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La fine del mondo in tre atti

Irina Brook firma una nuova regia che unisce I sette peccati capitali, Mahagonny e Happy End. Tre frammenti di Brecht e Weill cuciti insieme per raccontare una compagnia che continua a recitare mentre fuori non c’è più niente
mahagonny songspiel ph Brescia e Amisano ©Teatro alla Scala

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Nel 1940, Kurt Weill dichiarava: “I grandi compositori ‘classici’ scrivevano per il pubblico contemporaneo: volevano che coloro che li ascoltavano li comprendessero e ci riuscirono. Per quanto mi riguarda, io scrivo per l’oggi. Non m’importa un fico secco dei posteri”. A settantacinque anni dalla morte del compositore, è chiaro che la sua scommessa fu vincente perché le sue creazioni continuano a essere percepite come attuali, in particolare quelle nate dalla travagliata collaborazione con Brecht negli anni precedenti la Seconda Guerra Mondiale. Ne parliamo con Irina Brook, che debuttò alla Scala nel 2021 firmando le regie dei Sette peccati capitali e di Mahagonny, e che ora torna in teatro aggiungendo un terzo tassello a quel dittico, Happy End.

LIANA PÜSCHEL Come ricorda il suo debutto scaligero durante il lockdown?
IRINA BROOK È uno dei miei ricordi più cari. Fu qualcosa di straordinario e di leggero, perché era la mia prima esperienza sul palcoscenico della Scala e non c’era il pubblico, non c’era il rischio dei “buh” o delle critiche: si poteva lavorare senza pressione. Fu la prima migliore della mia vita, l’ho potuta guardare sul televisore del mio salotto! Nel momento particolare in cui ci trovavamo, con i teatri che attraversavano tante difficoltà finanziarie, mi aveva fatto piacere lavorare a quelle opere che raccontano una storia di miseria distopica, veramente la fine del mondo attuale. Fu una produzione molto sperimentale, poverissima, con materiale riciclato e vestiti di seconda mano; avevamo una piccola pedana, con un set in mezzo al palcoscenico creato per le telecamere della Rai. Per me era bellissimo e affascinante guardare quella piccola scena, così povera, all’interno della sala della Scala, uno spazio di bellezza incredibile, tutto oro e velluti rossi. Il contrasto mi sembrava affascinante.

LP Quella è stata la prima occasione in cui ha lavorato con Riccardo Chailly, con cui poi vi siete ritrovati la scorsa stagione per La rondine e adesso di nuovo per il Trittico Weill/Brecht. Com’è la vostra collaborazione?
IB È una cosa veramente magica, perché lui è uno dei più grandi direttori e quando lavoriamo insieme c’è un vero scambio creativo e artistico. Ci sentiamo molto al telefono e ci vediamo per parlare del progetto, delle immagini, della scenografia. Abbiamo una relazione privilegiata. Per esempio, io posso chiedergli di cambiare qualcosa nel ritmo delle canzoni per un’esigenza scenica: se la richiesta è giusta, creativa e intelligente, lui non solo accetta ma è anche contento, perché capisce l’essenza artistica delle storie. Addirittura, in certe occasioni il Maestro mi offre qualche nota scenica, con la quale sono sempre d’accordo perché lui capisce perfettamente la mia regia. Questa relazione per me è fantastica.

LP Nel suo ritorno scaligero, lavorerà anche con buona parte del cast del 2021.
IB Quando sono arrivata, il primo giorno in Teatro è stato un piacere ritrovare molti cantanti, perché sono tutti simpatici e talentuosi. Ma è stato anche bello ritrovare nella sala prove gli attrezzisti, lo stage manager, i tecnici… tante persone che conosco dalle opere precedenti. Invece di una sala fredda con estranei che non si conoscono, è stato bello trovarsi sin dall’inizio come in famiglia. Quando sono nei teatri di prosa lavoro solamente così, ma nell’ambito operistico non capita mai.

LP Nella sua regia originale, I sette peccati capitali e Mahagonny costituivano due episodi di una stessa storia. Adesso Happy End si aggiungerà a quella storia?
IB Questa è una produzione completamente nuova. Sin dall’inizio per me la condizione essenziale era creare uno spettacolo unico, non tre opere distinte da rappresentare nella stessa serata. Ho dovuto inventare una nuova storia che tenesse tutto insieme in un modo credibile e logico. Alla fine, ho immaginato la vicenda di una compagnia teatrale alla fine del mondo: mentre loro sono dentro il teatro, fuori non c’è più niente.

LP Da dove nasce questa idea?
IB Da una convinzione che mi accompagna sin dagli inizi della mia carriera: utilizzo sempre con moderazione i video e altri mezzi tecnologici (che pur mi piacciono) perché c’è una sorta di legge interiore dentro di me che mi spinge a coltivare le soluzioni tradizionali, nella convinzione che un giorno la tecnologia potrebbe smettere di funzionare dopo un enorme blackout. In quella situazione, l’unica cosa che continuerebbe a funzionare sarebbe la creatività umana. La cosa che trovo incredibilmente bella del teatro è che per fare uno spettacolo basta mettere delle persone a raccontare una storia a lume di candela. Questo accadeva già ai tempi degli uomini delle caverne. Possiamo ancora fare storie con niente. Questa immagine ha un ruolo molto forte nella creazione della Trilogia Weill, tutto gira intorno a questa filosofia.

LP Come ha lavorato con gli artisti?
IB Per me era importante creare un gruppo. Per riuscirci abbiamo fatto qualcosa di poco abituale in questo tipo di teatri: mettere tutti i cantanti insieme tutti i giorni, in tutte le prove, anche in quelle in cui non cantano ma recitano. Sin dall’inizio ho chiesto ai cantanti, anche ai più celebri, agli attori e ai ballerini di stare insieme nella sala prove per formare una vera compagnia, un po’ brechtiana.

LP Happy End è nata come una commedia musicale ambientata nel mondo dei gangster e dell’esercito della salvezza. Weill considerava la trama troppo debole e avrebbe voluto cambiarla radicalmente. Lei cosa ne pensa?
IB Quando il teatro mi propose di fare Happy End, subito Chailly mi disse che non voleva la parte teatrale, solo le canzoni. Nel corso della mia carriera avevo già pensato all’originale Happy End e ogni volta che lo leggevo trovavo che la storia non fosse particolarmente geniale. Sono una fan assoluta di Brecht (lui con Shakespeare e Čechov è tra i miei drammaturghi preferiti), ma questa commedia non è all’altezza del resto della sua produzione. Le canzoni invece sono geniali. Allora la sfida che mi ha lanciato Chailly mi è sembrata meravigliosa. Il contenuto delle canzoni, infatti, è un proseguimento logico di quello che si racconta nei Sette peccati capitali e in Mahagonny. Tutto è legato in modo coerente: come raccontare una storia in tre stili diversi di cui la conclusione è la più minimalista.

LP I temi affrontati da Brecht e da Weill sono ancora attuali?
IB Sì, e questa terza parte parla ancora in modo più chiaro dell’oggi e di tutte le catastrofi mondiali: è una conclusione perfetta. Penso che la ragione di questo sia che Brecht riversò tutte le sue convinzioni nelle parole delle canzoni, mentre la storia di contorno serviva unicamente per far passare il messaggio in modo più semplice. Infatti, l’essenziale sono le parole delle canzoni, non la storia dei gangster. Il Trittico parla di tutti i problemi di oggi: noi non facciamo abbastanza per gli altri, pensiamo solo a noi stessi, alle scadenze quotidiane, dimenticandoci dei disastri del mondo. Mi riempie di energie l’opportunità di parlare di temi così attuali ma con una certa distanza e soprattutto con una musica che è bella, orecchiabile, piena di ritmi di danza, nello stile della commedia musicale; è veramente una musica piena di gioia. C’è una contrapposizione unica e affascinante tra lo stile della musica e quello delle parole. Se facessi uno spettacolo in cui un gruppo di ambientalisti grida le proprie convinzioni in scena, non verrebbe nessuno; ma facendo questo spettacolo in cui le idee sono sublimate, forse qualche messaggio passa, almeno spero!

Liana Püschel
Dottore di ricerca in Culture e Letterature del Mondo moderno, si dedica alla ricerca, la didattica e la divulgazione in ambito musicologico