La classe di Lander
A distanza di 24 anni dall’ultima rappresentazione al Teatro alla Scala, torna in scena Études, il più celebre balletto di Harald Lander. Ottima occasione per mostrare al pubblico il brio tecnico della nuova e brillante generazione d’artisti della Compagnia scaligera

Chissà che Études di Harald Lander non abbia una lontana parentela con Konservatoriet (Le Conservatoire) di August Bournonville. Che quello, cioè, non sia germinato da questo. Il confronto può sembrare audace, ma è nient’affatto arbitrario.
In secoli diversi, il Teatro Reale di Copenaghen è stato la casa di entrambi i coreografi: di Bournonville nell’Ottocento, che lì creò tutta la sua opera, e di Lander, che lì iniziò la sua carriera di danzatore e coreografo e diresse il Balletto Reale Danese dal 1932 al 1951. Secondo lo storico danese Erik Aschengreen, fu proprio Lander a dare nuovo impulso al repertorio bournonvilliano negli anni della sua direzione – un’epoca in cui la questione della preservazione dell’opera coreografica di Bournonville si era fatta controversa. Fu Lander a gettare le basi del successo internazionale della compagnia danese e del suo prezioso antico repertorio, che il resto del mondo avrebbe scoperto, non senza stupore, nella seconda metà del Novecento. Lander era del resto ben conscio del valore di questo raro patrimonio storico e della necessità di mantenerlo vivo e saldo, pur con gli adattamenti del caso.
Konservatoriet, balletto in due atti del 1849, è esemplificativo. Estrapolandone il famoso Pas d’école e rappresentandolo a sé, con la sua produzione del 1941 Lander assicurò la conservazione delle danze di questo balletto di Bournonville giudicato troppo pantomimico e destinato altrimenti all’oblio (la ricostruzione dell’intero balletto si ebbe solo nel 1995, quando si era ormai fatta strada una nuova sensibilità storica). Rievocando i tempi in cui Bournonville stesso studiava a Parigi, il Pas d’école inscena una lezione di danza (o “classe”, come si dice in gergo, con un francesismo). La nota serie di quadri di Degas dedicati al tema può dare l’idea dell’atmosfera scenica.
Ecco dunque il nesso tra Konservatoriet e Études: la lezione di danza “spettacolarizzata”, per così dire, ripensata cioè per essere portata in scena e farne un balletto. Di gusto realista nel caso di Bournonville; decisamente più evocativo, cent’anni dopo, con Lander.
Il balletto di Lander fu creato nel 1948 al Teatro Reale di Copenaghen, per tre solisti (una donna e due uomini) e un nutrito corpo di ballo. Il titolo iniziale Étude fu cambiato in Études (al plurale) per la “ricreazione” all’Opéra di Parigi nel 1952. La versione parigina, che comportò varie modifiche, è quella oggi rappresentata e segnò l’inizio della carriera internazionale di Lander, dopo la sua rottura con la Compagnia danese. Il titolo si deve non solo all’idea di fondo del balletto, ma soprattutto alla scelta musicale: gli Studi per pianoforte di Carl Czerny (nell’arrangiamento per orchestra di Knudåge Riisager).
La sbarra, le combinazioni al centro, dall’adagio fino ai grandi salti, passando per i giri e il piccolo allegro: insomma, tutto l’esercizio quotidiano del danzatore si dispiega in scena, senza però esserne mai la riproduzione pedissequa. Con estro coreografico vivacissimo e abile mano registica, la “classe” è infatti chiaramente esplicitata, ma, al tempo stesso, trasfigurata; perfettamente visibile, eppure come dissolta in un’inventiva di più ampio respiro.
Un crescendo ben modulato caratterizza la struttura di Études. Ad apertura di sipario, la ballerina principale esegue le cinque posizioni di base, come a dire i primi vagiti della danza accademica; al culmine dell’opera, un grand coda trionfante riunisce tutti i danzatori nello sfavillio di virtuosismi arditissimi. Il balletto sintetizza così oltre duecento anni di storia e di tecnica della danza: dalla prima codificazione delle posizioni, nella Francia del Re Sole, al gusto per il grand ballet, nella Russia imperiale di Marius Petipa.
Le citazioni storiche sono infatti gustosissime. Ad esempio: una sequenza con le ballerine in tutù lungo e il suo passo a due rende omaggio al mito della Silfide e agli stilemi del primo Romanticismo. La grande tradizione del ballet blanc s’impone in scena facendo sfilare una nota iconografia.
Études è un profluvio di danza: vi si addensano enchaînements variegati e debordanti di passi – specie nel piccolo allegro, con la sua batteria bournonvilliana, e nel finale grandioso. Eppure, a tratti, il coreografo ricorre a un procedimento “minimalista” che gioca un ruolo centrale nell’estetica della trasfigurazione di cui s’è detto. Alla sbarra e nelle due sezioni con la serie di diagonali, uno stesso passo (o una minima combinazione di passi) è ripetuto e quindi moltiplicato, creando, con economia di mezzi, quadri di grande impatto visivo. Viene alla mente la sequenza di arabesques-penchées nell’Atto delle Ombre della Bayadère – a proposito di citazioni.
Anche le luci sottolineano l’effetto di dissolvenza e rarefazione: alla sbarra i volti delle ballerine sono in ombra, oppure sono i corpi che risaltano come sagome nere sullo sfondo celeste. L’artista è dunque spersonalizzato, secondo la lezione di Balanchine: è mero strumento nelle mani del suo coreografo.
Quanto alla scenografia, alla creazione a Copenaghen, lo studio per la classe prevedeva specchi imponenti, candelabri fiammeggianti e busti in marmo di maestri e coreografi illustri. Nella versione parigina, la scena è depurata e i chitoni scolastici del corpo di ballo femminile sostituiti da tutù a ruota bianchi o neri.
Gli Studi di Czerny si rivelano una scelta perfettamente coerente, in quanto opera di didattica pianistica disposta per gradi di difficoltà crescente, qui in un arrangiamento orchestrale che strizza l’occhio al genere della musica ottocentesca di balletto: ora gioiosamente brillante, ora intensamente lirico, a tratti pomposo, sempre danzante, non senza una spassosa, eppur deferente, ironia.
Dalla ballerina in prima posizione alla ballerina imperiale in punta e tutù nei celeberrimi e immancabili 32 fouettés: il balletto sembra mettere in scena un compimento, il farsi della danza accademica e dei suoi artisti, quasi fosse una sorta di “balletto di formazione”. Giusto per chiudere il cerchio, si osserverà che, pur con spirito diverso, tale è anche Konservatoriet.
Cristiano Merlo