel Ridotto dei Palchi il 24 settembre.

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101 anni sono tanti; eppure leggendo la biografia di Nicolas Slonimsky ci si meraviglia che abbiano potuto contenere tanti avvenimenti, tanti luoghi, tante persone. Nicolas Leonidovič Slonimsky nasce nel 1894 a San Pietroburgo, regnante lo Zar Alessandro III, e muore nel 1995 a Los Angeles, 15 anni dopo aver condiviso il palcoscenico con Frank Zappa. Nel mezzo c’è una vita di avventure cominciata dando lezioni di pianoforte ai nipoti dello Zar e, durante la Rivoluzione, fuggendo a Parigi. Lì, mentre campa suonando nei caffè, Slonimsky conosce il direttore d’orchestra Sergei (“Serge”) Koussevitzky. Quando entrambi varcano l’oceano, Koussevitzky assume la guida della Boston Symphony e ne fa il tempio americano delle avanguardie, scegliendosi Slonimsky come assistente musicale. Slonimsky fonda la sua orchestra da camera e si crea la sua fama personale, tanto che Charles Ives gli affida la prima assoluta di Three Places in New England; in una successiva tournée a Parigi conosce Edgar Varèse, che gli dedica Ionisation. Negli anni successivi abbandona progressivamente la direzione d’orchestra per dedicarsi all’attività accademica e alla scrittura: degli anni ‛40 è il Thesaurus of Scales and Melodic Patterns, un testo apprezzato in particolare dai grandi del jazz, da John Coltrane a Charles Mingus e Dave Brubeck. Negli ultimi anni Slonimsky si trasforma in una star delle università americane, dove tiene lezioni affollatissime e divertentissime, fa amicizia con Frank Zappa, che lo fa partecipare a un suo concerto a Santa Monica, e continua la sua battaglia culturale per la musica nuova. Di questa battaglia fa parte anche Invettive musicali, un’antologia di stroncature uscita per la prima volta nel 1953 e ora pubblicata in italiano da Adelphi con la prefazione di Carlo Boccadoro, che la presenterà nel Ridotto dei Palchi insieme ad Angelo Foletto il 24 settembre. Invettive musicali è un libro a tesi e la tesi è affascinante: i compositori che scrivono musica nuova sono accolti da buona parte della critica con un “rifiuto dell’Insolito” che utilizza argomentazioni ricorrenti ‐ sostanzialmente sempre le stesse nel corso del tempo. Gli innovatori vengono poi accolti nel Canone, e secondo Slonimsky anche per questo i tempi sono standard: circa vent’anni per l’accettazione, circa quaranta per la gloria. Certo le categorie di ricezione della musica sono cambiate, fondamentalmente ma non solo con l’avvento della musica registrata, per cui è difficile sostenere che il processo di assimilazione dell’eccentrico Beethoven sia analogo a quello dell’eccentrico ‐ poniamo ‐ Morton Feldman. Il catalogo di sfoghi e invettive compilato da Slonimsky non è per questo meno pittoresco, né la sua classificazione di insulti ricorrenti meno azzeccata, tanto più che tra i bersagli ci sono numerosi compositori ben rappresentati nella prossima Stagione scaligera, da Verdi a Debussy e Šostakovič. Il primo argomento dei censori naturalmente è l’incomprensibilità: la nuova musica viene paragonata a lingue sconosciute (“Il Concerto per violino di Schönberg è una conferenza in cinese sulla quarta dimensione”), a versi di animali (soprattutto gatti, ma il Daily Telegraph non mancava di paragonare i Cinque Pezzi di Schönberg all’”ora del pasto in uno zoo”) o puro caos (“tanto valeva che Prokof’ev avesse caricato uno schioppo con varie migliaia di note e poi lo avesse scaricato contro una parete vuota”), mentre si sottolinea l’impossibilità di giudicare l’esecuzione. Un critico inglese scriveva nel 1856 della musica di Schumann: “l’ascoltatore più sensibile non riuscirebbe a individuare le note suonate male, quante che fossero”. È frequente anche l’argomento opposto a quello del caos, ovvero l’accusa di essere gelida scienza matematica. Se la Boston Gazette giudicava la Prima di Brahms “musica matematica sviluppata con fatica da un cervello senza immaginazione”, il Times di Londra rilevava nella musica di Ravel “una freddezza quasi da rettile”. Le due argomentazioni opposte poggiano su un unico rimprovero fondamentale: la mancanza di melodia. Già nel 1833 Rellstab accusava Chopin di “distorsioni ripugnanti della melodia” e pochi decenni più tardi la Gazette Musicale de Paris aveva scritto “Rigoletto è la più debole delle opere di Verdi, manca la melodia”. Nel 1910 a Raphaël Chor non restava che constatare che “la musica di Debussy non contiene nessuna traccia di melodia”. Se le sfumature razziste sono grevi ma sporadiche (il “sangue calmucco” di Čajkovskij), la sessualità è una costante: i nuovi compositori sono impotenti e lascivi, le loro opere pornografiche. Sull’impotenza vale un celebre commento di Nietzsche su Brahms (“ha la melanconia dell’impotenza: non crea per pienezza ma è assetato di pienezza”), quanto alla dissolutezza nel 1856 il Times di Londra bollava La traviata come “rappresentazione pubblica della prostituzione nei bordelli e abominî della Parigi moderna”. Molti degli argomenti puntigliosamente catalogati da Slonimsky si trovano riuniti nella più celebre delle stroncature: quella riservata dalla Pravda alla Lady Macbeth del distretto di Mzensk di Šostakovič nel 1936. “Il canto è rimpiazzato dalle urla… La musica starnazza, grugnisce, ringhia, si autostrangola per rappresentare le scene amatorie nel modo più realistico possibile”. E qui è interessante osservare che le voci del “mondo libero” erano in realtà perfettamente allineate. Il Sun di New York aveva scritto l’anno prima: “Šostakovič è senz’altro il più importante compositore di pornografia musicale della storia della musica… una glorificazione del tipo di cose che sozze matite scrivono sui muri dei gabinetti”. Scandali, insulti, reazioni ideologiche ma anche genuinamente emotive, scritte a volte con notevole immaginazione letteraria e spesso a partire da una preparazione musicale vera, che sicuramente ci parlano del conflitto tra vecchio e nuovo, ma forse anche del contrasto tra la visione di un’arte bella e consolatoria e la spinta a un’espressività scomoda e perturbante, che magari “si lamenta del suo destino e racconta i suoi mali” (Cezar’ Kjui su Čajkovskij). Un contrasto che attraversa le epoche e che rende ancora oggi interessante portare un’opera come Una lady Macbeth del distretto di Mcensk sotto le luci festose del 7 dicembre.
Paolo Besana