Kurt Weill, Lotte Lenya e l’invenzione della canzone pop
Dalla Germania all’America, tra cabaret e Broadway, la storia di un sodalizio artistico che ha cambiato il modo di scrivere e cantare canzoni

New York, dicembre 1935. Un reporter entra nell’appartamento del St. Moritz, un lussuoso edificio con vista su Central Park, dove dal settembre di quell’anno Kurt Weill, fuggito dalla Germania nazista, si era trasferito con la moglie Lotte Lenya. Weill ha 35 anni e nel ritratto che poi uscì sul New York World Telegram viene descritto come “un uomo di altezza e corporatura medie, con occhi scuri e occhiali, capelli neri piuttosto radi e un volto ovale ben sbarbato”. È già molto famoso in Europa e l’America lo saluta come un grande innovatore del teatro musicale. “Saltando a piè pari i convenevoli”, così si legge, il reporter lo interroga sul suo rapporto col jazz, un termine che all’epoca indicava un ventaglio di espressioni musicali che andava dal blues al ragtime e dal fox-trot ai balli più in voga, passando attraverso il cabaret e la canzone popolare. “Bertolt Brecht e io abbiamo coniato un termine in tedesco”, dice il compositore al giornalista, “ed è Song - proprio così - il termine è diventato molto popolare in Germania ed è molto diverso dalla parola tedesca Lied. Penso che alla fine corrisponda alla migliore canzone popolare americana. Anche se per lo più consiste di quattro o cinque strofe e un ritornello non si conforma a una struttura rigida come le vostre canzoni: noi l’abbiamo sviluppata ulteriormente”.
Il compositore tedesco dunque arriva negli Stati Uniti con un’idea precisa di canzone e con la consapevolezza di lavorare su una materia viva, modernissima e in rapida trasformazione. Il soggiorno statunitense di Kurt Weill e Lotte Lenya ha avuto un’influenza fondamentale nell’evoluzione della canzone americana, su quella del grande songbook ma anche su quella che dal Dopoguerra in poi è stata chiamata canzone pop.
Il laboratorio di Weill è il teatro musicale: il 19 ottobre del 1938 debutta a Broadway il musical Knickerbrocker Holiday con musiche sue e libretto di Maxwell Anderson: tra i numeri cantati brilla una delle sue canzoni americane più famose: “September Song”. Viene scritta in poche ore per la voce corta e poco agile dell’attore e cantante Walter Huston che nel musical faceva la parte di Peter Stuyvesant, un attempato governatore olandese nella New Amsterdam del Seicento. Huston aveva bisogno di un numero da solista e Weill e Anderson gli confezionano un piccolo gioiello. “September Song” è molto semplice e parla di un uomo maturo che, avvicinandosi all’autunno della vita, si rende conto che il tempo che gli rimane per amare è troppo poco. Weill riesce a scrivere una melodia memorabile cantabile anche da un artista non dotato di particolare estensione vocale. “September Song” è giocata sui mezzi toni, sulle sfumature e poggia tutto sulla musicalità e le capacità interpretative di chi la canta. Frank Sinatra, il primo dei cantanti pop americani, ne fece una grande hit radiofonica e discografica nel 1946. Dopo di lui è stata ripresa da chiunque, da James Brown nel 1970 a Lou Reed nel 1985 prima e poi nel 1996, passando per Ian McCulloch della band new wave britannica Echo and the Bunnymen e per il gruppo industrial-rock svizzero The Young Gods.
Lotte Lenya, la moglie di Weill, era la cantante ideale di tutti suoi pezzi, sia americani sia tedeschi. E lo ha dimostrato ampiamente in quel meraviglioso album antologico intitolato Berlin & American Theater Songs registrato tra il 1955 e il 1957 e che negli anni Ottanta uscì per la CBS con in copertina un memorabile ritratto scattato da Richard Avedon.
La voce di Lenya, che fu descritta da un amico dei Weill come “un’ottava sotto la laringite”, è il veicolo ideale per le melodie del marito e per le parole delle canzoni, sia quelle scritte da Brecht sia quelle scritte dai librettisti americani. Kurt Weill muore nel 1950 e non è azzardato dire che Lotte Lenya è stata la cintura di trasmissione che ha permesso alle songs di Kurt Weill di attraversare la seconda metà del Novecento e di innestarsi su quella che oggi chiamiamo pop music. Lei stessa in età matura è diventata una sorta di personaggio pop: nel film A 007, dalla Russia con amore (1963) Lenya è rimasta indelebile nell’immaginario popolare come la terribile Rosa Klebb, materna e spietata spia e torturatrice sovietica.
Lotte Lenya è la voce di tutti i Songs di Weill perché, pur dotata di scarsa estensione e di un timbro imperfetto, è capace sempre di farle brillare con quella modalità antivirtuosistica e antiaccademica che sarebbe diventata la cifra di molto canto rock e pop. Quando canta, Lenya racconta una storia. “Una canzone è sempre un’esecuzione - scrive il critico di popular music britannico Simon Frith - e le sue parole rappresentano sempre un’affermazione esplicita, espressa con accento individuale. Le canzoni assomigliano più a una sceneggiatura che a una poesia; le parole delle canzoni agiscono come linguaggio e come atti linguistici”. Frith qui parla di canzoni pop e rock, ma potrebbe parlare tranquillamente anche di Brecht. Le grandi cantanti liriche che in età matura affrontano il repertorio di Kurt Weill lo fanno decostruendo la tecnica che hanno affinato in anni di carriera: niente virtuosismi o perfezionismi se si cantano “Surabaya Johnny”, “La ballata della moglie del soldato” o “September Song”, piuttosto la tecnica vocale deve servire come mezzo e non come fine. Come nel canto pop e rock, la tecnica deve essere invisibile e al servizio di un’autenticità che sarà inevitabilmente artificiale ma che sarà quella che conquisterà l’attenzione e la fiducia del pubblico.
Daniele Cassandro