L’Onegin di Puškin, di Čajkovskij e di Martone

1. Con i russi
Ho incontrato Mario Martone in un caffè di Milano per parlare della sua regia dell’Evgenij Onegin di Čajkovskij, e la prima cosa che gli ho chiesto è stata “Come va con i russi?”.
Lui mi ha risposto che con i cantanti e col direttore d’orchestra, russi, si trova molto bene; io gli ho detto che ero contento, ma che avevo sbagliato a fare la domanda; quello che avrei voluto chiedergli era che rapporto aveva lui con l’arte russa.
E lui mi ha detto che, quando ha girato Noi credevamo, ha molto pensato a I demoni, il romanzo nel quale Dostoevskij ritrae i giovani rivoluzionari degli anni Sessanta dell’Ottocento; e uno dei personaggi di Capri-Revolution è Maksim Gor’kij, che a Capri ha abitato nei primi del Novecento e che, in generale, quando legge Čechov, lui, Martone, vede se stesso.
2. Un mago
E io ho pensato che è una cosa che succede anche a me, e a quella lettera di Čechov nella quale c’è scritto “In generale faccio una vita triste… Mi chiedono in prestito dei soldi e non me li restituiscono, mi portan via dei libri, mi fan perdere tempo… Mi manca solo un amore infelice”, scrive Čechov, e subito dopo conosce Ol’ga Knipper e la sposa e ha il suo amore bellissimo e infelice; è una specie di mago, Čechov, quando si mette a scrivere, ho pensato.
3. Chovanščina
E mi ha poi detto, Martone, che il vero primo lavoro russo che ha fatto è stato proprio alla Scala, nel 2019, la regia della
Chovanščina di Musorgskij, una vicenda russa del diciassettesimo secolo, un lavoro complesso, bellissimo e faticosissimo, avere a che fare con i vecchi credenti della Chiesa ortodossa, e con quella musica di Musorgskij così russa, “Così potente che ti fa venire così freddo, quando la senti”, ho detto io.
4. Noi
Invece adesso, con Čajkovskij, mi ha detto Martone, intanto lui, Martone, è sprofondato nell’Onegin, il romanzo in versi di Puškin (nella traduzione di Pia Pera), e gli è sembrato, come con Čechov, che parlasse di noi, che non ci fosse la distanza che c’era con Musorgskij, e io gli ho detto che, secondo me, da questo romanzo in versi comincia la letteratura russa contemporanea, e che qualche anno fa Dario Fabbri mi aveva chiesto, per un numero della sua rivista che trattava dei rapporti tra Russia e Cina, di scrivere un pezzo sulla letteratura russa e la Cina, io ci ho pensato e non ho trovato niente, perché la letteratura russa dell’Otto e del Novecento è tutta rivolta verso noi europei, è tutta un dialogo con noi, e la lettera di Tat’jana a Onegin, per esempio, che è una pagina memorabile sia del romanzo di Puškin che dell’opera di Čajkovskij, lui, Puškin, dice di essere stato costretto a tradurla, perché lei, Tat’jana, l’aveva scritta in francese.
5. La prosa della posta
Nel romanzo di Puškin è così: “Poco e male ella il russo conosceva, E le nostre riviste non leggeva, S’esprimeva perciò stentatamente Nella lingua materna e solamente In francese scriveva. Ma che cosa, ripeto, c’è da fare? Le signore, Ancora adesso in russo il loro amore Esprimere non sanno. L’orgogliosa nostra lingua Non sembra esser disposta A piegarsi alla prosa della posta” (la traduzione è di Ettore Lo Gatto).
6. Maman
Può sembrare stranissimo, ma i russi colti dell’Ottocento come lingua madre avevano il francese, basta leggere Anna Karenina; le ragazze, nel romanzo, la mamma la chiamano “Maman”, non “Mama”, come farebbe una russa.
7. Tat’jana Larina
Nonostante la natura europea della sua educazione, Tat’jana è così russa da far dire a Dostoevskij, nel suo discorso su Puškin del 1880 (che ebbe, all’epoca, in Russia, un successo straordinario), che Tat’jana è più profonda di Onegin, che è la vera protagonista del romanzo e che Puškin avrebbe dovuto intitolare il suo romanzo in versi Tat’jana Larina, non Evgenij Onegin.
Onegin, che viene da Pietroburgo, la capitale, “in provincia”, scrive Dostoevskij, “nel cuore della sua patria, non si sente a suo agio, non è a casa sua. Non sa cosa deve fare, gli sembra come di essere un ospite. Dopo, quando viaggia, malinconico, per la patria e all’estero, da uomo indubbiamente intelligente e indubbiamente sincero, si sente ancor di più forestiero a se stesso, anche in mezzo ai forestieri. È vero che ama la propria patria, ma di lei non si fida. Ha sentito, certo, parlare degli ideali patrii, ma non ci crede. Crede solo nell’impossibilità di un lavoro qualsiasi nella sua madrepatria, e a chi crede in questa possibilità – anche allora, come ora, pochissimi – guarda con un ghigno malinconico. Uccide Lenskij per noia, forse, o, chissà, per la nostalgia di un’ideale universale, questo sarebbe molto russo, molto verosimile. Tat’jana”, continua Dostoevskij “lei non è così: lei è un tipo forte, radicata nella propria terra. È più profonda di Onegin e, è ovvio, è più intelligente di lui. Lei, solo con il suo nobile istinto sente dove sta la verità, e lo dice alla fine del poema. Forse Puškin avrebbe perfino fatto meglio a dare al suo poema il nome di Tat’jana” scrive Dostoevskij, “e non di Onegin, perché, non c’è dubbio, è lei la protagonista. È un tipo positivo, non negativo, è l’apoteosi della donna russa ed è lei che il poeta ha incaricato di esprimere l’idea centrale del poema nella celebre scena dell’ultimo incontro tra Tat’jana e Onegin. Ma il suo modo di guardare le persone dall’alto in basso ha fatto sì che Onegin non capisse niente di Tat’jana, quando la incontra per la prima volta, in provincia, quando lei, che appare come una ragazza pura, innocente, è così intimidita, davanti a lui. E lui non è capace di distinguere in quella povera ragazza la compiutezza e la perfezione, e forse la giudica un ‘embrione morale’. Lei, un embrione, dopo la lettera che aveva scritto a Onegin! Se c’è un embrione morale, nel poema, è senz’altro Onegin, non c’è alcun dubbio”, conclude Dostoevskij.
8. Un pensiero strano
C’è una parte del romanzo di Puškin che Čajkovskij ha deciso di non raccontare, nella sua opera, ma che, nel libro, mi sembra sia centrale, per la comprensione dei due protagonisti; il momento in cui Tat’jana, dopo che Onegin se n’è andato, va nella casa dove Onegin abitava. “Tat’jana”, scrive ancora Dostoevskij “visita la casa di quest’uomo che per lei è ancora meraviglioso e enigmatico. Eccola nello studio di lui, che guarda i suoi libri, le cose, gli oggetti, si sforza di indovinare, attraverso di loro, l’anima di Onegin, di risolvere l’enigma e si ferma, alla fine, su un pensiero, con un sorriso strano, col presentimento della soluzione, e le sue labbra sussurrano piano: E se fosse solo una parodia?”.
9. I libri
Martone mi dice che ha immaginato il proprio Onegin tutto in esterni tranne che la stanza di Tat’jana, che è piena di libri perché Tat’jana è più grande della provincia che abita, e cerca la vita che non trova tra i suoi concittadini nella letteratura, e questa soluzione mi piace per due motivi, perché mi sembra che, non potendo mettere in scena la visita di Tat’jana alla biblioteca di Onegin, che nell’opera non c’è, rimette i libri al centro della scena, e perché da qualche mese, quando penso alla letteratura, penso a una frase di Gilles Deleuze: “Un po’ di possibile, se no soffoco”; e a sentire questa soluzione di Martone mi dico che è vero, i libri sono stati, per Tat’jana, quel possibile indispensabile per stare al mondo (e lo sono stati, 150 anni dopo, si parva licet, anche per me, in un’altra provincia, la città di Parma).
10. Orlando innamorato
Onegin, quando Tat’jana gli scrive una lettera e, coraggiosissima, gli dichiara il suo amore, fa il prezioso, la rifiuta. Quando, anni dopo, torna a Pietroburgo e trova un generale con un po’ di pancia, che era un suo amico, e che lo invita a casa sua, che c’è una festa, Onegin ci va e vede Tat’jana, bellissima, e chiede al generale con la pancia “Chi è?”, e il generale con la pancia gli risponde “Mia moglie”, e Onegin, allora, si innamora.
Scrive lui una lettera a Tat’jana, una dichiarazione, e Tat’jana, allora, lo rifiuta.
La relazione tra Evgenij e Tat’jana, secondo un grande critico russo, Viktor Šklovskij, è la stessa che c’è tra Rinaldo e Angelica nell’Orlando innamorato: A ama B, B non ama A; poi, quando B si innamora di A, A smette di amare B. Nel poema di Boiardo il motivo di questi cambiamenti è una fonte incantata, nell’Onegin è una complessa motivazione psicologica, dice Šklovskij.
11. L’uomo superfluo
Onegin, anche se sono passati 200 anni dalla sua nascita, è come i personaggi di Čechov, ci parla di noi; a me, che abito a Bologna da 25 anni, a pensare a Evgenij Onegin viene in mente il termine “tortellone”; a Bologna si dice di uno che non è che sia cattivo ma non è capace di far niente, come buona parte dei protagonisti della letteratura russa prima di Dostoevskij: l’Onegin di Puškin, il Pečorin di Lermontov, l’Oblomov di Gončarov, il Rudin di Turgenev, il Tentetnikov di Gogol’, secondo una celebre classificazione di Dobroljubov.
Questo dipendeva anche dal fatto che, nella Russia dell’Ottocento, una persona colta e intelligente non serviva a niente.
Tutto il suo sapere, tutta la sua scienza era inutile, perché c’era un apparato statale piramidale, con a capo lo zar, che decideva lui, cosa bisognava fare, gli altri dovevano solo servire, si diceva così, vale a dire ubbidire, e, se non volevan servire, ritirarsi in campagna e non dare troppo fastidio.
12. Čajkovskij e Martone
E noi, oggi? Serve a qualcosa, oggi, in Italia, una persona colta, e intelligente?
Andrò a vedere, al Teatro alla Scala, l’Onegin di Martone, il 19 febbraio e, tra le altre cose, mi aspetto che mi suggerisca una risposta a questa domanda, perché Čajkovskij, credo, so poco di musica, confesso la mia ignoranza, ma ho come l’impressione che Čajkovskij, e con lui Martone, come Puškin, come Čechov, ci parlino di noi e abbiano tante cose da dire.
Paolo Nori