La paura di essere liberi
Per Damiano Michieletto il vero conflitto di Carmen non è la gelosia, ma l’incapacità di Don José di reggere la libertà della protagonista e di emanciparsi dal giogo familiare

Ogni tempo ama Carmen. Perché incarna e soddisfa il desiderio di libertà che fa umano l’essere umano. Perché Carmen è la libertà. Non la libertà liberale ma quella libera: randagia, ostile, indomita, sfacciata, assoluta. Ma, ed è questo lo scabroso scandalo che Bizet rappresenta, ogni tempo è Don José. Perché ogni tempo reprime la libertà. In modi diversi, certo. Di più o di meno, naturalmente. Ma sempre (sempre), la cattura, la maledice, la irregimenta, la uccide. Perché per la libertà, per ottenerla e mantenerla, ci vogliono talento, maturità, forza, indipendenza: sforzi giganteschi, talvolta quasi contronatura, che il più delle volte falliscono perché si scontrano con lo spirito di autoconservazione (amiamo quello che ci mette in pericolo ma vogliamo quello che ci mette al sicuro, è una delle ambivalenze che ci rende quello che siamo: limiti e aneliti incarnati). Ed è su questo punto che Damiano Michieletto ha fatto luce nella sua Carmen, che ha debuttato nel 2024 alla Royal Opera House di Londra e ora arriva alla Scala: l’impreparazione di Don José, la sua incapacità non solo di accettare la libertà di Carmen, ma di agganciarglisi per agirla a sua volta: “Don José è un immaturo. Commette un femminicidio, uccidendo la donna che ama, perché è infantile, un bambino che non si è liberato dei modelli che impongono un codice di condotta: non si è liberato di sua madre, che non solo glieli impone come dovere morale, ma glieli propone come strada di affermazione identitaria”.
La madre di Don José, che nel libretto non c’è in forma di personaggio, ma è continuamente presente (è evocazione, è richiamo) è, nella lettura di Michieletto, la vera antagonista di Carmen. E ha forma e rappresentazione: “Ho fatto sentire la voce della madre di Don José, quando Micaëla gli legge la sua lettera per lui. L’ho fatto perché lei è la personificazione del destino che attende Carmen, dal momento che la vuole morta”. Ed è in effetti una trovata potentissima: attraverso il corpo di Micaëla, sua emissaria, la madre si manifesta leggendo le sue stesse parole, che implorano il figlio di tornare a casa, usa una retorica colpevolizzante che è stata a lungo un cardine educativo, per distoglierlo dalla sua autonomia, e dal cammino per raggiungerla e coronarla, e riportarlo a casa. È un momento che inscena la manipolazione, che è un altro tema che Michieletto affida alla sua Carmen, e che gli serve per spostare lo scontro da Don José e Carmen a Carmen e la madre di Don José. Sono queste due donne a scontrarsi: una, la madre, è l’ordine, il modello unico, la tradizione, l’altra è l’antimodello, l’anarchia, “l’animale randagio”, dice Michieletto. Una figura archetipica, l’altra figura increata. Una l’angelo del focolare, l’altra la nomade.
“Don José, per tutta l’opera, è combattuto tra l’una e l’altra. Non riesce a trovare il modo di includerle entrambe, perché ne è ugualmente dominato: da Carmen, perché lei è il desiderio, dalla madre perché lei è il dovere. Nella lettera che Micaëla legge, la madre dice a Don José: torna a casa, ti perdono. E lui non è in grado di capire che non ha niente di cui farsi perdonare. Non vede mai in sua madre una nemica della sua realizzazione”.
Michieletto toglie così ogni vischioso rimando alla gelosia e chiarisce con la forza della denuncia che il femminicidio di Carmen ha, come ogni femminicidio, una causa culturale che ha, a sua volta, un’origine: l’educazione domestica. Lo fa in un tempo caldissimo per il contrasto alla violenza di genere, così caldo che alla Carmen, anni fa (era il 2018), il regista Leo Muscato diede un finale diverso: lei si salvava dai colpi di lui e lo uccideva.
In parte, è l’esito che la lotta attuale vorrebbe avere: il ribaltamento del paradigma vittimario.
“Non cambierei mai un finale di nessuna storia, perché a nessuna storia credo si possa chiedere di essere educativa: la mitologia greca e Shakespeare ci hanno mostrato lo spavento della realtà. Però è certamente affascinante notare che il 99 per cento delle eroine della lirica o si ammalano o vengono uccise o si ammazzano. Se oggi scrivessimo una storia come quella di Don José o quella della Traviata, il finale sarebbe diverso, non solo perché gli autori della storia non sarebbero tutti maschi, ma anche perché le consapevolezze di donne e uomini sono diverse, le educazioni che tutti riceviamo, pur nelle loro storture e nei loro condizionamenti ancora così legati al patriarcato, sono diversi. Tra le righe del libretto di Bizet ho trovato una donna, la madre di Don José, che mi ha ricordato la protagonista di La casa di Bernarda Alba, l’opera teatrale di García Lorca: una madre che, dopo essere rimasta vedova, obbliga tutte le donne della sua famiglia a osservare un lutto opprimente, mortifero, di fatto sottomettendole al suo dolore e al suo giogo. Noi ci stiamo smarcando dal giogo patriarcale, e abbiamo capito che ne sono vittime tanto gli uomini quanto le donne, e che lo perpetuiamo tutti”.
Di questo è simbolo Micaëla? “Lei viene strumentalizzata e manipolata dalla madre di Don José, e vive per assolvere un atto di fede: deve eseguire ciecamente ciò che le viene ordinato di fare. Non dice mai parole che siano sue: dà sempre voce a quelle di altri. Però è anche interessante come diventi, nella storia, un personaggio estremo: si incammina di notte tra le montagne per cercare di incontrare Don José, finisce in mezzo ai delinquenti, rischia la vita, rischia tutto. Slávka Zámečníková, la cantante che interpreta Micaëla, scherzando, mi ha detto che lei è così intrepida perché è più spaventata da quello che le toccherebbe se tornasse a casa senza aver obbedito agli ordini, e in questo assomiglia, in fondo, a Don José”. Il quale, però, la forza di andare via da casa la trova. “Lascia il suo paese, nel nord della Spagna, perché ha bisogno di un territorio neutro per essere se stesso: andiamo e forse andremo sempre in cerca di un posto in cui non siamo nessuno, per ricominciare la nostra storia. E così lui arriva fino a Siviglia, dove non c’è nessuno dei suoi riferimenti”.
La Spagna, anche se l’ambientazione è nel far west, c’è e si sente. “Perché la Spagna è Carmen. Scenicamente, con lo scenografo Paolo Fantin, abbiamo optato per il realismo, ogni atto ha una sua sintesi che è una piccola stanza dentro una piazza deserta, quindi nel primo atto c’è una stazione di polizia, nel secondo un night club, nel terzo una baracca dove i contrabbandieri nascondono la loro refurtiva, nel quarto il camerino dei toreri che si cambiano prima della corrida: quattro piccoli spazi dentro un grande spazio, una soluzione che si presta anche alle molte scene di coro. Una delle sfide più importanti per me in questa Carmen è anche rendere un personaggio in scena, lavorando sulla sua valenza fisica e non usandolo mai solo come fattore musicale o estetico. Io dico sempre agli attori e ai cantanti del coro di considerarsi un gruppo di individui diversi e autonomi: solo così rendono la teatralità della scena e della loro presenza sulla scena”.
Perché il far west: “Mi serviva dare una cifra epica che portasse la storia fuori dal tempo più che dallo spazio. Anche per questo, sebbene all’inizio fossi tentato, ho evitato di spingere sulla rappresentazione del nomadismo e soprattutto del razzismo che suscita. Nel film U-Carmen di Mark Dornford-May, che nel 2005 ha vinto l’Orso d’oro al Festival di Berlino, Carmen viene ambientata in Sudafrica, durante l’apartheid. Quando l’ho visto, mi sono innamorato del taglio radicale e contemporaneo, e mi ha dato l’ispirazione per togliere il folklore pur lasciando il sapore della Spagna. Volevo una storia sudata, caldissima, e anche goliardica, sfacciata. Come è la musica di Carmen”. E anche il destino di Georges Bizet, che tre mesi dopo averla fatta debuttare, nel 1875, senza successo, morì solo e povero. Secondo qualcuno, una vendetta di Carmen per averla uccisa.
Simonetta Sciandivasci