Il making of della prima

Nel documentario La forza del destino, Anissa Bonnefont ha seguito per tre mesi il lavoro dietro le quinte fino al 7 dicembre
docu film la forza del destino (1)

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Il 20 ottobre, in anteprima mondiale, la Prima della Scala si racconta nel nuovo documentario La forza del destino. In un lungometraggio di 90 minuti, la regista francese Anissa Bonnefont traccia il percorso che dalle prime prove conduce fino al 7 dicembre, un percorso fatto di duro lavoro, attenzione ai dettagli e soverchiante entusiasmo. La forza del destino è il primo documentario in coproduzione tra Rai Documentari e France Television, prodotto da Federation Studios e MDE, e il progetto si espanderà anche al grande schermo con distribuzione internazionale a partire da novembre, grazie al sostegno di Rolex. “Questo progetto è arrivato in modo del tutto inaspettato, da un bando trovato da Myriam Weil [produttrice e sceneggiatrice, NdA] e me ne sono rapidamente innamorata”, commenta la regista. “Sono sempre stata appassionata d’opera e in particolare di danza, fin da bambina, quindi l’idea di filmare al Teatro alla Scala era un sogno”. Per tre mesi Anissa Bonnefont e la sua troupe hanno avuto accesso al backstage, agli atelier e a tutti gli spazi del Teatro, lavorando insieme a Riccardo Chailly, al regista Leo Muscato e a tutto lo staff della Scala per documentare lo sviluppo de La forza del destino che ha aperto la Stagione 2024/2025.

Anche dall’altro lato della camera è servita una certa preparazione, come racconta Bonnefont: “Abbiamo dato particolare attenzione alla scelta dei microfoni giusti, perché era essenziale che in un documentario sull’opera ci fosse sempre la miglior presa del suono possibile”. Poi, una volta arrivati in Teatro, sono iniziate le riprese. “Prima siamo rimasti molto distanti dal personale e dagli artigiani al lavoro e solo gradualmente abbiamo cominciato ad avvicinarci, così da permettere a tutti di abituarsi alla nostra presenza e perfino dimenticarsi delle telecamere, per concentrarsi unicamente sulle proprie attività”. Focus del documentario, infatti, è l’enorme lavoro dietro le quinte, spesso nascosto ma essenziale per la buona riuscita di uno spettacolo. “In questo l’opera e il cinema si assomigliano. Noi però volevamo portare alla luce almeno una parte di quel lavoro segreto e mettere al centro le centinaia di persone che si impegnano per rendere uno spettacolo possibile”. Nei tre mesi di riprese, infatti, Bonnefont e la sua troupe vivono insieme alle maestranze e allo staff del Teatro, filmandone quasi quotidianamente il lavoro, fino a sentirsi parte di quella famiglia. “Al momento di dire addio al Teatro non sono riuscita a trattenere le lacrime”, confessa la regista.

Famosa per i documentari dedicati al mondo della moda e dello sport, Anissa Bonnefont penetra nel dietro le quinte di un teatro d’opera per la prima volta. “A differenza dei miei documentari precedenti, questa volta non ho seguito il percorso di un singolo individuo, ma ho cercato di raccontare tutto il Teatro, con i suoi codici, le sue regole e i suoi segreti. Ho trovato però molti punti di contatto tra moda, sport e opera: sono mondi in cui il duro, minuzioso lavoro è sorretto da una fortissima passione”. Tra i momenti più impattanti per la regista vi è il montaggio dello spettacolo in Teatro. “Per settimane ogni diverso gruppo ha lavorato nei propri atelier, indipendentemente, creativamente e con la libertà di poter sbagliare e ricominciare da capo, ragionando insieme: un processo veramente magico. Poi tutti si ritrovano in Teatro ed è come se il palco venisse percorso dalla stessa, assoluta energia. Solisti, orchestra, coro, scenografia, costumi, tutto si combina. L’ho trovato estremamente potente”.

Culmine del percorso è il 7 dicembre, e Bonnefont non si è limitata a riprenderne il backstage del Teatro. “La Prima è anche un evento mondano, e ci siamo divertiti molto a girare tra il pubblico. Ce n’erano diverse di persone vestite decisamente sopra le righe, come se fossero uscite da un’epoca che non esiste più. Se ti fermi a pensarci, però, è pazzesco incontrare decine se non centinaia di spettatori che si impegnano a tal punto nella preparazione per questa serata, fra trucco e vestiti, e che questo impegno venga accolto e rispettato nel contesto dello spettacolo”. A colpire la regista francese è anche la centralità che la Prima della Scala ha nella vita milanese, tra blocchi stradali, dispiegamenti di polizia, immancabili proteste e soprattutto la Prima diffusa. “È un momento di importanza monumentale non solo per il mondo, ma soprattutto per Milano. Durante la Prima avevo diverse troupe, alcune in Teatro, altre in Galleria per firmare tutti gli spettatori fermi, in piedi e al freddo a guardare i maxischermi, e altre ancora al carcere di San Vittore. Si pensa spesso che l’opera sia uno spettacolo d’élite, ma in questo caso mi è stato chiaro: la Prima della Scala è uno spettacolo per tutta la Città di Milano”.

Alessandro Tommasi