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L’altro lato del Carmen Dress

L’abito di Carmen continua a incarnare un’idea di sensualità ribelle e teatrale, riletta dalla moda e dal teatro contemporaneo. Eppure nella novella di Mérimée esiste anche un’altra Carmen, lontanissima dalla femme fatale diventata icona pop
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“A Carmen dress is a must have in every wardrobe”, scriveva meno di un anno fa su Instagram una di quelle influencer che, venendo meno la moda della sua professione, si è rassegnata ad agghindare le proprie “stories” con brevi testi. Pur nel suo obiettivo commerciale e nell’uso di una definizione a sua volta molto passata di moda ˗ must have è una locuzione che rimanda agli anni Ottanta del Novecento ˗ il titolo del post rivelava molto di più di quello che la sua autrice mai sospetterà, e cioè che il “Carmen dress”, ancor prima che un abito, è una maschera. Meglio ancora, è una tautologia. Chiunque saprebbe descriverlo, anche con una certa precisione, pur non avendo mai letto la novella di Prosper Mérimée o senza aver assistito a una sola rappresentazione dell’opera di Georges Bizet: una gonna del taglio che si definisce “da flamenco”, cioè a balze sovrapposte sul fondo, una blusettina scollata, con le maniche ampie trattenute al gomito, dunque pronta a scivolare a ogni minimo movimento rivelando la spalla, una mantiglia di pizzo o, in alternativa, uno scialle frangiato, e ancora i capelli raccolti sul capo, meglio se con una certa noncuranza, fermati da un pettine di diversa grandezza ma sempre incoronato da un fiore, preferibilmente rosso. Dunque, la gaggia del racconto originale, ancorché quasi nessuno saprebbe più identificarla oggi, oppure un garofano, o delle rose. Quindi, i piedi: selvaggiamente nudi o, a seconda del momento e degli obiettivi d’uso e della rappresentazione che se ne dovrebbe trarre (casalinga, operistica, carnevalesca), calzati in quelle scarpette o zapatos che si vedono nei dipinti di Francisco Goya, nere con un piccolo tacco a rocchetto e l’allacciatura centrale alla caviglia, fermata da un bottoncino, su calze bianche o colorate. Insomma, una gitana abbiente, come nella silhouette delle omonime sigarette francesi: un personaggio figé, fisso, che talvolta viene presentato privo di ventaglio, ma mai di fiori o di anelli d’oro alle orecchie che la tradizione europea affianca fin dal Medio Evo ai gruppi etnici ritenuti indesiderabili, i romanì o gli ebrei (ai quali, en passant, fa riferimento il narratore valutando la carnagione di Carmen).

In Occidente, il costume flamenco, ma anche l’abito “à la Carmen”, colorata espressione di libertà nei gesti e di un vago esotismo che richiama innanzitutto la libertà nel costume sessuale, è un dato acquisito come “il Pierrot”, l’ampia tuta bianca con la gorgiera ton sur ton o bordata di nero, il “Pinocchio”, con la giacchetta e i pantaloni corti al polpaccio, altresì detti “pinocchietti” appunto, oppure il completo a losanghe multicolori di Arlecchino, povero giovane bergamasco che, nel suo costume di stracci tagliati e composti a losanghe, ha dato origine all’aggettivo “arlecchinesco”, con cui si definisce, si intende con una sfumatura di spregio, un abito multicolore (negli anni dell’autarchia linguistica, anche il cocktail: “bevanda arlecchina”).

Non esiste stilista contemporaneo, da John Galliano, originario di Gibilterra e dunque immerso nella cultura andalusa fin dalla nascita, a Jean Paul Gaultier a Maria Grazia Chiuri per Dior fino a Ralph Lauren, apparentemente così lontano da questa cultura, che non abbiano esplorato le tradizioni della regione, nel caso di Galliano ispirandosi alla produzione dello storico atelier di Siviglia “Lina”, custode dei segreti della produzione dei volant e dei complessi ricami con le frange. Di questo immaginario estetico, dove si sovrappongono tradizioni popolari, sartoriali, pittoriche e letterarie, noi abbiamo non solo i documenti storici, che rimandano alla prima rappresentazione di Carmen del 1875, ma anche quelli della prima tournée, che si tenne nello stesso anno e alla quale si è ispirato invece Christian Lacroix, costumista visionario prestato alla moda per qualche decennio tra schiere di fan adoranti e di detrattori assoluti, per la Carmen all’Opéra Rouen nel 2023 con la regia di Romain Gilbert, mantiglie e fondali dipinti inclusi. Una produzione di puro gusto esotico ottocentesco nel senso più autentico dell’espressione, del tutto scevro dall’effetto nostalgia grazie alla perfezione viscontiana nella ricerca e nella ri-creazione “fatti salvi alcuni tessuti ormai impossibili da riprodurre”, come raccontò il creatore nell’occasione, ma inclusi invece certi pizzi d’epoca che vennero ritrovati, si suppone presso collezionisti e vecchie maison di provincia, modello Visconti e Piero Tosi appunto, e usati in scena.

Lì, in quei costumi che sembrano riportare davvero in vita le opere di Guzman e di Goya e soprattutto i suoi molti ritratti della Duquesa de Alba, ritroviamo l’origine delle Carmen della moda e della cultura pop di oggi, la sfrontatezza sensuale ma non popolana su cui il costume del personaggio è modellato, pieno invece di grazia e di garbo; questo, a dispetto dei fanatici del teatro di regia, dell’interpretazione contemporanea a ogni costo, che preferiscono inquadrare Carmen, donna ribelle e affermativa, in un contesto femminicida e di esacerbata violenza da suburbio dove compare quasi inevitabilmente sciatta e trasandata, oppure fasciata nel satin pacchiano delle celebrità social come nella Carmen della recente produzione di Jacopo Spirei allo Sferisterio di Macerata; e chissà se l’autrice del post sull’abito must have avrà mai pensato di poter essere freddata sul red carpet a cui aspira.

In occasione del debutto del 2023, Lacroix raccontava di aver guardato, più che ai costumi della prima rappresentazione dell’opera, disegnati da Georges Clairin per le parti principali e da Édouard Detaille per le divise dei dragoni, a quelli della tournée che la seguì da presso, di cui la contemporaneità conserva memoria in un’abbondante produzione di arte come di stampe Liebig e vasellame celebrativo, modellati però sul gusto del 1820 in cui è ambientata la novella e soprattutto sulla descrizione che Don José fa del suo primo incontro con Carmen al narratore: “Portava una sottana rossa molto corta che scopriva delle calze di seta bianca con qualche buco e delle scarpine graziose di marocchino rosso allacciate con nastri color fuoco. Si scostava la mantiglia per mostrar le spalle e un grosso mazzo di mimose che usciva dalla camicia (…) Al mio paese, una ragazza vestita in quel modo avrebbe fatto fare il segno della croce a tutti”. Per questa produzione Lacroix, che già nel 1989 aveva debuttato come costumista per la Carmen all’Opéra di Marsiglia, creando circa trecentocinquanta costumi ispirati ai dipinti di Zuloaga e di Romero de Torres dove si fondevano abiti della tradizione iberica e traje de luz, ha lavorato invece su tessuti aerei, volant, frange, nelle tonalità del rosso e del rosa, accostate secondo lo speciale gusto cromatico che gli è proprio e sono stati esposti in diverse mostre dedicate in Francia, a partire dalla Chapelle du Grand-Couvent a Cavaillon.

Eppure, e nonostante queste numerosissime espressioni di interazione fra arte, costume popolare e moda attorno all’abito di Carmen che ci rimandano, appunto, alla sua maschera e alle centinaia di bauli d’attore che sempre contenevano una parrucca corvina e un abito di sapore andaluso ˗ pensiamo a quella meraviglia di racconto che è La via del palcoscenico di Vicki Baum ˗ dalla novella di Mérimée scopriamo che esiste una seconda Carmen; che è, anzi, la prima che incontriamo nel racconto. Non una sgualdrinella sgargiante, ancheggiante e colorata, ma una fanciulla dagli occhi grandi e la piccola statura: austera, quasi cupa nelle sue promesse di divinazione al passante. La descrizione che accompagna il primo incontro del narratore con Carmen o “la Carmencita”, come lei stessa si presenta, in una sera primaverile, descrive infatti una ragazzina che porta fiori bianchi, e un modesto “abito nero”, più probabilmente bruno, di quel colore ottenuto dalla bollitura delle foglie di tabacco alla portata di una sigaraia, al contrario di quanto lo sarebbe stato il nero, colore difficilissimo da ottenere tutt’oggi e all’epoca ancora appannaggio della nobiltà e dell’alta borghesia. “Elle avait dans les cheveux un gros bouquet de jasmin, dont les pétales exhalent le soir une odeur enivrante”, scrive l’autore. “Elle était simplement, peut-être pauvrement vêtue, tout en noir, comme la plupart des grisettes dans la soirée. Les femmes comme il faut ne portent le noir que le matin ; le soir, elles s’habillent à la francesa”.

La Carmen del narratore non porta rose rosse o garofani scarlatti, come ne vediamo nelle cartoline promozionali delle prime interpreti dell’opera dipinte a mano, per esempio Giuseppina Zinetti o Gianna Pederzini avvolte nei costosissimi scialli ricamati di gran moda proprio negli anni del Déco, ma profumatissimi gelsomini, certamente staccati da un muro lungo la strada, e un abito scuro, del genere che, osserva correttamente Mérimée, indossano le grisette, cioè le ragazzine di bassa estrazione sociale e scarsissima istruzione: operaie, servette, sigaraie della regione del Guadalquivir come lei. Indossa il nero o un colore che nel buio può essere scambiato come tale la sera, identica a migliaia di altre ragazze povere e all’opposto delle “donne dabbene” che, segnala sempre il narratore, scelgono quella tinta solo di giorno, vestendosi la sera “alla francesa”, cioè con colori squillanti.

Carmen la maliarda vestita di rosso, l’incantatrice, la strega, si rivela solo nelle parole di Don José che ne è stato stregato, e tutti ˗ costumisti, librettista, registi ˗ vanno lì a cercarla quando devono ricrearla, vestendola e truccandola. Esiste una Carmen custode di arti magiche, certo scorretta e impudica e manipolatrice, ma anche affascinante e per nulla sfacciata, che pochissimi si sono preoccupati di indagare, perché sedotti, fin dal suo apparire, dalla sua dimensione di femme fatale. La donna che porta alla perdizione Don José come le molte donne fatali di quell’ultimo scorcio di secolo, proiezione e dannazione del desiderio maschile. Una Venere senza pelliccia, ma in mantiglia, una Elena Muti senza guanti, ma con le scarpette rosse, una Salomé in attesa della testa del Battista e che come lei ha già il destino segnato. La Carmen del narratore, bisogna notarlo, veste come Micaëla, personaggio inventato per la messinscena operistica, contraltare purissimo alla femmina svergognata. Ma potrebbero essere la stessa persona.

Fabiana Giacomotti