La strega e la principessa
Nureyev restituisce profondità al personaggio di Carabosse, “cattiva” raffinata respinta dal mondo di corte, e propone un’Aurora che attraversa un cammino di crescita fino alla sua affermazione

Da Giambattista Basile a Charles Perrault, ai fratelli Grimm, con sfumature diverse se non opposte, spicca nella Bella addormentata il contrasto tra protagonista e antagonista, con Aurora incantevole principessa protetta dalla Fata dei Lillà e Carabosse strega malvagia.
Nel tempo e nel corso delle versioni, entrambe si sono assai trasformate seguendo i tempi e spesso anche le mode. Nel 1921, quando Sergej Djagilev coi suoi Ballets Russes porta a Londra The Sleeping Beauty, i costumi sono di Léon Bakst, sgargianti ed eccentrici, e conquistano l’Occidente. In Unione Sovietica intanto allestimenti e costumi non si distinguono per originalità, ma le Aurore eccellono: Majja Pliséckaja, Ekaterina Maksimova, Irina Kolpakova. In Occidente a metà del secolo scorso, immagine della nostra Aurora diventa la compassata inglese Margot Fonteyn, mentre i nostri migliori coreografi danno alle scene le loro nuove produzioni. Fino all’imporsi della Bella addormentata di Rudolf Nureyev, al suo debutto proprio alla Scala nel 1966.
Antonella Albano ˗ prima ballerina della Scala dalla personalità singolare, che debutta nel ruolo di Carabosse questa Stagione ˗ mentre si prepara con Sabrina Mallem, maître dell’Opéra di Parigi, ci spiega il carattere unico del personaggio come l’ha pensato Nureyev: “È una fata che in questa versione nasce come tale e non come strega, ma che viene esclusa, non più invitata a corte: da quel momento si porta dentro un rancore che la corrode. La sua cattiveria nasce da lì, da quel senso di umiliazione e di ferita nell’orgoglio. Carabosse non è solo la ‘cattiva’ della storia: nel linguaggio di Nureyev non è il male assoluto, ma una Fata dell’Ombra, un’intelligenza raffinata, offesa, esclusa dal gioco di potere e delle apparenze. La sua energia è costante, silenziosa ma potente, e voglio che arrivi al pubblico proprio così: come una presenza che si impone senza bisogno di gridare”, ha come proposito la ballerina.
La prossemica definisce il rapporto tra le due protagoniste: su Aurora che riposa nella culla, Carabosse si protende come un avvoltoio; su di lei sedicenne si avventa con il fuso, per sparire alla fine in una nuvola di fumo. D’altra parte per vestire i panni di Carabosse, maschili o femminili che siano, servirebbe un fuoriclasse come l’italiano Enrico Cecchetti, primo interprete scelto da Petipa. In realtà la Carabosse di Nureyev è diversa da tutte le altre, argomenta Antonella Albano: “La sua rabbia non si riversa su Aurora, ma verso il mondo e il perbenismo della società che tempo fa l’ha messa da parte. Aurora rappresenta soltanto il tramite per far ribadire la sua presenza e riaffermare la sua importanza. In scena vorrei che emergesse che Carabosse non agisce per odio, ma per bisogno di riconoscimento, per ricordare che esiste, anche se in modo terribile”. Carabosse in molte produzioni è rimasta come l’aveva ideata Petipa: una strega arcigna da classica fiaba, en travesti, su una portantina trainata da topi. In crinolina nera e acconciatura arruffata, con il make-up dei decenni successivi avrebbe fatto da modello per tante regine perfide di Walt Disney. Ogni tanto Carabosse sceglie abiti femminili (si ricorda anche un’edizione con Carla Fracci).
Nureyev affida alla fedele costumista Franca Squarciapino la creazione di un abito sontuoso. “È proprio attraverso il costume che si percepisce che faceva parte di quel mondo regale dal quale è stata esclusa. L’abito sottolinea la sua appartenenza e, allo stesso tempo, la distanza: è sontuoso, ma porta con sé un’ombra, come se la sua eleganza fosse diventata una corazza”, spiega in efficace metafora la ballerina. “Ogni dettaglio ˗ i tessuti, i colori, la struttura ˗ serve a ricordare che Carabosse non è un elemento esterno alla corte, ma ne è un membro respinto, una presenza che ritorna a rivendicare il proprio posto. È proprio attraverso quel costume che cerca di riconquistare la sua identità perduta, quella nobiltà che le è stata negata, quella voglia di appartenere a un mondo che l’ha dimenticata”.
“Danzare Aurora è un viaggio molto affascinante”, confida l’étoile Nicoletta Manni che il ruolo l’ha già danzato. “In lei c’è un’evoluzione molto importante: nel primo atto emana energia, freschezza, gioia; nel secondo appare come un’immagine eterea, un sogno; nel terzo, finalmente, una donna consapevole e regale. Una crescita appassionante, ma che rende il ruolo anche molto difficile (uno dei più complessi del repertorio). Dovrò essere leggera, dolce e allo stesso tempo molto risoluta. La coreografia unisce complessità ed eleganza e, pur lasciando una certa libertà di movimento, mantiene il suo stile rigoroso e complesso. Il linguaggio è molto espressivo, ma bisogna dare un senso a ogni gesto”, spiega Manni. Aurora non compare per tutto il prologo; entra nel primo atto, scende dalle scale con aggraziati grands jetés e port de bras. Ma il clou del Grand pas è il maestoso “Adagio della rosa”. Era l’italiana Carlotta Brianza, che indossava un tutù “all’italiana”, appunto con un corpetto in velluto rosso e una gonna in tulle rosa, capelli a chignon e scarpette di gesso con punte perfette. Un tutù candido durante la cerimonia nuziale e una gonna settecentesca da parata nel finale. “I costumi di Aurora e dell’intera produzione sono magnifici: capolavori. Tra i miei ˗ confida l’étoile ˗ preferisco quello del terzo atto, per il matrimonio, perché è luminoso ma allo stesso tempo molto leggero. D’altra parte Franca Squarciapino ha una sensibilità speciale per la danza: ogni costume di Aurora accompagna un momento della sua crescita”.
Valentina Bonelli