La rinascita del Falstaff padano
Leila Fteita guida la ricostruzione filologica dello storico Falstaff di Giorgio Strehler con le scene di Ezio Frigerio, recuperando tecniche dimenticate perché i cantanti sentano ancora “i piedi nella storia”

“La struttura è in legno e metallo, i mattoni degli edifici in polistirolo intonacato, scolpito a mano, doppiato in tulle italiano e dipinto a mano con venti passaggi di colore” puntualizza Leila Fteita davanti a un cappuccino in una freddissima mattina milanese di dicembre seduta nel Caffè Armani, rifugio degli abitanti del quartiere che ne apprezzano il servizio ma soprattutto il silenzio, zero musichetta con i classici degli anni Ottanta a distrarre e affaticare la conversazione. Spiega, e aggiunge dettagli: il tulle della quarta parete, unico tecnicismo in grado di garantire la “luce vibrata” che Giorgio Strehler reputava indispensabile per infondere la vita nei suoi spettacoli, il pavimento piastrellato in cotto, di uso e storia romana perché guai a lasciare l’assito nudo in palcoscenico, ché “di certo nessuno dalla platea lo vede” e magari anche dai palchi pochi ci fanno caso, “ma il cantante ovviamente lo sente”, e dunque come potrebbe “offrire una recitazione credibile”, senza avere “anche i piedi nella storia?”. Mima il gesto del modellatore e del punteruolo con le mani, scrolla di continuo lo smartphone per mostrare referenze, ispirazioni, documenti storici. A ricreare il celeberrimo allestimento del Falstaff di Giuseppe Verdi nella regia di Strehler che il Teatro ha voluto riprendere in questo gennaio del 2025 con Daniele Gatti sul podio, non poteva essere altri se non lei, per molti anni assistente di Ezio Frigerio che di quella scenografia fu l’autore. Lo sta facendo con un approccio filologico e una generosità che molti riterrebbero inconsueta per una grande artista quale Leila Fteita è diventata negli anni: curriculum e palmarès sono caricati sul sito dello Iulm, dove cura da un decennio il laboratorio di scenografia e location management, ed è piuttosto impressionante. Nel 2022 ha vinto il Premio Abbiati per le scene e i costumi del Giocatore di Prokof’ev, ideato per il Festival della Valle d’Itria, e pochi mesi fa il “Bacco dei Borboni” per scene e costumi, simbolicamente collegati, delle produzioni di Norma di Vincenzo Bellini e di Aladino di Nino Rota per la stessa rassegna. Padre diplomatico libico “scomparso molto presto”, cresciuta nel monferrino dove la madre si era ritrovata con la famiglia dopo i primi anni di viaggi e incontri internazionali, Fteita ha sempre saputo che il teatro sarebbe stata la sua strada. Unica nella famiglia, va detto, e forse per questo estremamente tenace. “Conobbi Frigerio al funerale di Mauro Pagano, che era stato il mio primo maestro. Mi ero diplomata da poco all’Accademia Albertina di Torino”. Se sa “riprendere a memoria” i desiderata, le idiosincrasie, il gusto e lo stile di Strehler e di Frigerio è perché, prima di approdare alla Scala nel 1992 con il balletto La bottega fantastica, li affiancò al Piccolo Teatro in Arlecchino servitore di due padroni di Carlo Goldoni, I giganti della montagna di Luigi Pirandello, L’isola degli schiavi di Pierre de Marivaux, e poi alla Scala in quelle Nozze di Figaro con le quinte “spalmate di impasto di riso tritato”, alle quali si deve la luce “che senti dentro, nello spazio scenico”, che cambiò per sempre la storia della rappresentazione mozartiana e del teatro tutto oltre, naturalmente, alle molte riprese dello stesso Falstaff di Giuseppe Verdi, che aveva inaugurato la Stagione 1980-1981 con la direzione di Lorin Maazel. Quella regia della seconda e ultima commedia verdiana è così famosa da godere di un patronimico indicativo, “il Falstaff padano”: l’ultima ripresa della produzione, che traspone le avventure delle gaie comari dalla corte di Windsor alle cascine della bassa indorate dal sole al tramonto, risale al 2004 con Riccardo Muti sul podio. Gli anni dell’Arcimboldi. “L’attrezzeria c’è tutta, ancora”, puntualizza Fteita, compreso dunque il carretto sul quale Strehler compare in piedi a braccia aperte in una bella fotografia, mentre indica gesto e movimenti a Natale De Carolis, che nell’esecuzione del 7 dicembre 1980 interpretava Ford con tutti quei favolosi appellativi allitterati in -ardo contro il mascalzonissimo Falstaff (“sugliardo, scanfardo, scagnardo, falsardo”). Ci sono gli arredi, inclusi il paravento e la cesta del secondo atto, ma non la scenografia che una ventina di anni fa, quando ancora gli scambi con la Russia erano non solo possibili ma graditi, venne inviata al Teatro Bol’šoj per una serie di rappresentazioni, e lì rimase. Ceduta, come spesso accade nella storia dei teatri, dove la voce “spese di magazzino” diventa insostenibile. Sette edizioni della regia strehleriana erano parse sufficienti. Nel 2013, inoltre, alla Scala arrivò il Falstaff anni Cinquanta diretto da Daniel Harding con la regia di Robert Carsen, dove Falstaff incarnava una classe in via di decadenza rispetto ai nuovi ricchi, impersonati da Cajus e Ford, mentre Fenton era stato opportunamente trasformato in cameriere. Ottima edizione ma, dodici anni dopo, la Padania felix ha vinto ancora una volta, with a reason: non si può infatti non trovarsi d’accordo con Strehler quando suggerisce che, dopotutto, la rivisitazione delle Allegre comari di Windsor shakespeariane, nel percorso umano di Boito e di Verdi nasce fra le cascine o per meglio dire in quella architettura specifica e unica al mondo che sono le corti lombarde, un nucleo di abitazioni agricole raccolte attorno a una corte - oggi la definiremmo una community - e che da lì trae linfa vitale. L’osteria della Giarrettiera, the Garter Inn creata da Frigerio, con quella luce che filtra dall’intreccio delle crocette e l’andirivieni dei personaggi in controluce, somiglia più a un fienile che a un pub (il fieno, anzi, c’è davvero) o all’elegante albergo di Windsor che dalla commedia ha preso il nome, ma non per questo noi spettatori ci sentiamo meno coinvolti. “Possiedo il libro a cui si ispirò Frigerio”, esclama ancora Fteita, scrollando ancora dal suo smartphone una lunga serie di immagini di cascine lombarde da un volume di architettura che, si suppone, sia quello celeberrimo di Franco Presicci e Piero Orlando, anche lui con quelle belle luci calde e soffuse che avevano le immagini dei libri di architettura una quarantina di anni fa. Sullo sfondo di tutta questa allegrezza e del prestigiosissimo elenco degli artigiani che, in tutta Italia, affiancano da mesi “gli inarrivabili” Laboratori dell’Ansaldo in questa ricostruzione, come Arianese a Pero, Mekane a Roma, Silvano Santinelli a Pesaro e FM a Buccinasco, resta aperto, naturalmente, il dibattito attorno alla necessità o meno della ripresa di un allestimento storico e della validità o meno di tali operazioni. Nostalgico e museale o, al contrario, giustamente filologico? È corretto conservare il repertorio dei grandi maestri e riproporlo a cadenze regolari, oppure è opportuno che il loro sguardo venga cristallizzato nelle immagini fotografiche e televisive? “Io sono per la conservazione. La lezione dei maestri deve essere resa disponibile per le nuove generazioni”, dichiara Fteita. “Spetta a noi educare”. Resta da capire come si distinguano i “maestri”, mentre le scenografie e i costumi vanno accumulandosi uno spettacolo dopo l’altro. Fteita si dice certa che il bello, le vere innovazioni, lascino il segno da subito. Alla metà degli anni Ottanta, agli albori del suo percorso nello spettacolo, fece parte del celebre gruppo di avanguardia teatrale torinese Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa fondato da Daniela Del Cin e Maria Luisa Abate. Oggi la Triennale di Milano ne espone i primi cartelloni come opere d’arte.
Fabiana Giacomotti
Specialista di Letteratura francese, ha diretto testate periodiche e quotidiane, pubblicato saggi in Italia e all’estero, fondato un Master all’Università La Sapienza, dove ha insegnato per due decenni. Scrive per il Foglio, dove cura l’inserto “Il Foglio della Moda” e conduce una rubrica per Rai Italia. Ha curato mostre di costume e moda per i maggiori musei italiani