La febbre a 90’ di Šostakovič

Il compositore, tifoso maniacale del campionato sovietico, trova nel calcio la sua vera evasione dal regime e dagli ostacoli della sua quotidianità artistica
sostakovic e il calcio

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Un elenco infinito, quello degli intellettuali pazzi per il pallone, da Umberto Saba a Eugenio Montale, da Eduardo Galeano a Jean-Paul Sartre, fino a Pier Paolo Pasolini. Il calcio come grande metafora del Reale? Possiamo volare più basso. Pasolini definisce il calcio come “il gioco più bello del mondo”, esattamente come fece Gianni Brera, e come fece Dmitrij Šostakovič, uno che con Pasolini condivide l’anniversario della scomparsa, il 1975. Come Pasolini che, come ricordano Ninetto Davoli e Franco Citti, “quando si imbatteva in una partitella tra ragazzini su un campo improvvisato non esitava mai a chiedere di tirare due calci insieme a loro”, anche per Šostakovič il calcio è “una via di fuga dalle preoccupazioni della vita quotidiana”, come annota Laurel Fay nella eccellente biografia di riferimento del compositore sovietico.

Ma in cosa consiste questa via di fuga? Non si tratta semplicemente di dare due calci a un pallone e di correre spensierati su e giù per i campetti polverosi sentendosi di nuovo bambini. Tutt’altro, perché si fugge portandosi sempre dietro se stessi. E Šostakovič rimane Šostakovič anche nel tempo libero, affrontando la passione per il calcio con la stessa perizia, la stessa maniacale metodicità che contraddistingueva il suo approccio alla composizione, la stessa visione, la stessa intelligenza e lo stesso scrupoloso senso critico. E la stessa autorevolezza.

E quando Šostakovič fa Šostakovič, finisce per non andare a genio al Governo, sia che si tratti di musica che di francobolli. Così scrive a Valentin Naumovic, suo amico moscovita, riflettendo sull’inadeguatezza dell’organizzazione calcistica sovietica: “Egregio, mi permetta di esprimerle alcune mie considerazioni oziose. Le definisco tali perché non vale la pena renderle pubbliche dal momento che il Comitato per lo sport continuerà a comportarsi come gli pare e piace. Il mio primo pensiero: le partite di calcio internazionali bisogna organizzarle in modo da non ostacolare assolutamente il campionato nazionale. L’incontro con i nostri fratelli slavi della Bulgaria ha già danneggiato fortemente il nostro torneo”. Non possiamo permettere, insomma, che i confronti internazionali compromettano il regolare svolgimento del campionato. Anche perché, e questo è un dato essenziale, Šostakovič è un tifoso sfegatato non di una, ma di due compagini calcistiche del tempo: la Dinamo di Leningrado (oggi Dinamo San Pietroburgo) e lo Zenit Leningrado (oggi Zenit San Pietroburgo).

Come qualsiasi tifoso che si rispetti, finisce in balìa della propria emotività a seconda dei risultati del tabellino, passando in poco tempo dall’euforia alla depressione estrema. Non si tratta quindi di un semplice passatempo, ma di un’attività che assorbe il compositore in maniera totalizzante, pur nascendo come via di fuga dalle difficoltà di una quotidianità artistica spesso costellata di ostacoli, minacce e veti, nell’eterna equazione irrisolta tra urgenza espressiva e quiete personale, tra libertà artistica e divieto di regime. Uno tra tutti, quello occorso nei confronti del visionario balletto L’età dell’oro, lavoro inizialmente censurato a causa dell’inserimento dei moderni stili di danza europei. E pensare che proprio quel balletto, datato 1930, aveva un finale che avrebbe dovuto essere considerato un lieto fine dal punto di vista del regime: si tratta di una versione satirica del cambiamento politico e culturale nell’Europa degli anni Venti, che ha come protagonista proprio una squadra di calcio sovietica in una città occidentale e che, dopo aver affrontato le accuse di truffa, le molestie della polizia e un ingiusto imprigionamento da parte della malvagia borghesia, viene liberata dal carcere quando gli operai locali rovesciano i padroni capitalisti, concludendo la storia con una danza di solidarietà tra i lavoratori e la squadra di calcio.

Maniacale metodicità, dicevamo. Perché Šostakovič annota formazioni, risultati, autori dei gol e capocannonieri in maniera ossessiva su un quadernetto intitolato “Campionato di Calcio dell’Unione Sovietica”. Lavoro certosino che raggiunge i suoi apici nei momenti più bui della sua depressione, durante i periodi più complessi del suo travagliato rapporto con il potere. Un prezioso cahier compilato con dati statistici tratti da pubblicazioni sportive, scambi di informazioni con altri cultori in materia calcistica, osservazioni dirette e particolari inediti. Un prezioso documento che rivela la personalità del compositore tanto quanto i manoscritti delle sue sinfonie.

L’unica vera via di fuga che il calcio offre a Šostakovič è una fuga in senso letterale. Šostakovič è un tifoso che segue le sue squadre in trasferta ogni volta che gli è possibile. Non dimentichiamoci che siamo in Unione Sovietica, il Paese più grande del mondo, un Mastodonte di ventidue milioni di chilometri quadrati, che ha bisogno di sette giorni senza fermate per essere percorso da estremo a estremo, da Mosca a Vladivostok. Non esistono limiti per un uomo innamorato, che mai si fa scoraggiare seguendo i suoi beniamini in trasferta da Tbilisi a Odessa e Baku. Viaggi che a volte appaiono come disperati tentativi di sfuggire alle preoccupazioni della vita di tutti i giorni, ed è infatti proprio in autunno, quando in Russia il campionato si conclude prima del lungo letargo invernale, che la depressione prende il largo. Si legge in una lettera a un amico “di curva”: “A Leningrado non cessa di piovere. Ormai è l’autunno. Fra poco finirà la stagione calcistica, e ci aspetta un lungo inverno senza pallone. Finalmente poi arriverà maggio, quando si riprenderanno le battaglie”.

In realtà, le battaglie Šostakovič non smette mai di combatterle, neppure durante la stagione fredda, in un continuo confronto con il potere per la legittimazione del suo lavoro artistico. Forse, però, può essere bello immaginare che dal mondo della curva Šostakovič abbia assorbito lo spirito della massa, corroborando quell’attitudine intelligente a confrontarsi sistematicamente con la realtà che lo circonda. Fu il critico Ivan Sollertinskij a descrivere la sua musica come “Una specie di ibrido fra Charlie Chaplin e Fëdor Dostoevskij”, che tiene insieme le mirabili musiche “da banda dei pompieri” per il testo teatrale La cimice di Majakovskij e i momenti di estrema tensione drammatica della Lady Macbeth.

Šostakovič l’onnicomprensivo, che sa bene che ogni partita va giocata con il modulo giusto.

Damiano Kazuo Afrifa
Responsabile Ufficio Stampa, Web e Social Media del Teatro alla Scala