Il Principe secondo Nureyev

La figura del Principe nel balletto classico rinasce con Nureyev, che ha dato profondità psicologica e centralità tecnica ai ruoli maschili. In occasione della ripresa del “suo” Lago tre Primi ballerini scaligeri raccontano come questa visione abbia influenzato la loro arte e il loro percorso
Timofej Andrijashenko ph Brescia e Amisano ©Teatro alla Scala (2)

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È innegabile che l’interpretazione di Nureyev dei grandi titoli del repertorio abbia dato nuova rilevanza ai ruoli maschili nel balletto. Modellando le variazioni in base alle sue esigenze e alle sue straordinarie capacità, ha mantenuto la forza e la tecnica del ballerino, ma ne ha migliorato l’eleganza; nelle sue letture dei classici, ha unito tecnica eccezionale e profondità interpretativa dando ai suoi balletti una nuova realtà drammatica. Citando il sito della Rudolf Nureyev Foundation: “La sua influenza sul balletto è paragonabile all’importanza di quella esercitata dalla Callas sull’opera: il modo in cui i personaggi dell’opera si comportavano e cantavano non è più stato lo stesso”. Con questa eredità sono cresciuti i primi ballerini delle attuali generazioni scaligere, ai quali chiediamo quale sia la loro idea di Principe nel balletto. È un animo sensibile, il Principe secondo Claudio Coviello, con una sensibilità diversa rispetto a qualsiasi altro personaggio più “terreno”, e con un diverso tipo di movimento, più pacato, più lento e con una qualità specifica, una precisione e una pulizia che lo contraddistinguono; meno virtuosismi, meno “esplosione”, ma più rigore. Nicola Del Freo sottolinea le differenze fra principi più o meno tormentati: lo spavaldo che impara a vivere grazie ˗ o a causa ˗ delle vicissitudini che affronta, o quello integro e nobile; un formalismo nel rapportarsi agli altri personaggi, che inizialmente gli aveva fatto prediligere ruoli di carattere, più vicini alla sua natura, ma che in seguito è stata compresa come condizione necessaria, legata alla struttura sociale del ruolo stesso. Puro, rassicurante, e grande: allievo della scuola di ballo a Riga, in Lettonia, dove la statura media è molto più elevata che in Italia, Timofej Andrijashenko vedeva accanto a sé in scena principi statuari e favolosi, quasi giganti, con un senso di grande ammirazione. Sogno, incontro ˗ e scontro ˗ con questi ruoli importanti: chiediamo quale sia stato il primo Principe interpretato e come sia stata vissuta la specificità dei ruoli disegnati da Nureyev nelle sue letture dei classici del repertorio. “I primi Principi che ho danzato sono stati proprio quelli di Nureyev ˗ ricorda Coviello - che non si sofferma solo sull’eleganza, l’apparenza, la sofisticatezza, ma va all’interno del personaggio, con una lettura più profonda, più articolata. Ad esempio, in Siegfried sin da subito è evidente una malinconia interiore, una voglia di fuggire dal presente, dalla sua quotidianità. Un animo malinconico che ho trovato anche in Désiré, nella Bella addormentata, e anche nella Bayadère. Devo tanto a questi assoli del Principe, adagi meravigliosi, variazioni lunghe e complesse, delicate ma allo stesso tempo impegnative tecnicamente e artisticamente, con la pulizia che solo Nureyev poteva esigere; mi hanno messo a dura prova ma mi hanno fatto crescere. La rivoluzione di Nureyev è stata proprio il dare spessore al personaggio maschile: è quasi sempre in scena, in tantissime variazioni e assoli bellissimi, lunghissimi, che gli permettono di esprimersi e di essere coinvolto in tutto lo svolgimento del balletto, rispetto ad altre versioni dove al Principe è riservato un solo exploit danzato”. Siegfried è stato il primo incontro di Claudio Coviello con i Principi di Nureyev: “Un inizio abbastanza scioccante; danzavo con una grande guest, Natalia Osipova, ed ero appena stato nominato Primo ballerino; tantissime emozioni insieme che, a ogni ripresa, non posso fare a meno di ricordare. Un percorso difficile per tecnica e resistenza: non è semplice reggere tutti e quattro gli atti, ma è bello per questa nota malinconica che affiora da subito, e anche per quel senso di ribellione nei confronti del precettore, della madre, che aleggia in tutto il balletto, ed è drammatico. Anche all’interno degli atti bianchi: quasi scompare quando Siegfried trova l’amore ˗ la variazione del secondo atto è quasi un allegro ˗ ma la ritroviamo, amplificata, nel quarto atto”. Il primo Principe di Andrijashenko è stato invece nella Bella di Ratmansky. “Ho scoperto poi le versioni di Nureyev, il substrato psicologico che mi ha fatto capire il perché della grande quantità di passi, variazioni, assoli, passi a due: è un dialogo, sempre presente, del Principe con altri personaggi, oppure del Principe con se stesso. Il Principe del suo Schiaccianoci è quello che più si avvicina a ciò che mi ero immaginato nella mia infanzia: una figura fantastica, miracolosa, che appare in un momento di buio e di paura. Qui Drosselmeyer e il Principe sono interpretati dalla stessa persona, e la dualità ˗ tema spesso ricorrente nelle sue letture dei classici ˗ non tocca tanto la loro psicologia, bensì quella di Clara, che nel momento della sua crescita immagina e sogna una figura maschile nella sua vita”. Sempre alla Bella è legato il suo incontro con le versioni di Nureyev: “Era un momento particolare della mia carriera: uno dei miei primi ruoli, un balletto molto importante, impegnativo soprattutto nel secondo atto ˗ tre assoli di fila, bellissimi per il pubblico ma mortali per il danzatore! ˗, in cui devi essere molto preparato e cosciente di quello che fai per riuscire a resistere prima di affrontare il terzo. Avevo un problema a una gamba che mi limitava nella performance; danzavo con Polina Semionova, ballerina fantastica e persona squisita che mi ha dato sostegno, ma anche una responsabilità in più, e per giunta c’era anche una registrazione… davvero un battesimo di fuoco! Quando poi ho affrontato il Lago ho capito subito l’impegno particolare nel riuscire a trasmettere il rapporto combattuto con Rothbart: una persona fidata, di famiglia, un mentore per Siegfried, che lo spinge a fare esperienze, ma anche a scoprire un lato diverso più oscuro di se stesso, che deve affrontare per scegliere la strada più giusta per sé. È la crescita personale, la formazione del carattere, il capire che tipo di persona vuoi essere, la decisione della vita che poi ti porta a prenderne altre. Tanti aspetti tecnici complicano ulteriormente l’interpretazione, come la variazione del Cigno nero del terzo atto: nelle altre versioni puoi fare uno o due respiri che ti fanno recuperare le forze, mentre qui quei momenti sono occupati da salti o da altri elementi tecnici da eseguire, per cui va fatta quasi in apnea. Quello di Nureyev è un bellissimo Lago, molto ben pensato anche per lo sviluppo della storia; in altre versioni che ho danzato era difficile trovare un senso e una continuità. È un grande classico, ma moderno, senza pantomime semplicistiche, con uno spessore che lo rende molto attuale e profondo”. Per Nicola Del Freo sono due i ruoli principali di Nureyev che hanno uno sviluppo particolare: “Nello Schiaccianoci diventi Principe solo a un certo punto, senza il processo di preparazione che hai in altri balletti. Drosselmeyer è un ruolo interpretativo ma pieno di dettagli su cui devi essere completamente concentrato. Poi, il tempo di schioccare le dita, e sei immerso in un balletto classico, in cui tutto si ribalta completamente, per poi tornare di nuovo Drosselmeyer. Questo dualismo è molto interessante, e ti permette di percepire la natura di Drosselmeyer anche mentre danzi come Principe. Conta moltissimo la continuità del discorso. Anche nella Bayadère, Solor inizialmente è un guerriero e poi diventa più principesco, con il cambio di prospettiva nell’atto bianco. È il balletto stesso che ti porta al cambiamento: sei nell’atto bianco, ma porti con te tutto ciò che è successo prima, ovvero la morte di Nikiya. Solo facendo il balletto per intero ho vissuto davvero questo atto, sentendo tutte le emozioni e la consequenzialità degli avvenimenti. Anche se non l’avevo ancora interpretato, anche il dualismo del Lago mi intriga, la forte relazione tra Siegfried e Rothbart, e il quarto atto, l’ultimo atto bianco, che trovo splendido, e tragico”. Ma tra i vari ruoli di Nureyev è Désiré il Principe per antonomasia: “L’ho affrontato con un rispetto enorme, è il massimo dell’espressione classica, che dà poi la forza di affrontare ogni altro ruolo. Esige tutto ciò che può essere richiesto a un ballerino: precisione, scioltezza, resistenza e impegno interpretativo, come nel secondo atto, quando sei catturato e sovrastato da mille emozioni, e il Gran Pas del terzo atto per me è davvero il Grand Pas per eccellenza. Esigenze altissime a cui far fronte, fin dall’inizio del balletto: fai una entrée, una variazione che è quasi un assaggio, poi parti subito con un adagio impegnativo e lungo; non è propriamente un tuffo in scena, però hai poco tempo per metterti a tuo agio, e subito entra lei; quindi hai degli interventi con lei e poi hai un’altra variazione in cui sei già stanchissimo. Ma quando danzi i ruoli di Nureyev succede una cosa particolare. Non so come, ma a me succede: a un certo punto non hai più inibizioni o paure, perché hai speso talmente tanta energia da sentirti completamente sciolto, non hai più timore di quel passo che in prova non ti veniva bene o della variazione scomoda. Sei stato talmente tanto in scena da essere a tuo agio; infatti, quasi sempre per me l’ultimo atto è quello più tranquillo, anche se è sempre il più difficile. Tutto quello che hai fatto e vissuto prima ti riempie talmente tanto che ne sei immerso totalmente. Penso sia un regalo che Nureyev ci ha fatto: a volte fatico a essere nel momento, a non avere la preoccupazione del passo, della presa, del controllo. Con Nureyev non riesco più a seguire questi pensieri, è talmente ricco che non ne hai il tempo, ma ti rendi conto che a quel punto non ha nemmeno senso. Sei lì nel momento: fai e basta. Per questo lo si ama e si odia. Prima pensi: ‘ma perché?’ e dopo puoi solo essere riconoscente”. Amore e odio per ruoli appaganti ma di grande difficoltà, che tutti definiscono vere montagne da scalare; una pienezza che si raggiunge attraverso un impegno tecnico senza eguali. La tecnica su entrambi i lati, anche nei virtuosismi e nei tours en l’air, la velocità collegata a una profonda musicalità, che porta a usare tutte le battute musicali, batterie veloci, rapide, continue prove che ti portano a non sentirti mai in una comfort zone. Sembra quasi una sfida di Nureyev anche con se stesso, osservano gli artisti: non concedersi niente di facile. Ma anche un obbligo consegnato alle future generazioni: il ricercare quella crescita necessaria per affrontare i ruoli che ci ha lasciato. E che restano indimenticabili.

Carla Vigevani