La luna in transito secondo Maillot
In attesa della serata McGregor/Maillot/Naharin del prossimo mese, Jean-Christophe Maillot presenta il suo Dov’è la luna, intimistico lavoro dai toni chiaroscurali, con cui il coreografo francese scuote ed estende il vocabolario e la tecnica della danza classica

Dov’è la luna è il primo balletto di un trittico attraverso il quale ho voluto rendere omaggio a mio padre, Jean Maillot, un artista pittore che viveva al centro di un vortice di altri artisti. Incarnava uno spreco di energia, una voracità rabelaisiana vissuta in ogni istante. Eppure, un giorno, la sua luce, che sembrava ardere di un fuoco inestinguibile, ha cominciato a declinare. Troppo presto, troppo in fretta…
È in quel periodo che ho creato Dov’è la luna. Mio padre stava per andarsene, lo sapevamo tutti e navigavamo tra due acque, tra due rive. Per questo motivo questo balletto non ha né un inizio né una fine propriamente detti. È in transito… Il transitorio mi sembra essere l’unico stato permanente possibile. In alcune mitologie, la luna è questo luogo di passaggio, tra la vita e la morte – tra la morte e la vita. Simboleggia uno spazio in cui si prepara una seconda nascita. Allora questa rinascita non mi appariva ancora. Ma una mano amica si è posata sul mio dolore. Non ha cercato di cancellarlo: lo ha illuminato diversamente, con delicatezza e misura. Ha dato all’oscurità un volto benevolo. Grazie a questa amica, sono passato dolcemente dal giorno alla notte, il che è paradossale, perché di solito si parla del lutto come di una tappa destinata a ricondurci verso la luce. È a lei che ho dedicato questo balletto.
Dov’è la luna non propone un discorso sulla morte o sull’aldilà. Dice una cosa semplice: abbiamo bisogno degli altri quando siamo confrontati con la scomparsa di una persona amata. In questo balletto ho tradotto il bisogno di fare corpo insieme. Questo lavoro è uno dei più intimi del mio repertorio e mi prendo sempre un lungo momento di riflessione prima di affidarne l’interpretazione a una compagnia e ai suoi danzatori. È una parte importante di me che consegno loro.
Per comprendere questa coreografia, i danzatori devono impregnarsi di questa idea di tristezza pacificata. Ciò richiede un senso dell’interpretazione di grande finezza. Se il gioco è drammaticamente troppo marcato, il balletto diventa pesante; ma se manca di sincerità, viene subito svuotato della sua sostanza. È piuttosto difficile, perché spesso si chiede agli artisti, in particolare agli attori, di scegliere tra ruoli allegri o tristi. Dov’è la luna chiede ai danzatori di stare nel mezzo. Crea un terzo registro, indefinibile, a immagine di quel luogo in cui si muovono gli esseri che ci mancano per la loro irrimediabile assenza, ma che ci sostengono con la loro presenza invisibile.
Jean-Christophe Maillot