Il “teatro costante” dell’Orontea
Terza incursione nel melodramma barocco di queste ultime stagioni scaligere, dopo La Calisto e Li zite ‘ngalera, L’Orontea di Cesti fu uno dei primi successi della storia dell’opera, che presenta ancora diversi elementi di attualità, a cominciare dal linguaggio

CF Composta da Cesti per la corte di Innsbruck,
L’Orontea
(1656) è presto diventata uno dei primi autentici successi nella storia
dell’opera, grazie alle numerose riprese seguite alla prima rappresentazione. A
distanza di quattro secoli quali appaiono oggi le ragioni di questo successo?
GA Nell’affermazione
significativa dell’opera credo che abbiano avuto un ruolo rilevante la qualità
della musica di Cesti ma anche la plausibilità della vicenda e il tratto dei
personaggi.
CF In effetti i personaggi, che non sono dei o eroi
mitologici, appaiono molto umani, con i loro sentimenti, le loro ambizioni e anche
le loro fragilità.
GA Sì,
sono personaggi molto veri. Al pubblico si dà la possibilità di identificarsi
con loro in modo diretto, fuor di metafora. All’inizio dell’opera la
protagonista, la regina Orontea, una spregiudicata donna di potere che
rivendica la propria libertà e alla quale non interessa l’amore, è rimproverata
dal suo educatore e consigliere, il filosofo Creonte, perché la ragion di stato
le impone di avere un marito ed eredi per la successione. Dicendo alla regina “politica
reale / deve insegnarti a superare te stessa” (nella seconda scena del primo
atto), Creonte riassume in un modo molto moderno il senso di una
Realpolitik
monarchica. Poi, per un
colpo di fulmine, Orontea si innamora di Alidoro (che è presentato come un
pittore, con una connotazione quasi romantica) e tutto naturalmente cambia
dando origine alla trama dell’opera. In fondo si tratta di una vicenda molto
attuale e che si svolge con un ritmo spesso incalzante.
CF Quali possono essere considerati altri elementi
di attualità dell’opera?
GA Il
linguaggio del libretto è molto colloquiale, estremamente diretto. Pur essendo
italiano del Seicento, è un linguaggio distante, per esempio, dalla poesia
astratta di Metastasio e che lascia piuttosto immaginare l’importanza delle
competenze attoriali dei cantanti interpreti dell’opera del tempo. All’epoca il
confine tra commedia, tragedia e opera cantata era forse assai più labile di
quanto non sarebbe stato poi nel Settecento. Un ulteriore elemento di attualità
è nella forma, che alterna recitativi, ariosi, ritornelli e ariette con frequenti
cambi di tempi, articolando uno svolgimento drammatico vivo e continuamente mosso,
proiettato in avanti. È insomma una forma assai meno definita e codificata
rispetto a quella dell’opera metastasiana o dell’opera comica del Settecento.
Se ai contemporanei la musica del Seicento poteva forse apparire il
conseguimento di un valore formale, a noi affascina per il suo senso sperimentale
di ricerca, come di qualcosa che è in divenire e si sta ancora formando al di
là della sua chiarezza di struttura (oltre che nell’opera, questo accade anche
per la musica strumentale di autori come Dario Castello e Biagio Marini).
CF Per essere eseguita oggi un’opera di metà
Seicento di modello veneziano necessita di un sostanzioso lavoro di edizione.
La maggior parte della musica è scritta per voce e basso continuo, cui tutt’al
più si aggiungono due parti di violino.
GA Il
Teatro alla Scala ha commissionato per l’occasione una nuova edizione ad
Alberto Stevanin, che ha analizzato e confrontato quattro partiture complete e
due raccolte di arie (conservate in diverse biblioteche a Roma, Parma,
Cambridge e Napoli). Dell’opera non è pervenuta la partitura autografa,
purtroppo, e inoltre nessuno dei testimoni sembra essere direttamente legato a
quello della prima rappresentazione. L’edizione affronta e risolve anche le
questioni relative alla discrepanza dei registri nelle varie versioni: la parte
di Alidoro qui è destinata a un contralto, quella di Gelone a un basso.
CF Quali problemi interpretativi pone oggi una
partitura come quella dell’Orontea?
GA Siccome
la componente strumentale è costituita essenzialmente da ritornelli, a fare la
parte del leone è il basso continuo, che sarà molto nutrito, vario e
timbricamente colorato.
CF Quali saranno dunque gli strumenti utilizzati
per realizzare il basso continuo?
GA L’organico
comprenderà liuti, tiorbe, due clavicembali, arpa, dulciana, viola da gamba, violoncello
e lirone. Proprio per la sua importanza, il basso continuo va molto concertato.
La libertà che questa musica lascia nel trattamento della strumentazione in ogni
esecuzione-rappresentazione è forse l’aspetto più affascinante della
concertazione. L’autentica sfida di fare un’opera simile in un grande teatro come
la Scala consiste proprio nel dare un’identità di affetti e di situazioni legata
alla strumentazione, che è assolutamente libera e aperta.
CF La concertazione del basso continuo avrà quindi
dirette implicazioni rispetto alla drammaturgia dell’opera…
GA Certo,
è un
work in progress
. Si fissano preventivamente alcune coordinate, ma
poi si tratterà di amplificare ciò che la scena propone, interagendo con il
regista. Il lavoro più interessante verrà quando inizieranno le prove di scena.
L’importante è affrontare la questione con mano leggera (che non vuol dire
superficiale), perché di fatto ciò che pervade questa musica è la lievità, la
sprezzatura.
CF Al di là dei problemi connessi con la
realizzazione del basso continuo, ci sono altri aspetti specifici su cui si
concentrerà il lavoro interpretativo?
GA Un
primo aspetto è quello ritmico, legato alla prosodia. Costruire archi musicali
ritmici lunghi e al contempo lavorare sulla chiarezza del singolo elemento è
una mia linea guida nell’interpretazione in genere, che qui cercherò di
perseguire ancora di più. Poi c’è l’aspetto della tecnica vocale. Quale tecnica
vocale deve essere impiegata, viene da chiedersi? Saremo in un teatro di grandi
dimensioni, ci saranno cantanti esperti in questo repertorio ma che devono
avere anche un volume di suono adeguato. Si pone la necessità di combinare la
necessità stilistica, l’ornamentazione (da questo punto di vista la musica di
metà Seicento si colloca in una fase di passaggio, che richiede una
riflessione, tra la diminuzione di fine Cinquecento e inizio Seicento e la
prassi ornamentale del Barocco più maturo) e le esigenze imposte dall’ambiente
in cui si canta. E ci sono i pezzi di carattere, umoristici con la parte di
Gelone, sempre ubriaco, che richiedono un lavoro a stretto contatto con il
regista; a volte sembra che non si debba quasi cantare in senso proprio ma in
modo da sconfinare nella recitazione. Interpretare
L’Orontea
rappresenta per me un’avventura molto più di quanto non
lo sarebbe dirigere un’opera del Settecento o anche del primo Seicento (in
passato ho diretto per esempio
L’
Orfeo
di Monteverdi e
La rappresentazione di
anima et di corpo
di Emilio de’ Cavalieri). La partitura dell’
Orontea
è indubbiamente ricca, ma qui si
lavora su un filo piuttosto sottile, perché quasi tutto si concentra sulla
linea vocale accompagnata dal basso continuo.
CF Occorre dunque lavorare sull’essenziale…
GA Interpretare
un’opera del genere è in un certo senso una scommessa. Ma è un lavoro che mi
affascina molto, perché va proprio all’osso dell’espressione drammatica, cioè
la parola, senza che vi siano eccessive concessioni al puro virtuosismo vocale come
accade nelle arie del Settecento quando il momento dell’esibizione prende il
sopravvento. Questo è invece, per così dire, “teatro costante”. E mi piace
molto. L’obiettivo è riuscire a catturare l’attenzione di un pubblico di
duemila persone grazie all’importanza del singolo verso e della singola parola.
CF Oltre che compositore Cesti è stato un cantante
di assoluto rilievo. Quali particolarità si colgono nella sua scrittura vocale?
GA Ciò
che si nota è l’urgenza di rendere al meglio dal punto di vista ritmico e
melodico il senso del testo nel suo divenire attraverso forme flessibili e
diversificate. Nella scrittura si nota inoltre l’aspetto così sfuggente, se si
vuole, ma anche così importante costituito dalla sprezzatura, che nella musica
italiana colpiva così tanto gli appassionati stranieri: un’espressione della
massima eleganza, spontaneità e disinvoltura, così naturale da apparire
estemporanea ma in realtà frutto di uno studio ben meditato. Cercare di
restituire lo spirito della sprezzatura di una partitura come questa, ridotta
all’osso, in una musica che suoni naturale, immediata e divertente sarà per me fondamentale.
Cesare Fertonani