Please ensure Javascript is enabled for purposes of website accessibility

K-Rigoletto

La ripresa del Rigoletto messo in scena nel 2022 da Mario Martone, ispirato a Parasite, diventa occasione per confrontare le contraddizioni del ducato rinascimentale raccontato da Verdi e quelle dell’ipercapitalismo sudcoreano
rIGOLETTO (6)

Scopri lo spettacolo

Quella che va in scena nel Rigoletto è un’ingiustizia che con il linguaggio di oggi chiameremmo sistemica. Giuseppe Verdi dipinge un paesaggio fosco, un ducato rinascimentale che prospera su disuguaglianze e malversazioni. In Rigoletto non vediamo solo la cattiveria di un singolo principe “qui s’amuse” ma percepiamo anche un inesorabile ingranaggio sociale che mortifica e schiaccia i più deboli. È tutt’altro che pretestuoso, dunque, che nella produzione scaligera del 2022 Mario Martone abbia deciso di ispirarsi al film Parasite del regista sudcoreano Bong Joon-ho. Come Rigoletto, Parasite è una sorta di commedia tragica che si svolge in due ambienti sociali ben distinti ma porosi: quello dei ricchi e quello dei poveri che si arrabattano anche mentendo e imbrogliando. Il buffone Rigoletto nasconde ciò che al mondo ha di più caro: sua figlia Gilda; i protagonisti di Parasite non hanno nulla da nascondere se non quel rimasuglio di umanità che la società capitalista e ipercompetitiva in cui vivono non gli riconosce. Uno degli aspetti più evidenti del capitalismo sudcoreano (e del tardo capitalismo in generale) è lo sfoggio di lusso e ricchezza, non tanto diverso dal fasto della corte rinascimentale evocata nel Rigoletto. Mostrarsi mostruosamente ricco per un principe del Cinquecento significava anche mostrarsi solvente con le banche fiorentine o fiamminghe: i denari profusi in feste, processioni e opere pubbliche in tempo di pace erano gli stessi denari che in caso di guerra potevano finanziare eserciti, mercenari, cannoni e archibugi. Il fasto delle monarchie assolute europee era un segnale politico indirizzato non solo al proprio popolo ma soprattutto ai monarchi vicini, alle banche e ai papi. Gli scintillanti centri commerciali di Gangnam, il quartiere della finanza e del lusso di Seul, la capitale della Corea del Sud, hanno lo stesso ruolo delle grandi parate dei principi del Cinquecento, soprattutto in un Paese che dal 1953 è spaccato in due e di fatto in guerra con se stesso: il regime comunista della Corea del Nord da una parte e la giovane democrazia liberale della Corea del Sud.

Visitando la Corea del Sud, che proprio quest’anno festeggia ottant’anni dalla liberazione dai giapponesi, è visibile ovunque il meccanismo della propaganda. Da una parte c’è la fortissima spinta identitaria e patriottica di un popolo che negli ultimi cent’anni è stato invaso, impoverito, colonizzato e spaccato e dall’altra c’è il racconto del miracolo economico, della rinascita, del benessere e dell’abbondanza dell’ipercapitalismo che s’intrecciano in una narrazione a uso e consumo dei vicini asiatici e dei Paesi occidentali. La scrittrice sudcoreana Han Kang, premio Nobel per la Letteratura nel 2024, ha avuto il coraggio di immergersi nel rimosso più profondo del suo popolo descrivendo nel romanzo Atti umani uno dei massacri più terribili della dittatura militare coreana, avvenuto nella città di Gwangju praticamente ieri: nel maggio del 1980. Han Kang, nell’accettare il Nobel a Stoccolma, ha detto che la sua scrittura si pone due grandi domande esistenziali che forse sono le stesse che si fa la Corea tutta: “Il presente può riparare il passato? I vivi possono salvare i morti?”. Nel frattempo, però, noi occidentali rimaniamo incantati dal grande racconto del soft power dell’hallyu, l’ondata di prodotti culturali sudcoreani che hanno invaso l’Asia prima e l’Occidente poi. Il K-pop (la musica pop prodotta in Corea del Sud), il K-drama (le popolarissime serie tv), i manhwa (l’equivalente dei manga giapponesi) e i canoni estetici inarrivabili del K-beauty (la fiorente industria locale della bellezza) non sono più curiosità esotiche per noi occidentali, ma sono le portate principali delle nostre abbuffate di cultura pop.

La cosa interessante è che all’interno di questa attraente narrazione propagandistica c’è anche lo spazio per descrivere le tante, grandi contraddizioni del sistema. Han Kang lo fa in modo dirompente con la sua scrittura dolorosamente spietata, ma anche film come Parasite di Bong Joon-ho e serie tv Netflix di grande successo come Squid game riescono a raccontare le zone oscure dell’ipercapitalismo trionfante, di un sistema economico e sociale che in Corea del Sud affonda le radici in una cultura confuciana molto patriarcale e competitiva. La ragione per cui questi film e queste serie tv colpiscono tanto il pubblico occidentale è perché riescono a descrivere l’ingiustizia e la disumanità del tardo capitalismo raccontando una società solo apparentemente molto lontana dalla nostra. Come Giuseppe Verdi ha scelto di ambientare Rigoletto in un opulento e spietato ducato rinascimentale per esplicitare un suo messaggio politico, così Martone lo ha attualizzato portandolo in una Corea del Sud che ci è sempre più familiare. In questo contesto la maledizione di Monterone nel primo atto suona come un monito: una società che in nome del profitto e della crescita economica sfrutta, deumanizza e schiaccia i più deboli non può che essere condannata alla distruzione. 

Daniele Cassandro