Il viaggio emotivo di Alice

In Alice nel Paese delle meraviglie Christopher Wheeldon restituisce al balletto narrativo una nuova capacità di parlare al pubblico. Andando oltre la trama, il coreografo segue il filo emotivo del percorso di crescita della protagonista
Christopher Wheeldon

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Christopher Wheeldon è tra i pochi e ammirati autori del balletto “narrativo” (ovvero basato su una sinossi) di cui Alice nel Paese delle meraviglie è espressione felice, dall’estro contemporaneo. Del balletto romantico francese e imperiale russo attraverso il drambalet sovietico fino al ballet drama europeo, il coreografo inglese è erede: ne conosce la storia e le forme, e non le dimentica, anzi volentieri le cita e le plasma, nelle sue creazioni per il balletto ma anche per il music hall e il cinema. Sir Frederick Ashton, da cui si dichiara “ispirato” sin dagli esordi, è il riferimento che lo accompagna costantemente.

VB Come valuta l’interesse attuale per il balletto narrativo? In molti sembrano ormai ignorarlo o addirittura denigrarlo…

CW La narrazione è connaturata alla natura umana e propria di ogni forma artistica. In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale sta assumendo un ruolo sempre più dominante, raccontarsi storie attraverso lo spettacolo dal vivo è il modo più vitale per entrare in contatto con gli altri. Mi dispiace per chi sente il bisogno di guardarla con disprezzo. C’è sempre stato spazio sia per la bellezza dell’astratto sia per la forza della narrazione: Balanchine e Ashton, dopo tutto, hanno coesistito e si sono arricchiti a vicenda. Il balletto narrativo ha una storia lunga e illustre, ignorato e poi riscoperto. Il pendolo del gradimento oscilla, ma noto che ora il pubblico, in particolare giovane, è desideroso di accedere a una forma d’arte, quale il balletto, che trova intimidatoria: la narrazione può aiutare.

VB Perché scelse Alice nel paese delle meraviglie per la commissione del Royal Ballet del 2011?

CW Perché è un classico di culto nella cultura britannica. Ci sono cresciuto e l’ho amato da bambino: c’è un piacere particolare nel trovare un nuovo approccio a un soggetto così intimamente familiare. Mi sono chiesto: “Cosa offre a questa storia il balletto che il cinema o il teatro non possano offrire?”. La risposta credo sia la fisicità del Paese delle meraviglie e il modo in cui il corpo si trasforma e distorce sfidando la logica. Questo d’altra parte è il linguaggio proprio del balletto.

VB Come ha voluto “aggiornare” il romanzo di Lewis Carroll?

CW Non si tratta di un vero e proprio aggiornamento della storia. Certo, l’universo visivo del Paese delle meraviglie appare contemporaneo, e Alice è un po’ più adulta, oltre alla sottotrama romantica e giovanile che aggiunge un coinvolgimento sentimentale assente in Carroll. Abbiamo anche trasformato il Cappellaio matto in un ballerino di tip-tap, per portare varietà al linguaggio della danza e perché mi è sempre sembrato un personaggio da vaudeville. Ma lo spirito di Carroll è rimasto intatto, spero.

VB Come avete lavorato sul libretto?

CW È una questione di chiarezza drammaturgica: la struttura narrativa deve essere elaborata sulla carta prima di poter prendere vita nel corpo. Per Alice il materiale di partenza era già così visivamente e fisicamente vivo sulla pagina che il “libretto” era meno necessario. Piuttosto lo era la comprensione profonda della logica onirica di Carroll: Alice non ha una trama, ma un filo conduttore emotivo, è un viaggio verso la maturità e la scoperta dell’amore. Se la fonte è letteraria, cerco sempre una storia che trasmetta emozioni e in cui i personaggi abbiano già una presenza fisica sulla pagina, dove io possa percepire come il corpo si muoverebbe in scena. Per questo Alice è stata una scelta interessante: Carroll scrive per immagini e sensazioni piuttosto che per psicologia, il Paese delle meraviglie va vissuto invece che spiegato. Ed è esattamente così che funziona il balletto.

VB Il grand ballet di Petipa è citato coreograficamente nell’“Adagio della rosa” della Bella addormentata e drammaturgicamente nel sogno della bambina protagonista dello Schiaccianoci.

CW In effetti per Alice Petipa è stato fonte d’ispirazione: omaggi diretti, che credo il pubblico esperto provi un brivido di piacere nel riconoscere. Ma modello di riferimento principale per la mia Alice sono il teatro musicale contemporaneo e i balletti comici di Sir Frederick Ashton. Nei balletti di Petipa le variazioni sono divertissement legati a un’occasione: un battesimo, un compleanno, un ballo. In Alice invece le variazioni sono capitoli individuali: ognuna ha il proprio posto, sia narrativo che coreografico. Questa distinzione è importante: l’architettura del grand ballet ottocentesco era concepita per lo spettacolo e l’esibizione, entro una struttura drammaturgica relativamente statica; Ashton e in seguito Mac Millan e Cranko insistettero invece su una danza dalla valenza psicologica e drammatica, in cui una variazione potesse rivelare il carattere del personaggio, e non limitarsi a stupire. È più quest’ultima la tradizione a cui ho guardato per Alice.

VB Anche il registro grottesco, presente in Alice, resta gradito al pubblico odierno?

CW La mia Alice attinge a diverse fonti. C’è l’eredità di Ashton del travestimento teatrale e della comicità fisica esagerata (le Sorellastre in Cenerentola, citate, ne sono un antecedente), ma anche la tradizione tipicamente britannica della pantomima natalizia e del music hall vittoriano, di cui il mondo di Carroll è parte, comprese le illustrazioni originali di John Tenniel, squisitamente grottesche. Con la mia versione volevo rendere omaggio a questa cultura. Penso comunque che il pubblico apprezzi il grottesco quando è radicato nella storia stessa, non forzato per ottenere un effetto.

VB In Alice qual è il ruolo della partitura originale e della scenografia con video?

CW Nella partitura di Joby Talbot i riferimenti a Čajkovskij sono pochi ma del tutto intenzionali, inseriti con affetto e un pizzico di ironia. Il Leitmotiv è un utile strumento narrativo: è come dare una voce a ogni personaggio. Il compositore e io condividiamo la stessa sensibilità su come la musica e il movimento debbano percepirsi assolutamente uniti. Quanto alla scenografia, il pubblico ama la teatralità, ma quella autentica, non la tecnologia fine a se stessa. Alice è ricca della magia teatrale di una volta, ma ciò che all’epoca della sua realizzazione sembrava all’avanguardia si è ovviamente evoluto. A mio parere è rimasto attuale il modo in cui il design di Bob Crowley e le proiezioni di Jon Driscoll condividono un’estetica dall’apparenza incantata piuttosto che digitale. La tana del coniglio, l’ingrandimento e il rimpicciolimento, le carte, sono illusioni che funzionano perché il design poggia su un mondo visivo coerente, non su effetti impressionanti.

VB Come potrà evolversi il balletto narrativo?

CW Alice ha ormai quindici anni e nessuno ignora quanto la narrazione nel balletto abbia continuato a evolversi. È stata sicuramente influenzata dai grandi maestri coreografi britannici, ma anche dal teatro musicale, da burattini e marionette e dalla tradizione della pantomima. Collocati in una particolare convergenza di influenze, questi elementi riflettono la mia fase artistica di quel periodo. Non parliamo tanto di innovazione coreografica, quanto di esperienza per il pubblico. Alice sembra entrare in sintonia sia con chi ama profondamente il balletto sia con chi non l’ha mai visto prima: proprio quell’inclusività, il rifiuto di essere di nicchia o elitario, si direbbe una delle direzioni che il balletto narrativo ha bisogno oggi di percorrere.

VB Cosa chiede ai ballerini per la sua Alice?

CW Devono possedere una spiccata vena teatrale, essere disposti a calarsi del tutto nell’assurdità dei propri personaggi e credere fermamente che il Paese delle meraviglie sia un luogo reale. Se un ballerino lascia trasparire una certa distanza ironica, l’incantesimo si spezza. Alice in particolare deve mantenere questa convinzione dall’inizio alla fine; è sul palco per quasi tutta la durata del balletto, danzando e raccontando la storia, e le richieste tecniche per lei sono enormi. Ma il virtuosismo deve essere al servizio dell’esperienza di Alice, non al successo della ballerina.

VB Che si aspetta ora dai danzatori del Teatro alla Scala?

CW Mi colpisce dei ballerini della Scala la teatralità insita: provengono da una cultura che comprende l’opera, il balletto, lo spettacolo dal vivo; hanno una propensione drammatica con la quale è molto stimolante lavorare. Ciò che spero di trarre in particolare è la voglia della Compagnia di scoprire quanto non le è familiare entro una forma familiare. Alice richiede ai ballerini di essere comici, narratori, illusionisti del corpo e di farlo soddisfacendo requisiti tecnici eccezionalmente elevati. Sono curioso di vedere ciò che il temperamento e la formazione italiani apporteranno ai miei personaggi. Le produzioni di Alice sono state significativamente diverse tra le compagnie: il Royal Ballet per primo vi ha dato un tocco particolare e mi aspetto che la Scala trovi un segno del tutto proprio.

VB Molti e in tante direzioni i suoi progetti prossimi. Con quale visione comune?

CW La domanda su quale storia solo il balletto possa raccontare, e per chi, non è mai lontana dai miei pensieri.

Valentina Bonelli